Dal numero di febbraio: Mozambico, migrazioni e frontiere
Ogni anno, sono decine di migliaia le persone che tentano di dare una svolta alla loro vita, approdando nel “paese arcobaleno”. Molti sono mozambicani e indocumentados. Abbiamo seguito le loro tracce.

Ressano Garcia – La poliziotta di frontiera è seduta all’ombra, a pochi passi dalla rete di confine con il Sudafrica – tre linee di filo spinato – e mi guarda sospettosa. Questa donna bianca con la macchina fotografica vuole passare il confine illegalmente o no? Decide di essere possibilista: «Non si può passare, ma qualche volta lo permettiamo. Basta mettersi d’accordo». Cioè pagare.

È lunga la lista della spesa per entrare in Sudafrica clandestinamente. Si entra dapprima in contatto con un “mariano”, uno dei tanti intermediari che aspettano alla fermata dei chapas, i pulmini che da Maputo arrivano a Ressano Garcia, situata a nord-ovest della capitale. Con lui si stabilisce ora e luogo di ritrovo. Il prezzo dipende dal numero di persone, dalla loro età e perfino dal tempo meteorologico. La cifra può comprendere il pagamento delle guardie. Altre volte, si deve contrattare all’arrivo, ma è più rischioso: meglio non far innervosire la polizia di frontiera, se vuole essere pagata di più, perché potrebbe mandare all’aria tutto. Basta appostarsi vicino alla rete piena di buchi, a poche centinaia di metri dalla dogana, per averne conferma: con passo spedito, il “mariano” conduce fino a 3-4 migranti dall’altra parte del confine, si avvicina alle guardie sudafricane e conclude l’affare. Poi s’incammina con i suoi clienti.

Il flusso di mozambicani che attraversa la frontiera illegalmente non è più un fiume in piena. Oggi scorre lento e costante: non fa rumore, ma non si ferma mai. L’immigrazione fa vivere la città: a Ressano, o sei “mariano” o cambi denaro da meticais a rand e viceversa. Conti alla mano, il costo del passaggio clandestino verso Pretoria può essere fino a 6 volte quello di un passaporto, che vale 150 meticais (circa 4 euro). Ma la disinformazione è massima e spesso il prezzo dei documenti varia a seconda del livello di corruzione degli enti locali.

Pedro ha 17 anni, vive a Maputo, a pochi passi dalla discarica, dove lavora raccogliendo e rivendendo rifiuti. È convinto che un passaporto costi 1.500 meticais: «È una cifra per me irraggiungibile. Per questo sono entrato come clandestino». Per due volte ha cercato di fare fortuna in Sudafrica, ma non gli è andata bene. «Sono finito a vendere patate sulla strada. Ho pensato che, se dovevo fare la stessa vita che facevo qui, era meglio tornare tra la mia gente».

Sono molti però, anche se rimpatriati, a tentare più e più volte di varcare il confine. Il comando di polizia di Maputo afferma che nei soli primi 15 giorni di dicembre sono stati riportati in Mozambico 418 violadores de fronteiras, tra cittadini nazionali e stranieri. Nello stesso periodo, a Ressano Garcia sono stati arrestati 228 cittadini che stavano cercando di entrare illegalmente in Sudafrica. Il 21 dicembre, a Komatipoort, prima città sudafricana dopo il confine, è stato fermato un camion con a bordo oltre 200 mozambicani: nessuno aveva il passaporto, tutti viaggiavano come sardinhas em latas.

Rimpatri forzati
Non ci sono dati precisi. Secondo il Southern Africa Migration Project (centro di ricerche che studia l’immigrazione nell’Africa australe) nel 2007 sono stati 150mila i mozambicani diretti in Sudafrica, ma è una cifra sicuramente sottostimata. Negli ultimi due anni, la frontiera tra i due paesi ha continuato a essere “calda”. Nel 2008, prima la crisi economica in Sudafrica e poi le violenze xenofobe scoppiate nelle township delle maggiori città, hanno costretto al ritorno 35mila stranieri, tra cui molti mozambicani. Inoltre, la crisi politica e sociale in Zimbabwe, dopo la rielezione del presidente Mugabe nel giugno 2008, ha aumentato la pressione sull’area di confine tra i tre paesi.

Nel 2009, la situazione in apparenza si è normalizzata: poco clamore, molta decantata collaborazione tra Pretoria e Maputo sui flussi di lavoro, anche a livello legislativo. Le compagnie sudafricane organizzano pullman da Ressano, regolarizzando i lavoratori diretti alle miniere. Le campagne d’informazione di volontari e missionari cominciano a registrare risultati: il numero di migranti legali è aumentato. Ma i rimpatri forzati continuano. I datori di lavoro sudafricani ritardano i pagamenti, per far scadere il permesso di soggiorno e costringere gli stranieri a rientrare in patria senza salario. Lo raccontano i migranti che si fermano nel centro di accoglienza di Ressano, gestito dalle missionarie scalabriniane, che nel 2009 hanno ospitato 19mila rimpatriati dal Sudafrica, contro i 24mila del 2008.

