L’11 maggio papa Leone XIV ha ricevuto in udienza il primo ministro del Sudan, Kamil El-Tayeb Idris Abdelhafiz, che ha successivamente incontrato anche il Segretario di stato, cardinale Pietro Parolin, e monsignor Mihaita Blaj, sottosegretario incaricato dei Rapporti con gli stati.
Nel comunicato rilasciato dalla sala stampa della Santa Sede e ripreso da diversi mass media legati al Vaticano, tra cui Vatican News e L’Osservatore Romano, si dice di un incontro cordiale, in cui sono stati sottolineati l’importanza dei rapporti tra la Santa Sede e il Sudan e l’importante contributo della Chiesa locale al bene del paese.
Centro dell’incontro, però, la crisi umanitaria del paese, la più grave del pianeta dopo oltre tre anni di conflitto.
È stata sottolineata la necessità di concordare urgentemente il cessato il fuoco, in modo da poter portare soccorso alla popolazione vittima di continue azioni belliche ed esclusa dall’aiuto umanitario di cui ha bisogno.
Secondo dati recenti diffusi da fonti ONU, 33,7 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto, 3 milioni più dell’anno scorso. 29 milioni sono sull’orlo della carestia e 23 zone sono ormai minacciate dalla fame. Solo il 30% dei presidi sanitari è ancora funzionante, concentrati soprattutto nelle zone toccate solo marginalmente dalla guerra.
Finora l’accesso umanitario è severamente ristretto dai combattimenti, dalle trafile burocratiche e dalla diffusa insicurezza. L’appello globale per quest’anno, coordinato dall’agenzia dell’ONU OCHA, ha richiesto 2.87 miliardi di dollari per far fronte ai bisogni più urgenti di circa 20 milioni di sudanesi, la metà della popolazione che avrebbe bisogno di soccorso. Finora sono arrivati solo il 16% dei fondi ritenuti strettamente necessari.
Per questo, conclude il comunicato, è di vitale importanza avviare un dialogo sincero tra tutte le componenti della società sudanese in modo da arrivare al più presto ad una pace concordata e duratura che permetta di rispondere ai bisogni dei sudanesi e di far fronte alla ricostruzione del paese.
Un linguaggio diplomatico non nasconde come eventuali negoziati di pace siano ancora lontani, troppo lontani stante la gravissima situazione in cui versa il Sudan.
Kamil Idris è da giugno 2025 primo ministro di un governo non veramente legittimo, emanazione di una giunta militare che ha preso il potere con un colpo di stato – il 25 ottobre 2021 – interrompendo un processo di transizione democratica messo in modo da un movimento popolare che aveva coinvolto tutte le forze vive del paese.
Il Sudan, espulso in quel momento dall’Unione Africana, non è ancora stato riammesso nell’organizzazione cui aderiscono tutti i paesi del continente. Evidentemente il governo di cui Idris è primo ministro non dà sufficienti garanzie di rappresentare tutte le istanze del paese.
Non si può, infatti, non ricordare l’attuale reale situazione sul campo. Il paese è di fatto diviso. Il governo guidato da Idris ne controlla solo una parte: la costa, la parte centrale, con la capitale Khartoum, il corso del Nilo e parte delle zone desertiche settentrionali.
Il Darfur a ovest e una parte del Kordofan a sud sono controllate militarmente e amministrate dall’alleanza Tasis – Tasis Foundig Alliance – guidata dalle Forze di supporto rapido (RSF), con una carta programmatica e un governo, per ora insediato a Nyala, capitale del Darfur Meridionale.
Tra le due parti belligeranti si trova una vasta rete di forze politiche e gruppi della società civile, molte raggruppate in un ombrello chiamato Sumoud (resilienza in arabo) che da sempre si oppone alla guerra e sta lavorando tra mille difficoltà per una soluzione politica del conflitto.
Queste forze meriterebbero particolare sostegno, essendo le eredi del processo di transizione democratico spazzato via dal colpo di stato prima e dal conflitto poi.
Così come, sul paino umanitario, meriterebbero particolare supporto le Emergency Response Room, gruppi di volontari a base comunitaria che sono stati in grado di evitare una vera e propria catastrofe umanitaria portando aiuto alla popolazione che la comunità internazionale non riusciva a raggiungere.
Il loro ruolo è ormai stato riconosciuto a livello internazionale e il loro lavoro è stato recentemente, e ripetutamente, premiato.
La visibilità è importante per l’acquisizione di credibilità e in definitiva per poter continuare a rappresentare al meglio la maggioranza dei sudanesi che hanno sempre ripudiato la guerra e per portare soccorso alla popolazione, attività cruciali per il paese in questo momento.
Sarebbe un peccato che la visibilità fosse data solo a forze che sono parte del problema, e non si sa quanto disponibili ad essere anche parte di una soluzione negoziata con tutti gli altri attori in campo.