Elezioni e Internet Shutdown
Da qualche anno a questa parte c’è un nuovo trend che caratterizza le politiche di molti paesi del continente africano. Non appena ha inizio un’elezione incerta o la popolazione oppressa mostra segni di insofferenza e tenta di organizzarsi per ergersi contro il potere, internet e social network vengono oscurati.

Mai sentito parlare del cosiddetto blackout o shutdown? È un’interruzione accurata e mirata di internet, dei social network e delle comunicazioni elettroniche, per renderli inaccessibili oppure inutilizzabili efficacemente. Oramai è una prassi molto comune fra i governi che vogliono esercitare un controllo sul popolo e soffocare eventuali rivolte. Oltre ad essere una chiara violazione di diritti umani come la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto ad informare e ad essere informati, è preoccupante che sia divenuto avvisaglia di gravi atti di violenza di Stato.

“Coprifuoco virtuale” a Libreville

L’ultimo caso è avvenuto in Gabon, ed è stato eclatante perché prolungato nel tempo. Il governo di Libreville ha fatto oscurare le comunicazioni lo scorso 31 agosto, subito dopo la pubblicazione dei risultati elettorali che hanno confermato Ali Bongo al potere per altri sette anni con un margine strettissimo sull’oppositore Jean Ping. Per cinque giorni la rete internet è stata resa inaccessibile mentre si consumavano scontri e proteste sulla regolarità del voto. Violenze nelle quali, tanto per dare un’idea, sono morte almeno sei persone, secondo fonti ufficiali (molte di più secondo le opposizioni), ci sarebbero stati almeno 1.000 arresti fra i dissidenti ed è stato addirittura incendiato il parlamento.
Successivamente, il 5 settembre, il governo ha imposto, senza annunciarlo ufficialmente, un “coprifuoco” delle comunicazioni. Ogni giorno per dodici ore, proprio durante la fascia oraria di maggiore utilizzo (dalle 18 alle 6 del mattino), web e social sono stati oscurati.

Grafico internet Gabon

Strumento in voga

Un provvedimento clamoroso e senza precedenti, certo, ma la lista di casi di internet shutdown durante disordini politici registrati di recente nel mondo, e in particolare in Africa, è lunga. Secondo l’organizzazione per i diritti digitali “Access Now” ci sono state almeno 40 gravi interruzioni della rete in 25 paesi nel 2016, contro le 15 documentate l’anno precedente. Nel 2015, i blackout intenzionali in Africa si sono verificati in Burundi, Congo Brazzaville, Repubblica Democratica del Congo (Rdc), Niger e Togo. A questi si sono aggiunti i casi dell’anno in corso come Algeria, Ciad, Uganda, Etiopia, Zimbabwe, Zambia e quello gabonese che ha portato l’attenzione sul tema.
Generalmente la tendenza dei governi è di ordinare questi blackout in momenti cruciali per la vita democratica dei loro paesi, come le elezioni. Ecco alcuni esempi africani del 2016: in Ciad lo scorso aprile, il governo ha bloccato i servizi internet e sms per almeno 48 ore durante il voto presidenziale che ha riconfermato Idriss Deby. Stessa storia il mese precedente in Congo Brazzaville ad opera del governo di Denis Sassou Nguesso, con tre giorni di stop. Prima ancora, in febbraio, era stato l’Uganda di Museveni a mettere il bavaglio a web e social per quasi quattro giorni, sempre durante il voto.  
L’obiettivo dichiarato dai governi è quello di mantenere “l’ordine pubblico e garantire la sicurezza” in contesti molto fragili, ma il reale intento sembra più quello di impedire ai movimenti di opposizione di organizzarsi e trasmettere informazioni non gradite ad una popolazione “facilmente influenzabile”. Specie durante il conteggio delle schede, che troppo spesso è caratterizzato dalla dubbia regolarità.