Ma anche questo è solo un dato indicativo, visto che ogni giovedì arrivano a Ressano autobus sudafricani carichi di indocumentados, che vengono fatti ammassare nel cortile della caserma di polizia. Molti arrivano da Lindela, famigerata prigione dove i carcerati subiscono pesanti violenze. «Fino a un paio di anni fa, ogni giovedì sera era uno spettacolo terribile: arrivavano anche 10 autobus carichi di feriti, debilitati, malati. Dicevano che il cibo della prigione era avvelenato, non riuscivano a mangiare, non veniva data loro acqua». Così racconta suor Valderis, responsabile del centro: «Oggi i prigionieri continuano a essere picchiati. Viene loro strappato il passaporto. Arrivano stanchi, spaventati, senza niente. Ma quasi nessuno ha bisogno di cure. Molti ripartono per Maputo il giorno stesso. E non appena racimolano un po’ di soldi, ritentano l’avventura sudafricana».

Rifugiati verso Pretoria
Il “paese arcobaleno” non è un sogno solo per i mozambicani. «Il Mozambico è un corridoio verso il Sudafrica. Grazie agli accordi commerciali e alle convenzioni tra i due paesi, l’ingresso in Sudafrica è più facile per chi ha cittadinanza mozambicana», spiega suor Jakeline, anch’essa scalabriniana, responsabile a Maputo della Commissione episcopale per migranti e rifugiati (Cemirde). Per questo continuano ad arrivare in Mozambico indiani, arabi e cinesi, comunità che qui sono ben radicate. Soprattutto in alcune regioni. La costa, per esempio, è un grande cantiere: ditte cinesi e sudafricane stanno costruendo hotel e villaggi turistici. Le attività commerciali sono in mano a stranieri, soprattutto indiani. Per loro ottenere il passaporto mozambicano non è difficile: basta pagare.

Anche per i rifugiati il Mozambico è un trampolino di lancio per il Sudafrica. Chi possiede documenti rilasciati da Maputo ha l’ingresso agevolato. Pretoria rappresenta spesso una scelta obbligata, perché il governo mozambicano non può permettersi di sostenere i profughi. Quindi, niente rimpatrio, ma nemmeno aiuti. Le misure di controllo sono praticamente assenti e questo richiama rifugiati dai paesi confinanti. Qui è permesso uscire dai campi e cercare lavoro. E qualcuno lo trova.

Richard, fumettista, collabora con l’organizzazione non governativa italiana Movimento laici America Latina (Mlal) a Nampula. Disegna vignette per volantini e pubblicazioni. Jean Baptiste, in Mozambico da oltre 5 anni, lavora invece per la Cemirde. Lisette vive nella periferia di Maputo, frequenta un corso di sartoria e vuole aprire un’attività tutta sua. Sono scappati dalla Repubblica democratica del Congo, come la maggior parte dei rifugiati in Mozambico. A questi si sono aggiunti profughi dalla Tanzania, dalla regione dei Grandi Laghi e anche dall’Africa Occidentale e oltre. Racconta suor Carmela, comboniana, che a Nampula si occupa di rifugiati: «Una volta mi hanno chiamata d’urgenza dal campo profughi. Era arrivato per la prima volta un afghano ».

Traffico di minori
Riflettori accesi, attenzione internazionale, cantieri aperti in tutte le maggiori città sudafricane, in vista dei Mondiali di calcio che nel giugno 2010 per la prima volta si giocheranno in Africa. In Sudafrica si stanno costruendo stadi e impianti sportivi, che creano posti di lavoro e attirano disoccupati da tutta la regione. Ma non sono solo le autorità sudafricane e i tifosi di tutto il mondo a prepararsi: le associazioni per i diritti umani di tutta l’Africa australe ribadiscono da mesi che il traffico di minori sta aumentando.

Il Mozambico è un punto chiave di snodo, dove alle rotte dei migranti (interni e stranieri) e dei rifugiati si sommano quelle, ancora più nascoste e silenziose, dei bambini rapiti e venduti. Secondo Santac, network regionale contro il traffico di minori, i bambini trafficati in Mozambico arrivano dalle campagne, ma anche dai paesi più a nord, e da India e Thailandia. E sono oltre 30mila ogni anno. «Ma sono solo stime, che non c’è modo di verificare», afferma Francesca Pastorelli, coordinatrice del network: «I casi che registriamo rappresentano solo la punta dell’iceberg».

Com’è possibile allora affermare che il fenomeno è in aumento? «Riceviamo più segnalazioni di sparizioni, rapimenti e casi sospetti, ed è aumentato il numero di fermi e di arresti. C’è una percezione diffusa di aumento del flusso a tutti i livelli. Le autorità non stanno facendo abbastanza per contrastarlo. Il legame con i vicini Mondiali di calcio è, secondo noi, evidente: in Sudafrica sono attesi migliaia di uomini ricchi che si vogliono divertire». E i trafficanti non vogliono perdersi la festa.

 


 



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