Kenya / Terrorismo
Le gang armate di machete e coltelli che lunedì notte hanno provocato tre morti e sette feriti in alcune zone della città portuale di Mombasa, sarebbero una risposta ai raid compiuti dalle forze di sicurezza kenyane in alcune moschee sospettate di avere legami con Al-Shabaab. L'ultimo episodio di una guerra iniziata ormai da tempo e "orchestrata" dall'alto.

Dietro ai raid compiuti lunedì notte in alcune zone di Mombasa da gang armate di machete e coltelli, che hanno provocato tre morti e almeno sette feriti, ci sarebbero quattro persone «che stanno guardando alle elezioni generali del 2017».

Lo ha affermato ieri il capo delle forze armate della regione, Nelson Marwa, senza però meglio chiarire il senso di queste dichiarazioni e senza rivelare l’identità di questi soggetti. È quanto riporta l’edizione di ieri del quotidiano Daily Nation, secondo il quale Marwa ha anche annunciato l’arresto di sedici persone, accusate di aver fornito armi e droghe pesanti ai gruppi, composti da una trentina di giovanissimi, membri di gang che il quotidiano definisce «ben organizzate».

Violenze, dunque, commissionate. Una risposta chiara ai raid compiuti poche ore prima dalle forze di sicurezza in due moschee, sospettate di legami con le milizie jihadiste somale Al-Shabaab, operazioni conclusisi, lunedì, con un morto, 250 arresti e il sequestro di materiale di propaganda. Altri 109 arresti e il rinvenimento di esplosivi, sono il frutto di nuove perquisizioni, compiute ieri in altre tre moschee della città, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters.

Violenze come quelle di lunedì sono già avvenute nel recente passato, dopo l’uccisione a Mombasa – in tempi diversi ma con le stesse modalità – di due imam ritenuti legati alle milizie somale.
Gli eventi di lunedì sono, dunque, solo l’ultima battaglia di una guerra iniziata, di fatto, con l’ingresso delle forze armate kenyane in Somalia, nell’ottobre del 2011. Una guerra per il controllo della costa, territorio per la conquista del quale le forze jihadiste possono contare sulla disponibilità di una popolazione di giovani e giovanissimi poveri, con un basso livello di istruzione e senza alcuna prospettiva di impiego.

L’altissimo livello di corruzione delle forze di polizia e la notevole disponibilità econonica di queste milizie, giocano anch’esse un importante ruolo nel tentativo di dominio di questa fascia di territorio. Territorio che però, secondo i piani del governo, è destinato ad assumere un ruolo vitale nell’economia del paese, grazie al piano di sviluppo “Vision 2030“.

Così, se nella capitale Al-Shabaab punta ad azioni terroristicre ad alto impatto mediatico (l’ultimo il 21 settembre 2013 al Westgate Mall), è sulla costa, e in particolare nella regione di Mombasa, che ha posto le sue basi. Qui l’intelligence kenyana, che lavora a stretto contatto con quella britannica e israeliana, ha da tempo individuato nell’attività di alcune moschee, il centro di “reclutamento” di giovani.

Quest’anno le forze di sicurezza, dispiegate quotidianamente con check-point mobili lungo l’unica arteria stradale costiera che collega il confine somalo con quello tanzaniano, hanno già intercettato almeno due carichi di armi ed esplosivo e individuato numerosi centri di addestramento all’interno della foresta.

Il pericolo maggiore è però rappresentato dal legame di questi gruppi armati con figure legate alla politica locale e ad interessi speculativi sul controllo dei terreni coinvolti nel piano di sviluppo. Un legame ancora tutto da dimostrare, ma che troverebbe conferma nelle dichiarazioni rilasciate ieri alla stampa da Marwa.

Nella foto in alto dei poliziotti kenyani di fronte alla moschea Masjid Swafaa dopo l’operazione condotta ieri a Mombasa nell’area di Kisauni. (Fonte: Reuters/Joseph Okanga)