BLOCCHI ETNICI, POLITICA A BRANDELLI – DOSSIER LUGLIO 2017

Sono numerosi i modelli sperimentati nel paese e le esperienze dal basso che hanno come obiettivo la riconciliazione. Qua raccontiamo le storie di Geoffrey e Godana di etnia rendille e borana, entrambi di Marsabit.

In un paese conflittuale come il Kenya, molto è stato investito in iniziative di pace, soprattutto dopo le violenze del 2008. L’accordo di pace allora raggiunto prevedeva anche la formazione di una istituzione specifica, la National cohesion and integration commission (Commissione per la coesione e l’integrazione nazionale) con l’obiettivo di prevenire la violenza politica, etnica e anche di genere. La commissione ha realizzato interventi interessanti, come la Carovana per la pace che sta attraversando il paese per promuovere lo svolgimento pacifico delle prossime elezioni. Ma anche molti altri hanno lavorato nel settore. Sono numerosi i modelli sperimentati nel paese e le esperienze che possono ormai essere valutate in base ai risultati raggiunti e alla loro sostenibilità.

La conferenza internazionale su sicurezza e pace sostenibili in Africa, tenutasi al Tangaza University College di Nairobi il 25 e 26 maggio scorsi, ha offerto l’opportunità di conoscerne alcune.

Geoffrey, di etnia rendille, e Godana, di etnia borana, vengono da Marsabit, una vasta contea – poco meno di 67mila km² – del nord del paese dove i circa 300mila abitanti appartengono a ben 14 diversi gruppi etnici e dove la conflittualità è sempre molto alta, nonostante la bassissima densità della popolazione. Prima del programma di riconciliazione comunitaria presentato alla conferenza, i rendille e i borana erano in conflitto continuo: vivevano di reciproche razzie del bestiame e avevano paura gli uni degli altri. Non c’era tra loro alcun tipo di scambio. Questo aveva provocato tra di loro una gravissima povertà e reso impossibile…

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