Prove di massacri dell’esercito nel Sudan centrale - Nigrizia
Conflitti e Terrorismo Sudan
Un nuovo rapporto indipendente documenta “un ampio campione di atrocità motivate dalla razza” negli stati di Gezira e Sennar
Prove di massacri dell’esercito nel Sudan centrale
I ricercatori parlano di “uno sterminio di popolazione selezionata” e di “pulizia etnica” nei confronti delle comunità contadine dei kanabi, rastrellati e giustiziati in massa dalle Forze armate sudanesi e dalle milizie islamiste alleate
18 Dicembre 2025
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 5 minuti
Militari delle SAF a Khartoum

Non passa giorno senza che dal Sudan provengano informazioni su crimini efferati contro la popolazione, vittima primaria in un conflitto tra l’esercito nazionale (SAF) e le milizie delle Forze di supporto rapido (RSF) che ha portato il paese al collasso e la gente alla fame.

Il 16 dicembre è stato diffuso il rapporto del LightHouse Reports – media outlet che usa partnership e innovazione tecnologica per migliorare l’investigazione giornalistica – intitolato The Kanabi Killings (L’uccisione dei kanabi) che chiarisce quanto avvenuto negli stati di Gezira (o Al Jazirah) e Sennar, la zona agricola per eccellenza del Sudan nella parte centrale del paese, durante l’offensiva dell’esercito per riprenderli alle RSF, che li controllavano dal dicembre 2023.

I lunghi mesi di presenza delle RSF erano stati segnati da violenze, stragi, incendi di villaggi, attacchi alla società civile e altro. Ma le operazioni delle SAF e delle milizie alleate, generalmente orientate all’islamismo radicale, non si sono rivelate “liberatore”. Anzi, violenze e abusi sono continuati e sono stati diretti soprattutto verso certi gruppi etnici, generalemnte percepiti come sostenitori del nemico.

Massacri di civili inermi erano stati già denunciati da attivisti, testimoni oculari, organizzazioni internazionali  per la difesa dei diritti umani e dall’ONU, ma il rapporto presentato nei giorni scorsi mostra le prove che “le Forze armate sudanesi e le milizie alleate hanno sistematicamente colpito le comunità contadine dei kanabi negli stati di Gezira e Sennar sulla base della loro appartenenza etnica”.

Lo dice il Sudan War Monitor – un’iniziativa di giornalisti e ricercatori che documentano quotidianamente l’evolversi del conflitto sudanese sul terreno – presentando la ricerca cui ha partecipato, insieme alla CNN e al Yale’s Humanitarian Research Lab, progetto della facoltà di medicina dell’Università statunitense di Yale che si propone di proteggere la salute di popolazioni minacciate da crisi.

Il rapporto documenta specifici episodi avvenuti tra il 2024 e il 2025 e stabilisce “un ampio campione di atrocità motivate dalla razza”.

Vittime di “pulizia etnica”

Vittime le comunità contadine conosciute come kanabi, o kambo al plurale, (parole che indicano anche i loro insediamenti) affluite nella zona nel passato, soprattutto a partire dal 1925, per la costruzione dello schema irriguo di Gezira, in piena epoca coloniale, per partecipare allo sviluppo agricolo del paese.

Provenivano da altre regioni, soprattutto dal Darfur e dal Kordofan, e anche dai paesi confinanti. La loro integrazione è sempre stata ostacolata dai governi sudanesi a causa della lo appartenenza etnica. Molte vivono ancora ai margini delle comunità autoctone, in estrema povertà, senza vedersi riconosciuti i diritti di cittadinanza.

Si tratta, in definitiva, di popolazioni africane non arabizzate, sottoposte allo stesso tipo di emarginazione patito dalle popolazioni autoctone del Darfur, del Kordofan e del Sud Sudan.

Joy Ngozi Ezeilo, del team di esperti indipendenti dell’ONU che ha indagato la situazione, ha dichiarato alla CNN che gli attacchi contro le comunità kanabi erano diffusi e facevano pensare “ad uno sterminio di popolazione selezionata” e “a pulizia etnica”.

Corpi nei canali, bruciati e in fosse comuni

I corpi delle vittime venivano buttati nei canali dello schema irriguo. Nel corso della ricerca sono stati indagati diversi siti.

Un militare arrivato nella zona con i primi contengenti delle SAF, testimone e accusatore degli abusi, una sorta di “gola profonda” insomma, ha detto che un gran numero di kanabi furono arrestati e giustiziati. I loro corpi furono buttati nel canale più importante dello schema irriguo, nella zona di Wad Al-Na’eem, a ovest di Wad Madani, il capoluogo dello stato di Gezira.

Nell’area, i ricercatori che hanno scritto il rapporto, hanno trovato anche una fossa comune. Testimonianze dicono che molti corpi sono stati accumulati da scavatrici e bruciati nella zona di un checkpoint, quello nelle vicinanze del Bika Bridge.

Un’altra fonte parla di almeno 500 persone arrestate, giustiziate e buttate nel canale: morti, ma anche feriti.

Sono alcuni episodi del lungo elenco di atrocità contenute nel rapporto, denunciate da testimoni oculari e verificate dal gruppo dei ricercatori che hanno raccolto anche numerosi video.

Massacri pianificati e amplificati da discorsi d’odio

Tutti o quasi gli episodi riportati sono concentrati tra l’ottobre 2024 e il gennaio 2025, in concomitanza con l’offensiva delle SAF e il progressivo ritiro delle RSF. La coincidenza fa pensare ad una sorta di vendetta nei confronti delle comunità kanabi, tanto più che nello stesso periodo era in atto una sorta di campagna alimentata da discorsi d’odio, anche di alti gradi del regime, che li accusava di aver sostenuto le RSF.

Secondo una fonte militare, la campagna contro le comunità kanabi sarebbe stata preparata dal reclutamento di certi gruppi etnici loro antagonisti, organizzato dall’esercito e dal movimento islamico che lo sostiene. In questo modo  sarebbero state formate e armate milizie locali alleate incaricate dei massacri.

L’uso di milizie locali avrebbe facilitato la narrativa che si trattasse di scontri intercomunitari locali. Ma testimoni dicono di aver sentito che gli ordini per le operazioni sarebbero arrivate dall’alto, dai kizan, un vocabolo di slang che indica politici di orientamento islamista.

Il governo di Port Sudan, diretto dal generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante delle SAF, ha più tardi formato una commissione per indagare su quanto avvenuto. Ma l’inchiesta ufficiale non gode di supporto e fiducia tra i sopravvissuti delle comunita kanabi.

Uno di loro, ancora adesso lontano dal suo villaggio, ha osservato che niente è stato fatto finora per assicurare che giustizia sia fatta. La sua percezione è chiara: “Questi criminali non vogliono che ritorniamo nella zona”.

Intanto foto satellitari mostrano che è molto diminuito il terreno coltivato, in una zona agricola che è la più vasta e fertile del paese. La pulizia etnica nei confronti delle comunità kanabi, tradizionalmente impegnate in agricoltura, avrebbe dunque una forte ripercussione anche sulla produzione di cibo, in un paese in cui la gente non ha di che alimentarsi.

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