«I migranti ambientali sono quelle persone o gruppi di persone che, a causa di improvvisi o graduali cambiamenti nell’ambiente che influenzano negativamente le loro condizioni di vita, sono obbligati o scelgono di lasciare le proprie case, muovendosi all’interno del loro paese o oltrepassando i confini nazionali».

La definizione è dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, che però non è riconosciuta dal diritto internazionale. Ne deriva che il rifugiato ambientale, cioè colpito dai mutamenti climatici, non può beneficiare dello status di rifugiato che la convenzione di Ginevra (1951) riconosce a chi è perseguitato per razza, religione, opinione politica. Da questo vuoto giuridico muove l’autrice – giornalista esperta di temi ambientali – per collocare socialmente e geograficamente, e per dare voce, a una categoria umana che non è certo marginale.

Il Gruppo intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici stima, infatti, che nel 2050 i migranti/rifugiati e climatici saranno 200 milioni. Il testo fornisce una rapida panoramica della situazione mondiale e rimarca lentezze e mancanze della politica. Già nel 1992 a Rio de Janeiro e poi nel 2015 a Parigi si erano presi accordi per contenere l’aumento della temperatura, accordi che però vengono attuati a singhiozzo e continui rinvii.

Tra le regioni africane, il Sahel è particolarmente toccato dai mutamenti del clima: il bacino del lago Ciad si sta sempre più rimpicciolendo con gravi conseguenze per la vita di contadini e allevatori ciadiani, nigeriani, nigeriani e camerunesi.