Prove tecniche di collaborazione artistica paritaria tra Italia e Africa
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Di cosa si è discusso nella due giorni di convegno sulla cooperazione culturale improntata al 'Piano Piaggia'
Prove tecniche di collaborazione artistica paritaria tra Italia e Africa
04 Novembre 2025
Articolo di Redazione
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Foto di gruppo al termine della prima serata del convegno, impreziosita dalla visione dello spettacolo BAMBU, nello spazio SPAM! di Porcari - Foto: Massimo Bianchini / Aldes

«L’Europa non solo sceglie gli artisti con cui rappresentarsi in Africa, ma anche quelli con cui rappresentare l’Africa in Europa». È uno squilibrio da riconoscere e da sanare quello sottolineato da Roberto Castello, coreografo tra i più importanti in Italia, da anni impegnato in collaborazioni con artisti africani. Le sue parole arrivano in apertura del convegno sulla cooperazione culturale tra Italia e Africa, svoltosi il 28 e 29 ottobre in provincia di Lucca, nei comuni di Porcari e Capannori. 

Due giorni di riflessioni ideate da Castello e organizzate con la sua associazione Aldes. Ad animarla: artisti e programmatori culturali da differenti Paesi africani (tra cui Nigeria, Sudafrica, Burkina Faso e Madagascar); loro omologhi italiani; accademici; funzionari del Ministero degli Esteri e dell’Unione Europea. Nigrizia ha partecipato in veste di co-organizzatrice. 

Alla ricerca dell’orizzontalità

I molti dibattiti hanno ruotato intorno a un tema centrale: come assicurare un rapporto orizzontale tra Italia e continente africano nel campo culturale.

La risposta richiede prima di tutto il riconoscimento di uno dei problemi di base. Il nostro paese, al pari di altri Stati europei e del Nord America, soffre ancora di una tendenza diffusa: apprezza l’Africa per il suo patrimonio tradizionale, ma sorvola sulla sua produzione di arte contemporanea. Nonostante quest’ultima rappresenti la parte più viva dell’attività culturale odierna, e non abbia nulla da invidiare a quanto realizzato in altre aree del mondo. 

Da qui l’invito ad adottare uno sguardo più aperto, in linea con il titolo del convegno: “Le ragioni di un Piano Piaggia: per un rapporto paritario e non predatorio tra Italia e Africa subsahariana.”

Esempi di sguardo positivo

Il piano in questione non esiste. Pensarlo è un modo per lanciare una provocazione e proporre un contraltare culturale al Piano Mattei. Prende spunto da Carlo Piaggia, esploratore  nella seconda metà dell’Ottocento delle zone del Nilo in Africa (nell’odierno Sudan e Sud-Sudan), nato e cresciuto a Capannori. Nel 2027 si celebreranno i duecento anni dalla nascita di questo illustre cittadino, che è ricordato per la curiosità e il rispetto dimostrato verso le popolazioni con cui entrò in contatto. Gli interessi commerciali o evangelizzatori tipici dell’epoca non lo animavano.

Durante il convegno, Luca Menesini, già sindaco di Capannori e oggi membro del Comitato europeo delle regioni, ha sottolineato come sia «importante riscoprire queste dinamiche di apertura verso l’altro, in una fase in cui sembriamo chiuderci sempre di più. Soprattutto perché per noi, nel Mediterraneo, l’interlocutore è l’Africa.»

L’assimilazione del mercato

Ogni disamina sull’arte nel continente africano deve fare i conti con le dinamiche peculiari del mercato. A differenza di quanto accade in Italia o in Europa, i finanziamenti pubblici mancano quasi del tutto. «E anche quando, in teoria, ci sono, di fatto possono rimanere inaccessibili per motivi burocratici e politici», come ha spiegato Sello Pesa, direttore artistico di base a Johannesburg, facendo riferimento al caso sudafricano. 

Il mercato locale è molto ridotto e gli artisti africani hanno cercato di intercettare i gusti dei compratori e committenti. Una scelta comprensibile dato che «l’Africa ha 54 paesi, ma possiamo dire che più del 90% del mercato artistico è in Europa e Nord-America», come ha rimarcato Alessandro Romanini, docente all’Accademia di Belle arti di Carrara e tra i massimi esperti italiani di arti visive africane. 

