Il 18 marzo all’Onu verrà presentato il primo rapporto della commissione presieduta da Prodi
Sostenere le istituzioni africane, a partire dall’Unione africana, perché diventino autonome è il primo passo perché i conflitti del continente trovino soluzione. Lo afferma Romano Prodi, presidente della nuova commissione Onu/UA sul peacekeeping in Africa. Che attacca il G8: “Promesse mai mantenute”.

“Deve essere l’Africa a gestire il problema della propria pace. Per questo dobbiamo fare in modo che l’Unione Africana, nel giro di un decennio, arrivi a svolgere un ruolo di peacekeeping determinante nel continente africano. Perché fino a quando questo non avverrà, non arriveremo mai alla pace”. Romano Prodi, presidente della nuova commissione congiunta di Onu e UA sulle missioni di peacekeeping in Africa, ha riassunto così, lunedì 16 marzo, le aspirazioni di questo nuovo organismo durante una lezione aperta tenuta all’Università Cattolica di Milano. Un appuntamento che anticipa di poche ore la partenza dello statista per New York dove, mercoledì 18 marzo, il Consiglio di Sicurezza sarà chiamato a discutere il primo rapporto redatto dalla nuova commissione congiunta. “Per raggiungere questo traguardo – ha dichiarato il professore -sarebbe importante istituire un fondo speciale per dotare l’Africa di adeguati mezzi di peacekeeping, a partire dalla costituzione di brigate miste dislocate in almeno cinque punti del continente con depositi di equipaggiamenti e rifornimenti. Perché non si può pretendere di svolgere operazioni efficaci mescolando contingenti di nazioni diverse, senza un adeguato addestramento e senza equipaggiamenti. Sempre, però, sotto l’ombrello delle Nazioni Unite, perché quando si parla di pace e guerra deve essere l’ONU a decidere”.

Durate il suo intervento il professore, ospite del preside della facoltà di scienze politiche, Alberto Quadrio Curzio, non ha parlato solo di missioni di pace ma ha spaziato a 360 gradi sul passato e sul futuro di un continente “sempre dimenticato, ma allo stesso tempo al centro della politica e degli appetiti del mondo”. “Non parliamo dell’Africa solo da un punto di vista economico – ha detto agli studenti – ma cerchiamo di capire quale ruolo può avere il continente in uno scenario internazionale post unipolare”. Per Prodi la strada da seguire per il rilancio e la promozione della stabilità passa necessariamente dal “rafforzamento delle istituzioni”, prima fra tutte l’Unione Africana perché l’Africa è ancora troppo spesso “oggetto di politica invece che soggetto”. “Molti paesi sono ancora oggi dilaniati da guerre intestine – ha detto – dove affiorano ancora i problemi della gestione del potere e del deficit di governance, ereditati da una decolonizzazione, doverosa ma frettolosa”. In questo processo di sostegno alle istituzioni continentali, secondo il professore, deve svolgere un ruolo di primo piano la comunità internazionale. “Lo dico con rimorso – ha ricordato – ma la realtà è che tutte le promesse prese dal G8 in questi ultimi anni, sia in termini di fondi che di coordinamento delle iniziative, non sono state mantenute e con la crisi la situazione non farà che peggiorare. L’Africa ha bisogno di una politica continentale che unisca i paesi tramite politiche comuni e infrastrutture: strade, ferrovie, collegamenti aerei. Solo così potrà far sentire la sua voce nelle grandi arene internazionali”. Il presidente, per cinque anni alla guida della Commissione Europea, si è più volte soffermato sul ruolo che l’Unione Europea ha giocato e può giocare in questo processo. “La politica europea in Africa – ha detto – è rimasta una politica nazionale, dove i residui coloniali hanno ancora molta importanza. Ci sono paesi come Francia e Regno Unito disposti ad intervenire militarmente solo in quei paesi a cui si sentono ancora legati da vincoli economico-culturali e sempre sotto la loro bandiera, mentre nessuno è disposto a mandare i soldati in altri contesti. L’Europa segue schemi vecchi che sono assolutamente saltati e per questo vanno ripensati, considerando i nuovi attori entrati prepotentemente nello scenario africano”. In una lezione sugli sviluppi dell’Africa non si poteva, infatti, non parlare della Cina “l’unico paese ad avere una politica continentale in Africa”: “Pechino attua una penetrazione incondizionata, profonda e a livello continentale che sta riscrivendo l’agenda delle relazioni internazionali africane. Questo deve spingere l’Europa a ripensare alle sue politiche perchè se nel futuro non metterà l’Africa al centro delle proprie priorità politiche finirà per essere sempre più periferica nel sistema internazionale”.