Senegal / Land grabbing
Il progetto Senhuile in Senegal è sempre stato un dibattuto caso di land grabbing che ha coinvolto anche aziende italiane. Ora un rapporto pubblicato dalla Re:Common annuncia quello che era inevitabile. Si tratta di un fallimento sull'orlo dell'implosione.

Si torna a parlare di land grabbing in Senegal. Il controverso progetto Senhuile sarebbe sull’orlo del collasso, è quello che emerge da un nuovo rapporto pubblicato dalla ong italiana Re:Common dal titolo “Come si accaparra la terra. La saga Senhuile-Senethanol continua”.  Il documento è stato prodotto con la collaborazione di gruppi italiani, senegalesi ed internazionali che da anni lavorano assieme per dimostrare che il progetto è dannoso e illegittimo.

Avviato quattro anni fa da investitori italiani e senegalesi, il piano Senhuile è da sempre stato fortemente contestato dalle comunità coinvolte. Un’annosa vicenda estremamente complessa, come venne sottolineato sul numero di Nigrizia di dicembre 2013 con un articolo dal titolo “Terra di matrioske” in cui si cerca di disegnarne un quadro chiaro. 
Nel 2011, le comunità locali hanno inscenato una protesta in quanto fermamente contrarie all’accordo che concedeva all’azienda 20mila ettari di terra nell’area di Fanaye. Due abitanti del villaggio sono stati uccisi e il progetto è stato poi sospeso e spostato in una nuova località nel Ndiael. Lì, alcuni bambini della zona sono annegati nei canali di irrigazione del progetto, privi delle dovute protezioni, mentre dei sospetti di finanziamento illecito hanno scosso la credibilità della società. Il nuovo rapporto dimostra che gli sforzi di pubbliche relazioni dell’azienda sono inefficaci e che il progetto si è impantanato in conflitti e profonde contraddizioni.

Il documento appena pubblicato dalla Ong riporta una serie di aggiornamenti sulle recenti criticità del progetto.
Innanzitutto il fatto che la società ha licenziato il suo amministratore delegato, Benjamin Dummai, che è stato successivamente arrestato per appropriazione indebita, ma che ora sta facendo causa proprio alla stessa Senhuile per 14 capi di imputazione, tra cui l’aumento fittizio del capitale sociale a fini fraudolenti ed il riciclaggio di denaro.
Oltre a questo la nuova indagine riporta che nelle ultime settimane, gli investitori italiani hanno messo in chiaro che le loro proprietà terriere senegalesi vanno oltre i 20mila ettari loro attribuiti nella regione del Ndiael. Affermano di aver mantenuto i diritti per i 20mila ettari originariamente ceduti a Fanaye. Fanno inoltre sapere di aver recentemente acquisito 5mila ettari in Fass Ngom. Eppure l’anno scorso la società è riuscita a coltivare solo 1.500 ettari, sollevando seri interrogativi sul perché le autorità hanno concesso loro tanta terra. Al momento in tutte le aree gestite dalla Senhuile gli agricoltori e i pastori non riescono a svolgere regolarmente le loro attività, con ovvie conseguenze per la loro sussistenza. Ci sono inoltre delle voci insistenti che indicano come il progetto potrebbe essere “girato” a un’importante società degli Stati Uniti o dell’Africa Occidentale.
Come se non bastasse il mese scorso, un pastore di 16 anni è annegato nel tentativo di attraversare un canale di irrigazione realizzato dalla Senhuile. La società ha licenziato alcuni lavoratori e respinge la richiesta dei 37 villaggi dell’area interessata di porre fine al progetto.

Tutto ciò non fa che giungere alla conclusione che tutta questa annosa questione sia un fallimento e che sia inutile persistere. Come affermato anche da Davide Cirillo, ricercatore e membro del collettivo italiano Wots (Walking On The South, un collettivo che ha partecipato all’indagine) che da tempo lavora a stretto contatto con le comunità senegalesi: «Quale che sia la posizione di ognuno in merito a questioni quali lo ‘sviluppo’ o la gestione della risorsa ‘terra’, non è accettabile che una pluralità di soggetti continui a mostrare le realtà fattuali di campo e le prove concrete d’irregolarità incessanti commesse dall’impresa, ed essa si limiti a negarle o nascondere le divisioni, contraddizioni e conflitti in atto. Sono ormai 5 anni che persiste un conflitto legato a questo progetto. Non si può andare avanti cosi».