Africa / Le mosse del colosso francese
Fa business in 46 paesi del continente. Controlla la filiera logistica e il settore trasporti. Ma è accusato di crescere economicamente sostenendo i dittatori e i presidenti corrotti. Ritratto di uno dei gruppi più influenti nell’economia africana.

Con lo slogan “Stop Bolloré: le multinazionali fanno la parte del leone” diverse associazioni francesi sabato 8 aprile hanno marciato per le strade di Parigi, accusando il gruppo industriale francese di aver ampliato la sua operatività in numerosi paesi africani anche grazie al sostegno a dittatori e dirigenti corrotti, di essere responsabile dello sfruttamento intensivo delle materie prime in ambito minerario e agricolo, e di aver impiegato lavoratori sottopagati.

Torna così alla ribalta per il suo business africano, Vincent Bolloré, noto in Francia negli anni ’80 come “le petit prince du cash flow” (il piccolo principe del flusso cassa) e oggi tra gli imprenditori più influenti al mondo, secondo la rivista Forbes.

Il suo ingresso ufficiale negli affari di famiglia è del 1981, all’età di 29 anni, quando la maggior parte del business si concentrava nel settore della carta per sigarette. Tuttavia, la svolta che gli vale il soprannome di “Bolloré l’africano” è quella che nel 1986 lo porta a controllare la Scac (Société commerciale d’affrètement et de combustible), specializzata nel trasporto di materie prime tra la Francia e il continente africano. Negli anni ’90 gli affari di Bolloré si allargano anche alle piantagioni, attraverso il gruppo Rivauld, oggi controllato dalla società Socfin, di cui Bolloré detiene il 38%. La maggior parte delle piantagioni amministrate da Socfin si trova in Africa: tra Camerun, Liberia, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Ghana e Rd Congo. La presenza africana del gruppo si rafforza ancora di più dopo la fondazione, nel 2008, di un ramo della società: la Bolloré Africa Logistics, oggi Bolloré Transport et Logistics. Alla fine degli anni ’90 il gruppo era diffuso in Africa occidentale e cominciava ad espandersi in paesi anglofoni come Nigeria e Ghana, nell’Africa orientale e australe. 

La svolta con i media

La seconda svolta di Bolloré è dei primi anni 2000, quando il gruppo decide di abbandonare il settore del tabacco, vendendo società e piantagioni, per entrare in una nuova area di mercato: quella dei media (DirectSoir e Canal+) e della comunicazione (Havas e Vivendi). Dal 2004 a oggi ha aumentato le sue partecipazioni in Havas fino a superare l’80% e dal 2014 Bolloré è presidente del Consiglio di sorveglianza di Vivendi, che ambisce a diventare una delle maggiori società europee nella gestione dei media e dei contenuti. Il fatturato di Vivendi nel 2016 ha superato i 10 miliardi di euro e gran parte del merito è del mercato africano. Il canale televisivo a pagamento Canal+, controllato da Vivendi, ha perso guadagni in Francia ma è cresciuto quasi del 20% in Africa. Il continente attira anche l’industria cinematografica di Bolloré, che tra gennaio e febbraio 2017 ha aperto quattro sale in Burkina Faso, Camerun, Guinea e Niger. Il progetto prevede l’ampliamento a tutta l’Africa occidentale.

A trent’anni di distanza dal suo debutto africano il gruppo continua a investire in tutti gli ambiti. La sua è certamente una posizione strategica: gran parte delle materie prime importate ed esportate dal continente passano attraverso Bolloré. Le merci arrivano nei porti, dove il gruppo gestisce i terminal per i container, e vengono trasferite alla logistica su gomma o su rotaia in tutto il continente. Sua è anche la logistica degli aeroporti, del trasporto internazionale e della burocrazia di dogane e uffici di transito. Gestisce tutto: dal prelievo alla consegna. Fino al 2004, tramite la sua filiale Dafci, controllava l’intera filiera di cacao e caffè in Costa d’Avorio, sin dalla produzione. Mentre è uscito dal business del legname in Camerun, dopo che le sue società (Société Industrielle des Bois Africains e Forestière de Campo) sono state accusate di aver provocato la deforestazione. 