In un contesto simile, le dinamiche di assimilazione e omologazione sanno essere poderose. Lo ha riassunto con efficacia Ayoko Mensah, giornalista e curatrice d’arte franco-togolese di base a Bruxelles: «c’è quasi sempre un rapporto di potere squilibrato negli scambi tra artisti europei e africani. Questo si nota in particolare nel campo dell’arte contemporanea. In generale, ciò porta gli artisti africani a conformarsi maggiormente ai codici dell’arte contemporanea europea, invece di portare gli artisti europei a comprendere e integrare i linguaggi artistici ed estetici dell’Africa contemporanea». 

Mensah ha anche fornito un esempio: «a partire dagli anni Novanta, la Francia ha investito molto nello sviluppo di una certa danza africana contemporanea. Ciò rispondeva a una precisa domanda del mercato francese ed europeo. Si trattava essenzialmente di formare corpi neri a linguaggi coreografici capaci di piacere a un pubblico bianco. Il grande coreografo guineano Souleymane Koly, per esempio, ne era consapevole e denunciava questa imposizione che ignorava e disprezzava le espressioni coreografiche dell’Africa contemporanea.».

Nuove dinamiche di rappresentanza

Ma il quadro sta cambiando, a partire dalla nascita di nuovi spazi in loco. Romanini ha riportato come «oggi molti artisti africani si impegnano a formare artisti che mantengono le radici, ma sono pronti all’esportazione verso l’Europa. Penso a Kehinde Wiley, il fautore del programma di residenza artistica Black Rock a Dakar, o alle istituzioni culturali fondate a Tamale, nel nord del Ghana, da Ibrahim Mahama». 

L’esposizione verso l’esterno è anche in netta crescita e gestita da programmatori africani. È il caso di 1:54, che in pochi anni si è affermata come la più importante fiera dedicata all’arte contemporanea africana. Nata nel 2013 a Londra, dal 2018 ha luogo annualmente anche a New York e Marrakech.  Aumentano inoltre gli incarichi per curatori e curatrici africani. Nel 2024, la direzione della Biennale di Venezia 2026 era stata assegnata alla camerunense Koyo Kouoh, poi prematuramente scomparsa lo scorso maggio. 

Il mutamento in corso è già arrivato al punto di modificare l’influenza a senso unico tra Occidente e Africa. «È bello vedere gli artisti africani compiere una sorta di decolonizzazione attiva, che, sempre più, li porta ad affermare le proprie prospettive artistiche e a plasmare i gusti anche in altri continenti», ha chiosato Mensah.

Le culture africane (non) viste dal Piano Mattei

Secondo Romanini, in campo culturale, «gli italiani si muovono molto a tentoni e si basano molto sull’iniziativa personale. L’Italia, al pari di altri paesi europei, non sembra avere una programmazione definita per l’Africa».

Storicamente poi, «la politica culturale italiana in Africa è stata orientata verso la diffusione della nostra cultura nazionale –  ha sottolineato Maurizio Bungaro, diplomatico in pensione, con alle spalle 20 anni di attività in Africa occidentale – ma la funzione della cooperazione non dovrebbe limitarsi a questo; dovrebbe anche far conoscere la cultura dei paesi africani agli italiani. Bisogna muoversi in entrambe le direzioni».

Le lacune italiane nel settore appaiono particolarmente vistose in tempo di Piano Mattei, l’iniziativa lanciata dal governo Meloni nel gennaio 2024 e finalizzata a creare un primo progetto organico di rapporti tra Italia e Africa. A livello valoriale, si pregia di essere orientato verso ”una cooperazione paritaria e non predatoria”. 

Intento lodevole, ma che non ha ancora avuto modo di essere testato nella pratica. Le voci più critiche sospettano si tratti di un esercizio di marketing politico, in cui un approccio grossomodo standard alla cooperazione internazionale viene confezionato come qualcosa di significativamente diverso e nuovo.

Di certo, il focus è sugli scambi economico-commerciali e di spazio alla cultura se ne vede ben poco. Ecco perché il sottotitolo del convegno in Lucchesia recita ‘’per una cooperazione culturale davvero paritaria tra Italia e Africa’’ 

Rispetto alla frase chiave del Piano Mattei, si aggiungono le parole culturale e davvero. Del resto, operare uno scambio mutualmente benefico richiede conoscere le esigenze dell’altro, senza darle per scontate. Nelle parole di Castello «come pensiamo di fare commercio con popolazioni se non sappiamo nulla di loro?».

