Libia / Rivoluzione senza donne

Una transizione politica di cui non si vede la fine fa riemergere tradizioni e visioni sociali in cui la donna è marginale ed emarginata. Il dopo rais è denso di ombre.

A nemmeno due anni dall’inizio della rivoluzione libica, la corte suprema di Tripoli ha reintrodotto la poligamia. All’inizio dello scorso febbraio, la sezione costituzionale della corte ha rimosso le restrizioni alla poligamia fissate da Muammar Gheddafi, che prevedevano il consenso scritto della prima moglie oppure l’autorizzazione di un tribunale. L’unico limite, in linea con il diritto islamico, è ora determinato dalla capacità finanziaria del marito di mantenere anche la nuova moglie.

E pensare che la “rivoluzione” fu scatenata il 15 febbraio 2011 – sulla scia di Egitto e Tunisia – da una manifestazione di madri, sorelle e vedove degli uomini che morirono nella prigione di Abu Salin a Tripoli nel 1996. Le donne protestavano contro l’arresto del loro avvocato Fathi Terbil, proteste violentemente represse dalla polizia. Due giorni dopo, il 17 febbraio 2011, è stato il “Giorno della Rabbia”, che ha visto manifestazioni in piazza contro il regime di Gheddafi e scontri con la polizia, l’inizio della rivoluzione e della sanguinosa guerra civile.

Ed era la fine della guerra civile, il 23 ottobre 2011 – pochi giorni dopo la cattura e l’uccisione di Gheddafi – quando il presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Abdeljalil, dichiarava durante il “discorso della vittoria” che sarebbero state abolite molte leggi contrarie alla shari’a e che ogni uomo avrebbe avuto il diritto di sposare più mogli. Uno shock per tutte quelle donne che avevano contribuito alla rivoluzione.

I primi gruppi femministi in Libia risalgono al 1955. Nel 1964 le donne ottennero il diritto di voto e di partecipazione alla vita politica. Poi il potere fu preso dal Colonnello e, come in molte dittature, i cittadini non furono discriminati per il sesso, ma principalmente in base alla loro fedeltà.

Durante i quarantun’anni del regime di Gheddafi, la posizione sulla condizione femminile è stata contraddittoria: sebbene esistesse molta retorica a supporto delle donne e alcuni provvedimenti in loro favore, talvolta si cercava di placare l’opposizione islamica e più conservatrice a scapito delle donne.

Nel 1997 venne adottata la “Carta dei diritti e dei doveri delle donne”, che prevedeva uguali diritti per donne e uomini in materia di sicurezza, matrimonio, divorzio, custodia dei figli, diritto al lavoro, sicurezza sociale e indipendenza economica. Le donne avevano inoltre largo accesso all’istruzione – fino a costituire la maggioranza dei laureati nel 2011, secondo la Fidh – e al lavoro, con molte donne medico, ingegnere, avvocato. Haifa Fahoum Al Kaylani – fondatrice e presidente dell’Arab International Women’s Forum di Londra – in un articolo apparso sul Turkish Policy Quarterly (“Women as Drivers of Change in the Arab World”, 2013, vol. , n. 11) riporta per esempio che le donne erano il 40% degli avvocati di Bengasi.

D’altro canto, molti provvedimenti rimanevano largamente inapplicati nelle aree rurali, dominate da tradizioni patriarcali, dove il tasso di analfabetismo tra le donne è rimasto ad alti livelli. Secondo Gheddafi il vero posto della donna era a casa e nella famiglia…

 

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