Periferie cuore della missione
«Verona ha un cuore grande. Ma le provocazioni a Verona servono». Ha esordito così don Giuseppe Mirandola, direttore del Centro missionario diocesano veronese, nel presentare la serata del primo ottobre, da anni tradizionale appuntamento che introduce la diocesi al mese missionario. Un’apertura ricca di “provocazioni” missionarie, proposte al teatro Camploy, spazio culturale anch’esso “provocatorio” in quanto situato nella zona più multietnica

Verona ha un cuore grande. Ma le provocazioni a Verona servono». Ha esordito così don Giuseppe Mirandola, direttore del Centro missionario diocesano veronese, nel presentare la serata del primo ottobre, da anni tradizionale appuntamento che introduce la diocesi al mese missionario. Un’apertura ricca di “provocazioni” missionarie, proposte al teatro Camploy, spazio culturale anch’esso “provocatorio” in quanto situato nella zona più multietnica della città.

Il mondo missionario veronese, presente in massa all’evento, si è confrontato col cuore del messaggio lanciato da papa Francesco in occasione della Giornata missionaria mondiale: “Periferie, cuore della missione”. Periferie geografiche e sociali ma anche periferie del cuore e degli affetti. Gli echi delle periferie “lontane” sono stati amplificati da testimoni missionari d’eccezione, capaci di “scaldare il cuore” di una platea attenta e coinvolta. Il racconto dei missionari vicentini don Giampaolo Marta e don Gianantonio Allegri, rapiti in Camerun e liberati il 2 giugno scorso dopo

57 giorni di prigionia, ha messo in luce una dimensione fondamentale della missione: la vicinanza con i poveri, nella povertà e nella spoliazione.

«Dobbiamo essere in missione anche qui in Italia, ripartendo dai poveri» sarà il programma dei due sacerdoti, nel loro prossimo impegno pastorale a Vicenza e in Africa. La toccante testimonianza di suor Teresina Caffi, amica e consorella delle tre suore saveriane trucidate in Burundi, ha ricordato che il cuore della missione è «dono della propria vita e beatitudine degli ultimi. Noi missionari dobbiamo essere grati ai poveri perché la loro vita ci insegna a contenerci, a limitarci nelle nostre esigenze». E soprattutto a capire quanto sia dura e tragica la “normalità” della vita quotidiana delle donne africane.

Eravamo in molti al teatro Camploy ad attendere la presenza del vescovo Giuseppe Zenti e del sindaco Flavio Tosi. Tutti sapevamo del grande rammarico del primo cittadino e del pastore della diocesi per l’annullamento della rappresentazione dell’opera rock “Il Primo Papa” sulla figura di san Pietro, in programma la stessa sera all’Arena di Verona. Una serata che aveva ricevuto l’entusiastico appoggio di Zenti, il quale, nella sua rubrica domenicale sul quotidiano locale, il 21 settembre ha scritto: «Tutto sarà devoluto in favore dei “poveri di papa Francesco”. Saranno cioè consegnati all’Elemosiniere del papa, che sarà presente e con lui forse qualche alto prelato, perché li metta nelle mani del papa. Nobilissimo scopo. Che da solo vale a sentirci invogliati a partecipare al musical. Massicciamente». Tutti coloro che avevano avuto notizia dell’annullamento del concerto in Arena, si aspetta- vano di vedere il vescovo all’in- contro del Camploy. Qualche malalingua aveva anche pensato che se alla serata missionaria del 1° ottobre fossero stati presenti alcuni prelati romani, lo stesso Elemosiniere del papa, mons. Konrad Krajewsky, e il sindaco leghista Tosi – di  certo il  più grande “amico” dei poveri, degli homeless, degli immigrati, dei nomadi di Verona e, ultimamente, dei lupi delle montagne della Lessinia – di sicuro il vescovo avrebbe occupato una poltrona della prima fila riservata agli ospiti illustri.

Ha però partecipato all’evento il profetico prete burattinaio veronese Marco Campedelli, che si esibisce in pubblico attraverso il simpatico burattino di un professore. Con voce pacata e profonda il professore marionetta ha chiuso la serata missionaria lanciando una serie di provocazioni assai “vicine” alla realtà veronese: «Questo quartiere di Veronetta (sede del teatro Camploy) è la zona più periferica rispetto al centro di Verona. Una “città invisibile” come dice Calvi- no. Qui c’è la maggior concentrazione di stranieri della città. È qui che bisognerebbe mettere l’università, aperta ai figli degli immigrati. Qui dovrebbero esserci le case delle suore e le sedi degli istituti religiosi, per fare la “teologia della vita”. Qui ci dovrebbe essere il seminario, con i preti in formazione che finalmente capirebbero i problemi delle persone e il linguaggio degli altri; potrebbero andare in cerca di un “mondo altro” senza stare in un “altro mondo”. Sono sicuro che se papa Francesco venisse a Verona, verrebbe proprio qui a Veronetta, e non certo in Arena a sentirsi un concerto rock».

Il 1° ottobre a Veronetta, la Chiesa veronese è stata messa in guardia dalla tentazione di andare all’assalto delle periferie con la “sindrome dei buoni”: pretendere di risolvere i problemi degli altri senza ascoltare nessuno. O, ancora peggio, andare nelle periferie per rimettersi di nuovo al centro.

Nella foto in alto una periferia brasiliana.

*Pablo Sartori è giornalista e redattore di Pm – Piccolo Missionario e Nigrizia, ed è stato missionario per sei anni in Perù.