A sei mesi dal referendum
A chiederlo è una coalizione di ong, preoccupate per i ritardi accumulati nella preparazione del referendum sulla secessione del Sud Sudan e sull’assenza di accordi chiari sulla gestione delle risorse petrolifere. Mentre le chiese sud-sudanesi si scherano apertamente a favore della secessione.

Tra Nord e Sud Sudan potrebbe scoppiare un nuovo conflitto. L’allarme è lanciato dal rapporto firmato da un gruppo di 24 organizzazioni umanitarie, tra cui Enough project, Save Darfur, Global Witness, Refugees international, le quali sostengono che a pochi mesi dal referendum per l’indipendenza del Sud è necessario raggiungere un accordo sulla gestione delle risorse petrolifere e risolvere altre questioni che potrebbero minare la stabilità del paese.

 

Il documento, ‘Renewing the Pledge’ (Rinnovare la promessa), denuncia i problemi che potrebbero compromettere il referendum e fa riferimento, in particolare, ai ritardi nelle operazioni preliminari al voto, come la registrazione degli elettori e la costituzione della Commissione elettorale.

 

Secondo gli osservatori compromettere il referendum o alterarne i risultati porterebbe inevitabilmente allo scoppio di una nuova guerra. Una prospettiva, questa, che suscita molta preoccupazione. E’ ancora vivo, infatti, il ricordo del ventennale conflitto tra Nord e Sud che ha dilaniato il paese provocando oltre 2 milioni di vittime. Una guerra, quella tra il governo centrale e l’Esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla), che si è conclusa nel 2005 con la firma di accordi di pace che garantiscono al governo semi-autonomo di Juba la partecipazione al governo centrale, il 50% delle risorse petrolifere del paese e la possibilità di votare per l’indipendenza del Sud con il referendum del prossimo gennaio.

 

A pochi mesi dal voto rimangono ancora da risolvere, però, alcune importanti questioni. I leaders politici delle due parti, infatti, non hanno stabilito regole precise sulla definizione dei confini, ma soprattutto non sono stati stipulati gli accordi per la spartizione delle risorse petrolifere, concentrate perlopiù nel sud del paese e nella contesa regione trans-frontaliera di Abyei.

Adesso le organizzazioni umanitarie fanno appello ai grandi paesi africani e alle altre potenze mondiali perché invitino le due parti a mantenere gli impegni presi e a garantire le condizioni per un voto libero, equo e pacifico.

 

Anche perché l’esito di questo referendum è ampiamente previsto. La richiesta di secessione da parte della popolazione sud-sudanese è altissima. E se gli accordi di pace del 2005 impongono al partito di governo del Sud, il Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm), di evitare un’aperta campagna in favore dell’indipendenza, così non è per il mondo religioso impegnato, invece, in una tenace opera di convincimento della popolazione a favore dell’indipendenza dal Nord.

 

La ‘Sudanese Religious Leaders Referendum Initiative’ è una coalizione che riunisce i vescovi di otto importanti chiese tra cui la cattolica-romana e molte protestanti, ma anche un leader del Consiglio islamico dello Stato di Equatoria. In questi giorni è tornata a chiedere ai sud-sudanesi di votare a favore dell’indipendenza dal nord musulmano. E lo ha fatto senza mezzi termini. Significative, in questo senso, le dichiarazioni dell’arcivescovo Paul Yugusuk, membro della Conferenza episcopale sudanese: “La strada verso l’unità è distruttiva” ha detto, pronosticando che “Se si decidesse per l’unità, sarebbe un disastro” con i sud-sudanesi, trattati da Khartoum come “cittadini di seconda classe”.