Ciclismo nel continente
La più importante corsa a tappe vede quest’anno al via una squadra sudafricana, la Continental Mtn-Qhubeka, che schiera due giovani eritrei considerati dei potenziali campioni. Sono il frutto di un movimento in forte crescita.

Nello sport, quando si parla di Etiopia ed Eritrea, la mente corre subito ai veloci mezzofondisti in grado, insieme ai kenyani, di sbancare Olimpiadi e Mondiali. Ma ora gli atleti dell’altopiano si stanno facendo strada, è proprio il caso di dirlo, nel ciclismo.

Fino a due mesi fa, i ciclisti etiopi ed eritrei erano conosciuti solo dagli addetti ai lavori. Poi, verso la fine di aprile, è apparsa una notizia sui media specializzati: un etiope correrà il Giro d’Italia (9 al 31 maggio 2015). Tsgabu Grmay Gebremariam, 23 anni da Macallè, non è un campionissimo, però ha un curriculum di tutto rispetto. Buon dilettante, nel 2010 entra nel Centro mondiale di ciclismo (una sorta di università per ciclisti) ad Aigle in Svizzera. Nel 2012 viene tesserato dal team sudafricano Continental Mtn-Qhubeka e riesce a debuttare tra i professionisti. L’anno seguente arriva la prima vittoria nella quinta tappa del Giro di Taiwan.

E, da quel momento, i successi continuano ad arrivare. Nel 2013 e nel 2014, si laurea campione etiope su strada in linea e a crono. Nel 2015 vince la cronometro individuale maschile per la categoria élite ai campionati continentali africani di ciclismo: primo ciclista etiope della storia a conquistare un titolo africano. Partecipa al Tour Down Under (11° in classifica generale, a 1’ dal vincitore Rohan Dennis), alla Tirreno-Adriatico (51° nella generale e 8° tra i giovani), alla Volta Catalunya (dove ha chiuso al 91° posto) e al Giro di Romandia (61°). Le sue performance lo fanno notare ai dirigenti della Lampre-Merida che lo mettono sotto contratto. Il Giro d’Italia non lo vede tra i protagonisti, ma riesce comunque a terminarlo e a piazzarsi al 91° posto.

Con la partecipazione di Tsgabu al Giro sembrava essersi conclusa l’esperienza dei corridori del Corno d’Africa. È invece di questi giorni la notizia che due ciclisti eritrei saranno al via del Tour de France (4-26 luglio). Sono Merhawi Kudus e Daniel Tekle Haimanot (foto), entrambi di 21 anni. A differenza di Grmay, che milita in una formazione italiana, i due corrono per una squadra sudafricana: la Mtn-Qhubeka, il primo team africano ad affrontare la Grande Boucle. Cinque dei nove corridori della squadra provengono dall’Africa: oltre ai due eritrei, di cui si è già detto, militano tre sudafricani: Jacques Janse van Rensburg, Reinardt Janse van Rensburg e Louis Meintjes.

Sette federazioni
«I suoi colleghi dicono che Tsgabu è un buon corridore – osserva Marco Pastonesi, inviato de La Gazzetta dello Sport” ed esperto di ciclismo – e vedendolo correre posso confermare che ha una buona pedalata. Merhawi Kudus e Daniel Tekle Haimanot invece sono potenzialmente due campioni. Tekle Haimanot ha già vinto il premio per il miglior scalatore nel Tour de Faso. Kudus è quotato come un asso, una stella. Vedremo cosa ci dirà il futuro…».

Tsgabu, Kudus e Tekle Haimanot sono le punte di diamante di un ciclismo africano in grande crescita. Le federazioni di Burkina Faso, Egitto, Eritrea, Etiopia, Marocco, Rwanda, Sudafrica possono contare su molti praticanti e sono in grado di organizzare gare singole o a tappe. «Attenzione però – mette in guardia Pastonesi – sono federazioni poverissime. In larga parte dipendono dagli aiuti internazionali che inviano biciclette, pezzi di ricambio e abbigliamento. Quando gli aiuti finiscono, le federazioni sono in difficoltà».

Tra le gare africane più importanti ci sono il Giro del Marocco, quello del Burkina Faso, ma lentamente sta emergendo anche quello del Rwanda, una corsa sulla quale il paese sta investendo molto. Al Tropicale Amissa Bongo, corsa a tappe maschile di ciclismo su strada, che si svolge in Gabon, si iscrivono anche squadre professionistiche italiane e francesi.

Quando vedremo un atleta africano sul podio di una classica europea? «Gli atleti africani sono potenzialmente fortissimi – conclude Pastonesi – . La povertà rende le persone più avvezze al sacrificio perché le abitua agli sforzi fisici. Se non hai l’automobile o la moto, sei costretto ad andare a piedi o in bicicletta e così alleni naturalmente il tuo fisico. Un po’ come avveniva anni fa in Italia. Difficile dire quando i ciclisti africani diventeranno protagonisti. Alcuni giornalisti sostengono che ci vorranno almeno dieci anni. Io credo che tra cinque anni vedremo vincere gli africani sulle nostre strade, così come vincono sulle piste di atletica».

Nella foto in alto il ciclista eritreo Daniel Tekle Haimanot.