Intervista a Samuel Karanja Muhunyu

Secondo il direttore dell’ong Necofa e consigliere internazionale di Slow Food i governi africani subiscono la lobby delle multinazionali.

Se ti provi a dirgli che, a giudicare dalla situazione nel bacino del Molo, sembra che i piccoli produttori godano di parecchia attenzione in Kenya, ti stoppa subito: «Si tratta di casi isolati, in cui si è trovata una buona integrazione tra interventi governativi e di ong locali e internazionali. E questi casi dimostrano che si può fare molto per sviluppare l’agricoltura familiare. Nella realtà, le politiche agricole nazionali e gli investimenti pubblici puntano a rispondere ai bisogni dell’agricoltura industriale».
Samuel Karanja Muhunyu, direttore di Necofa, ong kenyana che si occupa di sviluppo sostenibile, ha le idee chiare: «Si fa troppo poco per i piccoli produttori, soprattutto per quanto riguarda la ricerca nei campi della trasformazione su piccola scala dei prodotti agricoli e per ridurre le perdite in fase di conservazione e stoccaggio. Inoltre le zone rurali mancano di infrastrutture di base, come le strade e l’elettricità, cosa che limita grandemente gli sforzi dei piccoli produttori per la conservazione, la lavorazione e la commercializzazione dei prodotti agricoli».

È cambiato qualcosa nelle politiche agricole da quando è entrato in vigore il nuovo ordinamento statale che prevede il trasferimento di molte competenze alle contee?

Si può dire che l’80% delle competenze per l’agricoltura sia passata alle contee. La decentralizzazione aveva fatto sperare in un maggiore accesso dei piccoli produttori alle informazioni e l’aumento della loro influenza sulle politiche che li riguardano. Invece si è vista una frammentazione di competenze tra una pletora di enti e uffici che ha disorientato i piccoli produttori che non sanno da chi e come farsi sentire. È necessario semplificare e coordinare, ma anche aumentare gli interventi di educazione civica e sostenere l’associazionismo contadino, che è ancora troppo debole nel paese.

Ci sono novità in termini di investimenti?

Sono aumentate le tasse per i produttori agricoli, ma il bilancio delle contee, almeno di quella di Nakuru, la cui economia è basata sull’agricoltura, testimonia che gli investimenti nel settore sono una minima parte delle tasse pagate.

Com’è la percezione del lavoro agricolo nel paese?

Non è una percezione positiva. Nelle zone rurali rimangono ormai solo gli adulti che non saprebbero fare altro se non i contadini e i giovani meno istruiti e ambiziosi. Basti pensare che anche i piccoli produttori investono i loro guadagni in città. Servono interventi volti a facilitare il trasferimento di competenze intergenerazionali e a modificare la percezione socioculturale del e sul piccolo produttore agricolo, e si deve cominciare fin dalle scuole primarie. Bisogna poi che ci siano politiche di sostegno allo sviluppo rurale. Per esempio, il potenziamento dei centri di ricerca e delle università, e il supporto alla nascita di piccole aziende artigianali per la trasformazione, cosicché anche nelle zone rurali si possa godere dei frutti del valore aggiunto dei prodotti agricoli, anche in termini di accesso a nuove e diverse possibilità lavorative.

Il governo sembra invece pensare che il problema sia la produttività. Sulla stampa kenyana si dibatte della qualità delle sementi e si discute molto sull’opportunità di aprire la porta alle sementi ogm.

È vero. La lobby delle multinazionali è fortissima nel paese, insieme a quella di altri agenti esterni, come la Gates Foundation, che si occupa di biotecnologie e della loro promozione ed è tra i maggiori partner di grossi programmi intergovernativi come Agra (Alliance for a Green Revolution in Africa). Sembra che abbiano convinto i nostri governi che il problema è la mancanza di input esterni, come sementi, fertilizzanti, pesticidi, mentre è evidente che sono le politiche a essere carenti, se non addirittura sbagliate. Mettono al centro la quantità di cibo prodotto, senza tener conto dei metodi di produzione, del loro impatto sull’ambiente e della centralità dei produttori, che sono invece fondamentali per un’agricoltura sostenibile sia dal punto di vista ambientale che socioeconomico.

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