Polemiche sul regista di "Timbuktu"
Abderrahmane Sissako è accusato di aver fatto un film pluripremiato contro i jihadisti in Mali per «difendere il bilancio di un regime repressivo e corrotto» qual è quello mauritano, e di cui il regista è stato consulente. Fespaco indeciso se metterlo in cartellone per il festival che inizia domani e si chiude il 7 marzo.

Il bello della democrazia all’europea. All’indomani del trionfo, il regista mauritano Abderrahmane Sissako si ritrova con i suoi 7 trofei ai César (gli Oscar francesi del 21 febbraio scorso) per il film Timbuktu, ottenuti nel vortice di una polemica senza scampo. Non viene messo in dubbio il suo genio di regista, bensì il ruolo, benché mai ufficialmente assunto, di consigliere culturale del presidente mauritano Mohamed Ould Abdel Aziz. E poi c’è che il Fespaco, il più grande festival cinematografico panafricano, deve decidere, per «ragioni di sicurezza» se ritirarlo o meno dalla competizione prevista dal 28 febbraio al 7 marzo a Ougadougou, capitale del Burkina Faso.

Che si rimprovera a Sissako? Di non parlare mai del suo paese, dei suoi mali. Di essersi issato a icona di spirito libro e resistente, mentre consiglia il controverso presidente mauritano in quanto suo consigliere culturale. Sissako uomo di punta di un cinema mauritano inesistente.

È stato il giornalista Nicolas Beau, sul suo sito Mondafrique.com a scatenare la polemica contro il cineasta. In un articolo dal titolo Abderrahmane Sissako, una farsa mauritana, Sissako viene accusato di aver fatto un film contro i jihadisti in Mali per dissimulare e così «difendere il bilancio di un regime repressivo e corrotto» qual è quello mauritano. E soprattutto, sempre secondo Nicolas Beau, di occultare il soggetto tabù della schiavitù ancora così presente in Mauritania. (Argomento di cui Nigrizia ha parlato nell’ultimo numero di marzo)

Naturalmente Sissako si difende: «Essere consigliere del presidente non è un crimine e sono fiero di dare visibilità forte e bella al mio paese che ne ha tanto bisogno». Sì però…si capisce meglio ora l’elogio sperticato che al momento del ritiro dei César, lui uomo solitamente riservato, ha fatto giubilando «la Francia, paese meraviglioso, perché capace di levarsi contro l’orrore, la violenza, l’oscurantismo». Che ne pensano gli africani tanto provati dai giochi sporchi della Françafrique? E poi vien fuori anche che il luogo dove Timbuktu è stato girato, Oualata, è una città-incubo per i prigionieri politici neri, torturati e uccisi nelle carceri di questo ex forte coloniale.

Nel 2011, Ousmane Diagana aveva voluto focalizzare la cinepresa sulla ferita della schiavitù, soggetto tabù in Mauritania. E il giovane cineasta mauritano Djibril Diaw vive in esilio a Parigi dopo essere stato censurato nel suo paese. Aveva raccontato recentemente in maniera brillante un’altra Timbuctù, in Mauritania però, per mostrare i partigiani a Donaye, villaggio divenuto simbolo dell’ingiustizia contro i neri dopo gli arresti, le esecuzioni, i massacri, la deportazione e lo spostamento di migliaia di nero-mauritani dopo gli «avvenimenti del 1989 » in Mauritania.

Il grande pubblico scopre così che al di là della poesia, Abderrahmane Sissako e Timbuktu non offrono tutte le garanzie per ergersi a simbolo universale e unanime di resistenza. Resta però che Timbuktu entrerà bella storia del cinema come il primo film africano a essere stato visto da più di un milione di francesi!

Evidentemente Sissako non è un artista ribelle che sfida apertamente i tabù in nome della libertà, come il cinese Ai Weiwei o il regista iraniano Jafar Panahi, che ad ogni occasione e in ogni film clandestino sfidano le autorità dei loro rispettivi paesi.

Timbuktu sarà ritirato dunque dalla competizione panafricana di Ouaga? Sarebbe cedere al ricatto e soprattutto sarebbe il peggio per un cineasta. E poi, il popolo del Burkina che ha vinto la sua battaglia contro l’eterno Compaoré avrebbe diritto a godersi Timbuktu, cioè a condividere i valori che il film contiene.

Nella foto in alto il regista mauritano, Abderrahmane Sissako, dopo la premiazione nella quarantesima edizione dei César che si è chiusa al Theatre du Chatelet di Parigi il 21 febbraio.
Sopra il video del Traile del film “Timbuktu” e nella foto il presidente mauritano, Mohamed Ould Abdel Aziz.