Congo, progetto Tridom
I primi risultati di un rapporto del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite su un progetto di conservazione ambientale nella Repubblica del Congo, denunciano violenze e abusi sulle popolazioni Baka, con la complicità di ong ambientaliste. In dubbio è l’intero modello di conservazione praticato nell’Africa centrale.

Centinaia di indigeni Baka picchiati e minacciati dai guardiaparco, nella Repubblica del Congo. È quanto emerge dai risultati preliminari delle indagini svolte dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) sul progetto di conservazione di Messok Dja. Le anticipazioni del rapporto, che non è stato ancora reso pubblico, sono state diffuse dal quotidiano britannico The Guardian.

Dalle anticipazioni emerge che la popolazione di cacciatori e raccoglitori sarebbe stata vittima, per anni, di abusi e violenze da parte delle guardie anti-bracconaggio. Secondo la bozza del rapporto i soprusi contro uomini, donne e bambini si sono verificati sia fuori dalle aree protette, negli accampamenti lungo le strade, sia nella foresta. Uomini Baka torturati, imprigionati e abusati. Queste sono alcune testimonianze che compaiono nel rapporto anticipato dal Guardian. Tra le denunce raccolte anche quella di una donna che accusa i guardiaparco di aver imprigionato il marito e di averlo maltrattato al punto che sarebbe morto poco dopo il rilascio.

La bozza è frutto delle indagini svolte dall’UNDP e, in particolare, dalla Social & Environmental Compliance Unit, l’unità che si occupa delle proteste delle comunità. La rimostranza da parte delle popolazioni Baka risale al 2018, quando le comunità denunciarono di essere state allontanate illegalmente dalla foresta. Alcuni rappresentanti della popolazione indigena accusarono i rangers di impedire loro l’ingresso nella foresta, di aver distrutto gli accampamenti e di mettere a rischio il loro stile di vita, strettamente connesso alla natura.

Il progetto di conservazione finito sotto i riflettori è il TRIDOM, (Tri National Dja-Odzala-Minkébé) che prevede la protezione di 178mila chilometri quadrati di foresta tra Camerun -dove con le stesse accuse il WWF è finito nell’occhio del ciclone nel 2017 -, Repubblica del Congo e Gabon. Si tratta di un’area transfrontaliera in cui vivono elefanti, gorilla, scimpanzé e bufali. L’elevata biodiversità è messa a rischio da traffici e bracconaggio, ma anche dalle attività minerarie, di taglio del legname e dalle piantagioni. Il progetto prevede anche la creazione di una zona protetta a Messok Dja, su quasi 1.500 chilometri quadrati.

Nel 2005 il WWF firmò con il governo della Repubblica del Congo un accordo per un programma di conservazione chiamato ETIC (Espace Tridom Interzone Congo) che prevedeva pattugliamenti e controlli, oltre al monitoraggio degli animali.

I finanziatori del progetto TRIDOM – per oltre 23 milioni di dollari – vanno dal Global Environment Facility allo stesso UNDP, dalla Commissione Europea, fino ad organizzazioni per la tutela dell’ambiente come il WWF, la Wildlife Conservation Society e compagnie private che si occupano del taglio del legname e della produzione di biocarburanti da palma da olio.

Sotto accusa, in particolare, l’operato del WWF che gestisce il progetto ETIC nella Repubblica del Congo e ha contribuito, tramite questo, al finanziamento, alla formazione e all’equipaggiamento delle guardie anti-bracconaggio.

A maggio dello scorso anno 14 organizzazioni firmarono una lettera aperta indirizzata al WWF, invitando ad un’indagine approfondita e trasparente a proposito delle attività di conservazione in diverse aree del mondo. Un invito a ripensare l’approccio alla conservazione, proteggendo e rispettando le comunità locali.

Nel mese di giugno 2019 anche la Commissione Europea chiese chiarimenti a proposito delle accuse di maltrattamento e violazione dei diritti delle popolazioni indigene Baka. In quell’occasione la commissione invitò il WWF a fornire informazioni dettagliate sulle procedure di controllo, sui meccanismi di inchiesta e di raccolta delle rimostranze. Sotto la lente della commissione finì anche il consenso libero, previo e informato sul progetto di Messok Dja. Per chiarire la sua corretta applicazione venne richiesta una missione sul campo di ong indipendenti.

In una dichiarazione pubblicata sul suo sito, il WWF sottolinea la preoccupazione per i risultati emersi dalla bozza del rapporto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite. Evidenzia la volontà di capire quello che è successo e se siano stati violati i diritti umani delle popolazioni indigene. Il WWF, inoltre, mette in dubbio l’attualità delle accuse perché la visita sul campo risale ad un anno fa. In particolare, l’organizzazione per la tutela della natura sottolinea le recenti iniziative messe in atto per il coinvolgimento delle comunità interessate dal progetto. Il WWF afferma di aver rivisto, nell’ultimo anno e mezzo, l’approccio, trovando soluzioni insieme alle comunità. L’organizzazione precisa anche il coinvolgimento del governo congolese: guida del progetto e datore di lavoro dei ranger.

Il rapporto preliminare anticipato dal Guardian, oltre a denunciare le violenze, mette in dubbio il modello di conservazione proposto e praticato nell’Africa centrale, che esclude le popolazioni indigene e le mette in pericolo invece di affidarsi a loro.

Della stessa opinione è anche Survival International, il movimento a sostegno delle popolazioni indigene, che da anni segue la vicenda dei Baka e denuncia le violazioni dei diritti umani nei loro confronti. L’organizzazione sottolinea come i Baka siano stati derubati dalla loro terra dalle compagnie turistiche, dalle aziende del taglio del legno, della palma da olio e dalle stesse ong della conservazione.

Marta Gatti è curatrice del blog sull’ambiente Mabelé: la terra sotto i piedi