Proseguono e si moltiplicano le denunce riguardanti le tragiche condizioni del Sudan, dove oltre ai milioni di sfollati e rifugiati si aggiungono eventi tragici come la frana che il 31 agosto ha provocato in Darfur la morte di oltre mille persone e le condizioni di fame in cui versa un numero sempre più alto di sudanesi.
Una situazione ribadita dal presidente di Caritas Africa, mons. Pierre Cibambo, che ha dichiarato a Vatican News che la tragica e persistente situazione nel Darfur ha reso anche la Chiesa locale nella diocesi di El Obeid più vulnerabile che mai.
Monsignor Cibambo ha descritto il conflitto in Sudan, in particolare nel Darfur, come una «crisi totalmente dimenticata». All’inizio di settembre, in verità, anche papa Leone XIV era intervenuto rivolgendo un accorato appello a favore del martoriato paese.
Aveva chiesto la fine della guerra civile e aveva esortato la comunità internazionale a fare di più per sostenere il paese, afflitto, tra l’altro, da carestie diffuse ed epidemie di colera. Il papa aveva sottolineato la necessità di corridoi umanitari e di risposte internazionali coordinate per affrontare la crisi.
«Devo dire che quanto detto dal Santo Padre è molto appropriato. Le sue parole mirano ad attirare l’attenzione globale perché la crisi in Darfur è dimenticata perché ben poco si fa molto per alleviare le sofferenze di queste persone», ha dichiarato mons. Cibambo.
«Caritas Internationalis, in collaborazione con ACT Alliance – una coalizione globale di organizzazioni protestanti di matrice religiosa – ha cercato di rispondere con ogni mezzo alle sofferenze della gente. Si sono raccolti fondi che sono certo d’aiuto, ma persistono difficoltà operative, soprattutto problemi di accesso dovuti a problemi di sicurezza», ha affermato il prelato.
Ha inoltre osservato che la città di El-Obeid, capitale dello stato del Kordofan settentrionale, funge da snodo strategico per il collegamento tra Khartoum e il Darfur.
Secondo le statistiche del 2023, la diocesi di El Obeid conta quasi 14 milioni di persone, di cui solo lo 0,8% circa si identifica come cattolica. La capacità della vasta diocesi è molto limitata e la Chiesa locale di El Obeid è «estremamente vulnerabile» e fatica a operare nelle circostanze attuali.
Il direttore di Caritas ha inoltre spiegato che sono in corso i piani per un viaggio a Ginevra, in Svizzera, del vescovo di El Obeid, Yunan Tombe Trille Kuku, al fine di rivolgersi per maggiori interventi ad alcune agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie.
Le ostilità negli stati sudanesi del Darfur e del Kordofan, come noto, sono tuttora in corso e sono state spesso documentate. Le due parti in conflitto, le milizie Forze di supporto rapido (RSF) e le Forze armate sudanesi (SAF), sono state entrambe coinvolte in violenze diffuse, sfollamenti e violazioni dei diritti umani.
Organismi internazionali, come le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale, hanno condannato gli attacchi deliberati contro i civili, citando violenze sessuali sistematiche, attacchi etnici e blocco degli aiuti umanitari.
La situazione in Darfur rimane drammatica, con le strutture sanitarie sottoposte a una pressione estrema e in difficoltà nel far fronte a un massiccio afflusso di pazienti, a gravi carenze di forniture e alla costante minaccia di ulteriori attacchi, dopo i raid con droni delle RSF che avevano colpito Khartoum il 9 settembre.
L’esercito ha risposto con un attacco di droni a solo 4 chilometri dall’ospedale universitario di Zalingei, supportato da Medici senza Frontiere (MSF), nel Darfur Centrale.
Inoltre, sempre il 10 settembre, due droni delle SAF hanno colpito la città di Nyala, nel Darfur meridionale. L’ospedale universitario di Nyala, anch’esso supportato da MSF, ha ricevuto 12 pazienti; quattro di loro, tra cui un bambino, sono morti all’arrivo.
Questo è stato l’ottavo attacco mortale di droni sulla città in soli 11 giorni, dopo gli attacchi del 30 agosto e del 1° e 3 settembre, quando l’ospedale ha curato 44 feriti di guerra.
«Si parla del Darfur, ma la crisi è noto che colpisce tutto il Sudan», ha concluso il presidente della Caritas. «A Khartoum, ad esempio, tuttora non rimane quasi nulla: servizi sanitari funzionanti, elettricità o infrastrutture di base. Le persone vivono nella miseria. Questa situazione sottolinea l’urgente bisogno di pace, e noi crediamo che la pace sia ancora possibile».