L'ACCOGLIENZA PROMESSA – DOSSIER APRILE 2017

Fallimentare l’esperienza delle rappresentanze degli stranieri in organismi da affiancare ai Consigli regionali, provinciali e comunali. Una mera partecipazione simbolica, priva degli strumenti per poter incidere nelle realtà locali.

Ciclicamente si sente parlare di rappresentanza politica degli immigrati e di diritto al voto. Ma si tratta di tematiche meteore, che la stessa politica non sembra avere interesse ad affrontare seriamente, troppo spesa ad assicurarsi il consenso degli italiani per occuparsi del democratico diritto di partecipazione e rappresentanza della popolazione migrante residente nel nostro paese. Eppure, di meccanismi di consultazione dei residenti stranieri si sente parlare da tempo: i primi in Europa risalgono agli anni Sessanta. In Italia la prima legge a prevedere all’interno del ministero del lavoro e della previdenza sociale una “Consulta nazionale per i problemi dei lavoratori extracomunitari e delle loro famiglie” e la formazione di Consulte regionali per gli stranieri è la 943 del 1986.

Una norma che nasce già con diversi limiti. Alle Consulte regionali si sono affiancate, poi, le esperienze dei Consigli o Consulte comunali e provinciali degli stranieri, non previsti dalla legge, ma introdotti in diverse regioni, in maniera del tutto differente una dall’altra: ciascuna istituzione ha modificato i propri statuti in maniera autonoma, nella volontà di dotarsi di forme simboliche di partecipazione nella vita pubblica. Simboliche perché questo, di fatto e spesso, hanno rappresentato e rappresentano oggi le Consulte, organi consultivi che non hanno diritto al voto all’interno dei consigli comunali o provinciali (tranne nell’esperienza di Ancona, per altro già finita) e che sovente vengono sentite solo per tematiche che hanno a che fare con l’immigrazione. Come se i migranti non avessero capacità di esprimere pareri su temi altri, che hanno a che fare semplicemente con la cittadinanza (che per altro non hanno e la cui mancanza è requisito per partecipare all’elezione delle Consulte…). Insomma, un surrogato di partecipazione.

Udo Enwereuzor, responsabile Cospe onlus per migrazioni, minoranze e diritti di cittadinanza, ha una storia di attivismo nell’associazionismo africano a partire dagli anni Ottanta in Italia.

Qual è il suo giudizio sulle Consulte, avendone seguito sin dall’inizio la legge istitutiva?

«L’idea iniziale poteva essere buona. Poi ci si è mossi all’italiana: tutto è stato lasciato al caso, alla buona volontà delle amministrazioni locali, provinciali, regionali e ciò, come era ovvio, ha dato vita a una molteplicità e difformità di esperienze. Non c’è mai stato un impegno a seguire e normare in modo uniforme questa esperienza, così la realizzazione delle Consulte ha lasciato spesso a desiderare. Certo, ci sono state esperienze importanti: penso alla prima, nel modenese, a Nonantola, nel 1994, o quella di Ancona dove i consiglieri avevano il diritto al voto. Ma tante sono fallite. Sono state uno strumento di speranza poi disattesa. Quando si è capito che non incidevano sulla risoluzione dei problemi reali, ad esempio il permesso di soggiorno; quando da organo consultivo si sono rivelate un organo che l’istituzione utilizza per comunicare le decisioni alle comunità straniere… si è perso interesse».

Quanto ha influito il problema della rappresentanza delle comunità migranti?

«Il comune denominatore di queste esperienze è dato dalla disparità numerica tra…
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