Ultimi studi sul virus
Uno studio portato avanti da un team dell'Università di Yale e dal ministero della salute liberiano, lancia l'allarme in Liberia. Entro il 15 dicembre più di 170 mila casi nella contea di Montserrado e 90 mila morti, se non si interviene. Intanto registrati i primi casi di contagio in Mali e a New York.

Se non aumenta subito e in modo sostanziale l’impegno internazionale, l’epidemia di Ebola, che sta già devastando le aree dell’Africa occidentale, peggiorerà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. A lanciare l’allarme un team di sette scienziati provenienti dalle Schools of Public Health and Medicine di Yale e dal ministero della Salute della Liberia in uno studio pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases.

Gli scienziati hanno sviluppato un modello matematico di trasmissione della malattia virale e lo hanno applicato alla contea più popolosa della Liberia, Montserrado, area già duramente colpita. In questo modo gli studiosi hanno stimato che se l’epidemia dovesse continuare il suo corso attuale, entro il 15 dicembre ci saranno decine di migliaia di nuovi casi di Ebola e di conseguenza più morti.
In particolare, entro quella data questo modello matematico stima ben 170.996 casi totali di malattia riportati e non – che rappresentano il 12 per cento della  popolazione complessiva che è pari a 1,38 milioni di persone – e  90.122  morti solo nella contea di Montserrado. Secondo i ricercatori, gran parte di questa sofferenza – all’incirca 97.940 casi di malattia – potrebbe essere evitata se la comunità internazionale decidesse di intensificare subito, cioè entro il 30 ottobre, i propri sforzi.
Tra le misure necessarie rientrano un aumento dei posti-letto nei centri di trattamento e la distribuzione di kit di protezione alle famiglie dei pazienti in attesa di ricovero. Se queste misure venissero messe in campo ancora prima secondo il modello potrebbero essere evitati 137.432 casi a Montserrado. In caso contrario, cioè con un ritardo che sposta l’intensificazione degli sforzi al 15 novembre si eviterebbero soltanto 53.957 casi.

«L’attuale strategia sanitaria globale è del tutto inadeguata per fermare l’attuale epidemia di Ebola», ha sottolineato Frederick Altice, uno degli autori dello studio.

L’epidemia da virus Ebola, intanto, «continua a costituire un’emergenza di salute pubblica» a livello mondiale. Lo dimostra il primo caso di contagio a New York, si tratta di un medico tornato di recente dalla Guinea, il 17 ottobre, dove si adoperava per curare la malattia. Ma non solo, perché ieri è stato registrato il primo caso confermato di contagio in Mali. Si tratta di una bambina di due anni proveniente dalla Guinea. Lo ha annunciato il ministero della Sanità maliano, specificando che tutte le persone entrate in contatto con la vittima sono state messe in quarantena. L’Organizzazione mondiale della sanità a conclusione della terza riunione del Comitato di emergenza, al quale partecipano esperti da tutto il mondo, rivela che la priorità «deve continuare ad essere quella di bloccare la trasmissione del virus nei tre Paesi colpiti» maggiormente, ovvero Guinea, Sierra Leone e Liberia. Tale azione è «il passo più importante per prevenire una diffusione internazionale». L’Oms sottolinea, inoltre, che una «specifica attenzione – con monitoraggi appropriati e follow up dello stato di salute – dovrebbe essere rivolta agli operatori sanitari. Ciò incoraggerà, inoltre, un maggior numero di operatori della salute» a operare contro l’epidemia.
Al 22 ottobre, ricorda l’Oms, sono 9.936 i  casi registrati, con 4.877 decessi. I casi da virus Ebola «continuano ad aumentare in modo esponenziale in Guinea, Liberia e Sierra Leone. La situazione in questi Paesi – avverte l’Oms – resta di grande  preoccupazione».

 

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