I casi di Ellen Johnson Sirleaf, Joyce Banda e Catherine Samba-Panza

Nella storia recente africana solo tre donne capo di stato. Ma sta crescendo la presenza di deputate in molti parlamenti e al vertice dell’Ua c’è Dlamini-Zuma. La storia insegna che le politiche sono brave a trovare una giusta risposta ad alcune delle sfide del continente: dalla lotta alla corruzione, all’inclusione sociale, alla pace sostenibile.

«Presidente Banda, grazie al suo impegno ora potrà arrivare al potere ed essere forte come un uomo». «No, ho lavorato duramente per essere al potere ed essere forte come una donna».

Così Joyce Banda, prima presidente donna del Malawi, commentò nel 2012 la sua elezione. Una bella risposta, che fa riflettere tanto in Africa quanto nel resto del mondo sul ruolo delle donne in politica; infatti, essere “la presidente” è ancora un’eccezione invece di una regola e porta con sé la responsabilità di rappresentare un cambiamento, il coraggio di invertire una tendenza.

Nel mondo ci sono più di 7 miliardi di persone, circa la metà donne. In Africa ci sono 1 miliardo di persone, più della metà donne. In Europa ci sono attualmente otto presidenti donne, in Africa, fino ad oggi, ce ne sono state tre: Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia dal 2006, Joyce Banda, alla guida del Malawi dal 2012 al 2014, e Catherine Samba-Panza, presidente ad interim della Repubblica Centrafricana, dal 2014 al voto di fine dicembre 2015.

Tre presidenti, tre donne forti, che hanno saputo affermarsi non solo sulla scena politica africana dominata da uomini, ma anche in una società fortemente patriarcale.

Le quote rosa
A partire dagli anni ’60, il continente africano ha registrato il più rapido e significativo aumento di donne in politica. Un aumento dovuto, in buona parte, all’introduzione di “quote rosa”. Un lento ma significativo cambiamento che sta avvenendo in una società in cui è ancora difficile vedere posizioni di responsabilità e di potere occupate da donne.

La prima presidente a essere eletta in Africa subsahariana è stata Ellen Johnson Sirleaf in Liberia, nel 2006. La sua carriera politica inizia come assistente al ministero delle finanze, durante la presidenza di William Tolbert. Quando, nel 1980, il governo viene rovesciato da un colpo di stato, Johnson Sirleaf è mandata in esilio. Torna in Liberia cinque anni dopo ma, quando si pronuncia contro il regime militare di Samuel Doe, viene condannata a 10 anni di carcere. Nel 1997, si candida alle elezioni, vinte da Charles Taylor. Nel 2005, è lei a trionfare diventando la prima donna a guidare uno stato a sud del Sahara. Nel 2011 riceve il Premio Nobel per la pace, condiviso con altre due attiviste per i diritti delle donne. Significativa la motivazione: «Per la lotta non violenta, per la sicurezza delle donne e per il diritto delle donne a partecipare appieno a iniziative di costruzione della pace».

Joyce Banda ha un’altra storia. Nel 2009 diventa la prima vicepresidente donna del Malawi. Nel 2011 viene espulsa dal Partito democratico progressista perché non approva la scelta di designare il fratello del presidente Mutharika come futuro leader del partito. Decide, così, di fondare il suo partito, il Partito del popolo. Nello stesso anno, Forbes la indica come la terza donna più potente d’Africa. Quando, nel 2012, Mutharika muore, Banda assume la guida del paese. Il Malawi è tra i paesi più poveri al mondo e Banda mette in atto una politica di austerità che ottiene il consenso della comunità internazionale e un aumento di aiuti economici da parte dei donatori stranieri. Il tasso di crescita economica del Malawi passa dall’1,9% del 2012 al 5,2% del 2013. Banda è in prima linea contro la corruzione; questo suo impegno assume una nuova rilevanza quando viene assassinato, nel settembre del 2013, il ministro delle finanze, da lei incaricato di investigare sulla piaga della corruzione nel governo. Presto emerge una serie di scandali che minano l’impegno della presidente in materia di anti-corruzione. Alle elezioni del maggio 2014, Joyce Banda viene sconfitta da Peter Mutharika, fratello dell’ex presidente.

Compito ancora più delicato per Catherine Samba-Panza, presidente ad interim della Repubblica Centrafrica dal gennaio 2014. Avvocato e attivista per i diritti delle donne, nel 2013, nel pieno del conflitto che continua a infiammare il paese, il Consiglio nazionale di transizione la nomina sindaco della capitale Bangui. In seguito all’uscita di scena del contestato presidente Michel Djotodia, Samba-Panza viene eletta presidente ad interim, avendo la meglio su altri sette candidati. È lei ad accompagnare il percorso “democratico” del paese fino alle elezioni presidenziali di fine dicembre 2015, alle quali non si è candidata. (…)

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*Anita Bianchi

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