L’esempio BAMBU

I tanti discorsi teorici del convegno si appoggiavano su alcune pratiche concrete. Le serate di martedì e mercoledì sono state impreziosite da spettacoli di danza contemporanea, che offrivano una traduzione immediata e possibile a quanto discusso durante il giorno. 

Lo spettacolo Cheza del mozambicano Ernesto Aleixo, accompagnato alla batteria da Marco Martinelli, ha aperto la serata finale. Mentre la prima sera, si è potuta vedere la tappa conclusiva della tournée di BAMBU, un’altra creatura dell’officina creativa Aldes, all’interno del suo spazio SPAM! di Porcari.

È un progetto sperimentale di cooperazione culturale che ha portato in giro per l’Italia tre autori africani, Julie Iarisoa (di recente intervistata da Nigrizia), Aziz Zoundi e Humphrey Maleka provenienti rispettivamente da Madagascar, Burkina Faso e Sudafrica. 

I tre assoli di danza avevano debuttato ad inizio festival al Roma Europa Festival, il più importante evento di danza contemporanea in Italia. Con un totale di 9 date in 20 giorni – una densità di spettacoli più unica che rara per compagnie di danza contemporanea in Italia – BAMBU ha dimostrato l’esistenza di molti programmatori italiani interessati a iniziative del genere. 

Castello ha sottolineato a più riprese un punto chiave: l’assoluta parità di condizioni tra artisti africani e italiani che ha caratterizzato la tournée. Gli spettacoli sono stati venduti allo stesso prezzo di una compagnia italiana di quella caratura; gli artisti hanno ricevuto gli stessi pagamenti degli artisti italiani. 

L’aspetto del cachet non è secondario. Spesso, gli artisti stranieri si spostano solo per gli alti compensi di festival blasonati o eventi speciali. Il che crea un’aspettativa economica falsata rispetto alla stragrande maggioranza degli eventi disponibili sul mercato.  

Per Castello «un altro elemento fondamentale consiste nell’uscire dalla logica dell’eccezionalità, legata a un evento specifico. Senza fare questo passo, la conoscenza delle culture africane rimane nel campo del “lusso della cultura” come appannaggio di un piccolo gruppo, e resta molta ignoranza su ciò che davvero succede nell’arte africana. Bisogna rendere la presenza degli artisti africani una cosa normale, così da superare pregiudizi e stereotipi che è nell’interesse di tutti rimuovere».

La questione visti

Portare ospiti stranieri da un Paese africano all’Italia ha un costo non indifferente per ogni produzione. Ma il principale ostacolo non è tanto il prezzo dei biglietti aerei intercontinentali, quanto un altro aspetto, più ostico perché quasi del tutto imprevedibile: il visto d’ingresso. Ottenerne uno richiede mesi; può non arrivare mai; richiede sforzi logistici immensi; e il tutto a fronte di una discrezionalità amministrativa che rende l’esito estremamente incerto. 

Per il progetto BAMBU, Aldes ha collezionato una discreta collezione di storie dell’orrore in merito. Alcuni aneddoti sono usciti fuori in modo spontaneo nell’ultimo incontro svoltosi al teatro Artè di Capannori. In particolare, il danzatore Zoundi non ha nascosto la frustrazione che ha segnato il suo tortuoso processo di domanda del visto dal Burkina Faso.

Del resto, si tratta di un problema strutturale che, con intensità differenti, riguarda tutti i tipi di visti; quello per ragioni culturali non fa eccezione. 

Le prossime tappe

Nelle intenzioni degli organizzatori, il convegno non è stato che un punto di partenza per un percorso più ampio. 

All’orizzonte, ci sono l’espansione del progetto BAMBU, la stesura di un documento di sintesi delle discussioni emerse finora, e la creazione di un appuntamento annuale per sviluppare il dibattito sulla cooperazione culturale tra Italia e Africa.

L’iniziativa è stata promossa da ALDES in collaborazione con Nigrizia e ha visto il patrocinio e la collaborazione del Comune di Capannori, il sostegno di MiC (Ministero della Cultura), Regione Toscana, Fondazione Banca del Monte di Lucca, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, SAI – Sistema Accoglienza Integrazione, Odissea Cooperativa Sociale, Selene – Reliable. Responsible.

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