Blackout = violenza

Sempre più frequenti e allarmanti i casi nei quali il blackout coincide con gravi atti di brutalità repressiva attuati da governi per sedare rivolte e oppositori politici. Riflettendoci, se l’intento di un regime è quello di estirpare alla radice una minaccia con un’azione decisa che prevede una violazione delle leggi, è del tutto normale che si tenti di celarlo all’opinione pubblica. Il web, con il suo tam-tam, è l’occhio del popolo, e per questo va bendato per nascondere crimini e abomini.
Il Burundi ne è l’esempio principe. Dal 2015 il paese è nel caos a causa della rielezione incostituzionale del presidente Pierre Nkurunziza. Ciò ha generato forti manifestazioni di protesta che sono sfociate nel sangue per via di una soppressione violenta di qualsiasi antagonista al regime che ha causato più di mille vittime e migliaia di sfollati, oltre a esecuzioni extragiudiziali, torture e violazioni dei diritti umani. Molti di questi atti sono avvenuti proprio durante i numerosi blackout dei media.
Si pensi poi all’Etiopia, dove nelle regioni di Oromia e Amhara dal novembre dell’anno scorso sono esplose proteste antigovernative con centinaia di vittime fra i dimostranti e Addis Abeba ha bloccato più volte i servizi internet chiave, tra cui Twitter e WhatsApp, per isolare le regioni.
Anche in Zimbabwe il regime di Mugabe sta perdendo presa sul popolo, sfinito dalla crisi economica e alimentare. Da maggio di fronte all’espandersi di proteste partite da movimenti della società civile nati sul web, non ha potuto far altro che rispondere oscurando i social network e poi perseguitando e minacciando gli attivisti.

Collusione per profitto

Tutto questo in Africa è possibile soprattutto grazie al fatto che in molti Stati spesso è solo una la società fornitrice di comunicazioni e il più delle volte è anche sotto il controllo statale. La Gabon telecom, ad esempio, controlla il 92% degli indirizzi IP gabonesi.
In alternativa ci si trova in situazioni di oligopolio dove le poche aziende hanno strettissimi legami con il potere. Questi fornitori privati di servizi internet in molti casi ricevono l’ordine di shutdown dalle istituzioni sotto minaccia di sanzioni e di chiusura. L’operatore privato a quel punto fa una classica valutazione di costi e benefici. Il fine ultimo, manco a dirlo, è il profitto. Dunque, anche se interrompere le attività comporta gravi perdite economiche, vale la pena esser complici delle autorità perché è più importante mantenere la propria posizione dominante nel mercato del paese. Sia governi che aziende ottengono vantaggi e nessuno ha interesse a stabilire una cultura veramente democratica attorno all’accesso a internet.

Privilegio e non diritto

Nonostante l’Africa abbia ancora il tasso di accesso a internet più basso del mondo – 28 per cento rispetto a quasi il 50 per cento di media mondiale – la cifra è in rapido aumento. Secondo i dati di internetworldstats.com ci sono già 125 milioni di utenti Facebook nel continente.
La diffusione del web, e dei social network in particolare, sta avendo effetti positivi sull’emancipazione culturale. Mette in contatto un gran numero di individui, favorendo il dibattito e la partecipazione politica con la formazione di nuove idee. Sono sempre di più i paesi dov’è palpabile la maturazione di un opinione pubblica consapevole che, attraverso i movimenti cittadini (tema trattato da Nigrizia in un dossier dal titolo “Pane, web e…partecipazione”), porta alla mobilitazione e alla lotta sociale attraverso le campagne online.
Normale che per delle élite politiche avvinghiate al potere, tale fenomeno sia visto come una grave minaccia allo status quo e in quanto tale vada limitato con ogni mezzo. Per questo si continua a tentare di farlo passare come un privilegio anziché come un diritto, in modo da poterlo “concedere in dono” al popolo a seconda delle necessità. Un sistema che non potrà durare a lungo.

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Ogni anno l’organizzazione per i diritti digitali Acces Now organizza una conferenza denominata “Rights Con” che riunisce gli esperti di tutto il mondo per promuovere i diritti umani attraverso la rete e il web libero. Durante l’ultima edizione che ha avuto luogo a San Francisco a fine marzo, è stata lanciata la campagna #KeepItOn per debellare l’utilizzo degli internet shutdown da parte dei governi di tutto il mondo.