Costa d’Avorio: l’Onu resta
Rinnovata per altri sei mesi la missione Onu in Costa d’Avorio. Ma nonostante le compatte pressioni internazionali il presidente uscente Gbagbo non sembra intenzionato a cedere il potere: tiene in pugno il sistema mediatico e si circonda di mercenari. Le Nazioni Unite denunciano gravi violazioni dei diritti umani e Ouattara lancia un appello alla “disobbedienza al governo fantoccio”.

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L’Onu non allenta la pressione sul presidente uscente Laurent Gbagbo. Così come richiesto dal suo rivale Alassane Ouattara, il Consiglio di Sicurezza ha adottato ieri all’unanimità una risoluzione che rinnova per altri sei mesi (fino al 30 giugno 2011) il mandato dell’Onuci, la missione di peacekeeping schierata, dal 4 dicembre, a protezione di Ouattara.

 

Non solo. Per la prima volta, infatti, una risoluzione delle nazioni Unite riconosce esplicitamente la vittoria di Ouattara al ballottaggio presidenziale del 28 novembre, anche se non cede alle richieste da lui avanzate nei giorni scorsi in merito ad un ampliamento del contingente, schierato anche a protezione del suo quartier generale ad Abidjan: 8.650 uomini, di cui 7.200 caschi blu e 1.250 poliziotti.

 

Il giorno prima della riunione a Palazzo di Vetro il Segretario generale Ban Ki-moon aveva ribadito che «Ogni attacco contro le forze Onu sarà considerato un attacco contro l’intera comunità internazionale ed i responsabili di tali azioni saranno consegnati alla giustizia». Il riferimento è ad oltre 50 omicidi e più di 200 ferimenti avvenuti durante lo scorso fine settimana, ma anche a centinaia di sequestri compiuti, casa per casa, nei giorni scorsi “da individui armati in uniforme militare” come denunciato ieri dall’Alto commissario Onu per i diritti umani. I corpi di 65 persone uccise sarebbero stati rinvenuti nel quartiere di Abobo, feudo dei sostenitori di Ouattara ad Abidjan, secondo quanto denunciato ieri dal suo portavoce, Kandia Kamara.

 

La risposta del presidente uscente alla linea dura dell’Onu arriva oggi per bocca del ministro degli Interni, Emile Guirieoulou ed è altrettanto ferma: “Se le forze di pace delle Nazioni Unite si ostinano a rimanere nel paese dopo che è stato intimato loro di andarsene, potrebbero essere trattati come ribelli”.

 

Le pressioni delle Nazioni Unite, così come le sanzioni imposte nei giorni scorsi dall’Unione europea nei confronti di Gbagbo, dei famigliari e del loro entourage evitano, per il momento, che il braccio di ferro degeneri in un nuovo conflitto. Ma è uno stallo appeso ad un filo. Falliti i tentativi di mediazione dell’ex presidente sudafricano Tabo Mbeki e di quello della Commissione dell’Unione africana Jean Ping, a preoccupare è adesso la conferma, arrivata sempre ieri dal capo delle operazioni Onu di mantenimento della pace, Alain Le Roy, dell’ingresso nel paese di mercenari liberiani e angolani assoldati da Gbagbo per rinforzare le fila delle Forze di difesa e di sicurezza (Fds) e dei “giovani patrioti” di Charles Blé Goudé, ministro della Gioventù e del Lavoro nonché uno degli uomini politici tra i più potenti del paese.

 

Il presidente uscente, intanto, tiene ben strette le redini del potere. Dal Palazzo presidenziale domina la stampa e mezzi di comunicazione. Nei giorni scorsi è stata impedita la pubblicazione di quotidiani indipendenti o anti-governativi – tornati in edicola solo ieri – e le organizzazioni internazionali denunciano tentativi di censura, violenze e intimidazioni nei confronti dei giornalisti stranieri impegnati a documentare gli eventi. E Ouattara, per voce del suo primo ministro Guillaume Soro, oggi rilancia con un appello agli ivoriani a “disobbedire al governo fantoccio” del suo rivale “fino al momento della sua uscita di scena”.

 

(In audio l’analisi di p. Aurelio Boscaini, missionario comboniano ed ex direttore di Nigrizia, estratta dal programma radiofonico Focus curato da Michela Trevisan e Ismail Ali Farah)