Tlc ed energia

Logistica e trasporti sono ancora la testa d’ariete per ottenere concessioni. Ma Bolloré sta spostando i suoi interessi in altri due settori in crescita: telecomunicazioni ed energie rinnovabili. Nel 2017, in Gabon, attraverso la società Group Vivendi Africa (GVA), ha ottenuto una concessione per sviluppare la rete internet ad alta velocità. L’obiettivo è connettere alla fibra ottica il maggior numero di paesi africani in cui il gruppo è presente. L’altro business di interesse è quello della mobilità elettrica e dell’energia fotovoltaica. Bolloré, attraverso BlueSolutions, punta proprio al continente africano, dove l’accesso all’energia rappresenta ancora una sfida, e dove il gruppo può ancora crescere. In Costa d’Avorio e in Camerun la società gestisce bus elettrici per il trasporto degli studenti universitari all’interno dei campus. In Guinea, Togo, Niger e Benin, invece, ha realizzato le cosiddette “Bluezone” che attraverso l’energia fotovoltaica facilitano l’accesso all’acqua potabile e a internet.

Vincent Bolloré è una figura controversa: un portabandiera della Francia secondo le istituzioni e un imprenditore senza scrupoli per ong e parte della società civile. L’operato del suo gruppo in Africa è finito in numerosi rapporti, da Greenpeace a Survival, per il suo ruolo nella deforestazione nel bacino del fiume Congo. Non si possono ignorare le sue capacità di influenza politica e mediatica. A riempire le pagine dei quotidiani francofoni sono le sue relazioni con l’ex presidente Nicolas Sarkozy e con molti leader africani, da un lato, e i processi per diffamazione che vedono imputati giornalisti francesi, dall’altro. 

I legami con la politica africana

Nell’aprile 2016, la “Tour Bolloré” a Puteaux, in Francia, è stata perquisita nell’ambito di un’indagine della giustizia francese. A destare sospetti è stato il ruolo che avrebbe svolto Havas, la società pubblicitaria di cui il gruppo controlla l’80%, per facilitare l’assegnazione delle concessioni portuali di Lomé, in Togo e di Conakry in Guinea, nel 2010. La società di comunicazione, allora detenuta al 33% da Bolloré, si occupò della campagna presidenziale del guineano Alpha Condé e del togolese Faure Gnassingbé. Fin qui nulla di strano. Tuttavia, pochi mesi dopo l’elezione entrambi i presidenti affidarono la concessione del porto al gruppo Bolloré. Più ancora che nel caso del porto di Lomé, di cui il gruppo ha ottenuto nel 2010 la concessione per 35 anni, a far discutere fu l’assegnazione, nel 2011, dell’appalto per il terminal container del porto di Conakry. La concessione portuale, infatti, era stata in precedenza assegnata a una società francese concorrente: la Necotrans. Dopo soli 3 anni dall’assegnazione Necotrans si vide togliere la concessione in favore del concorrente Bolloré. Nel 2013, il tribunale del commercio di Nanterre condannò il gruppo Bolloré a risarcire il concorrente con un pagamento di 2 milioni di euro per gli investimenti già realizzati. Se le indagini dei giudici francesi hanno portato alla luce sospetti di corruzione e di favoritismi, le pagine dei giornali si sono riempite dei rapporti tra il gruppo e i politici africani.

Lo stesso Vincent Bolloré, durante una lunga intervista rilasciata nel 2008 al periodico Jeune Afrique sostenne di conoscere alcuni presidenti africani come Blaise Compaoré – presidente del Burkina Faso fino al 2014, quando è stato costretto alle dimissioni dopo lunghe proteste popolari – o Laurent Gbagbo, che nel 2011 fu uno dei protagonisti, con Alassane Ouattarà, del ritorno del conflitto in Costa d’Avorio. Vincent Bolloré, nell’intervista specifica che la relazione personale non è così importante; sono fondamentali gli investimenti realizzati, le tasse pagate e il personale assunto.

Sospetta anche la vicenda del porto di Douala, in Camerun, messa in luce da un’inchiesta giornalistica del sito d’informazione Mediapart nel giugno 2016. Grazie alle denunce della società spagnola Progosa contro le procedure di selezione che avrebbero favorito il gruppo francese, l’allora capo del Porto autonomo di Douala è stato condannato per appropriazione indebita di fondi pubblici. Nella sua inchiesta Mediapart rivela i ripetuti contatti tra l’entourage del presidente Biya, con i funzionari del gruppo bretone. Bolloré non solo si aggiudicò la concessione di Douala, ma nel 2015 ottenne anche quella del porto di Kribi.

Vincent Bolloré con il presidente guineano Alpha Condé à Conakry, nel giugno 2014 (Cellou Diallo/Afp)