Dopo l’appello di Nigrizia
Molti lettori di Nigrizia, di Nigrizia.it, e amici dei comboniani non hanno dimenticato.
Al 21 settembre 2011, sono arrivate offerte per 961.523,00 euro. Sono già stati avviati progetti di emergenza, dei quali daremo regolare conto sia sul mensile che sul sito. Intanto, pubblichiamo un breve rapporto su un progetto in Etiopia, sostenuto da Fondazione Nigrizia Onlus.

Stiamo sostenendo programmi di assistenza umanitaria varati dalle diocesi kenyane di Marsabit, Lodwar, Isiolo, Kitui. Sono già stati presi contatti anche con il vescovo di Garissa (Kenya). È stato inviato un primo aiuto finanziario a mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio.
Nel Vicariato apostolico di Hawassa, nel sud dell’Etiopia, colpito da una gravissima siccità, abbiamo adottato due programmi già avviati dal vescovo comboniano mons. Giovanni Migliorati, promettendo di sostenerli per alcuni mesi. Lo stesso abbiamo fatto con la missione di Lokichar, nel distretto del Turkana (Kenya).
Sono in corso contatti per altri progetti. Finché durerà l’emergenza, il Corno d’Africa sarà una delle nostre priorità.

 

 

A fianco dei borana


Nel sud dell’Etiopia, nel vicariato di Hawassa, c’è un popolo assediato dalla carestia. Sono a rischio decine di migliaia di persone. Ecco come si fa missione in una situazione del genere.


di Mark Braga, da Hawassa

 

Nel sud dell’Etiopia, nel vicariato di Hawassa, c’è un popolo assediato dalla carestia. Sono a rischio decine di migliaia di persone. Ecco come si fa missione in una situazione del genere. Televisioni e giornali hanno diffuso in tutto il mondo immagini della drammatica situazione che si è venuta a creare in seguito alla prolungata siccità e conseguente carestia che hanno colpito le nazioni del Corno d’Africa. I media si sono concentrati principalmente sulle disperate regioni della Somalia. Ma la crisi alimentare non si è certo fermata ai confini di questa nazione, da molti anni in preda alla più totale anarchia.
Sono un laico missionario comboniano originario del Canada e opero, con mia moglie, Maggie, e un’altra laica comboniana, Tracy Doyle, anche lei canadese, nel vicariato di Hawassa, nel sud dell’Etiopia. A capo del vicariato c’è mons. Giovanni Migliorati, succeduto a mons. Lorenzo Ceresoli nel marzo 2009, oggi coadiuvato da numerosi missionari e missionarie comboniani e di altri istituti.


La zona più colpita è quella sul confine con il Kenya, abitata dal popolo borana, colpita dal marzo 2010 da una mancanza di piogge senza precedenti. Nel luglio scorso, le Nazioni Unite hanno definito la regione «zona di emergenza alimentare». Ma la situazione era già grave: a maggio 2010, sui nostri registri figuravano sottoalimentati già 4.236 bambini sotto i 5 anni e 5.958 mamme.


Per la società borana, che vive in un territorio semiarido, il bestiame è tutto. Ogni aspetto della vita ruota attorno agli animali: cammelli, mucche, pecore e capre. Nel tempo, i borana si sono dati un complesso sistema di regole sociali, che ha consentito loro di avere adeguato accesso a risorse d’acqua e di sfruttare gli scarsi pascoli in maniera sostenibile. Ma due stagioni consecutive di siccità sono in grado di mettere in ginocchio qualunque gruppo umano. La gente dice: «Se gli animali ingrassano, anche la gente sta bene. Se dimagriscono e muoiono, anche i borana sono finiti».


Ed è esattamente ciò che sta accadendo in questi mesi. Sono morti 300mila capi di bestiame per mancanza di foraggio. Oggi la gente impiega dalle 3 alle 5 ore per trovare acqua per sopravvivere. Quest’anno non ci sono stati raccolti e i granai sono vuoti. I prezzi dei pochi prodotti agricoli ancora reperibili sui mercati locali sono saliti alle stelle e pochissimi se li possono permettere.
In tre mesi, il numero degli scolari e degli studenti delle scuole del distretto sono diminuiti di 18mila, perché le loro famiglie sono in costante spostamento in cerca di acqua. In aumento i casi di malaria e di dissenteria. Nel vicariato calcoliamo che siano oltre 15mila i bambini sottonutriti. Migliaia anche le mamme incinte o che allattano, costrette a fare la fila davanti ai punti di distribuzione degli aiuti.

Una dura prova
Da subito, ci siamo dati da fare, assieme ad altri operatori umanitari, per coordinare i nostri programmi di emergenza per far fronte alla tremenda crisi umanitaria. Il vescovo ha creato una task force diocesana. Io e Tracy ne facciamo parte.

Calcolati i fondi a disposizione, abbiamo subito varato due programmi. Con il primo, intendiamo mantenere a scuola i 1.100 scolari e studenti rimasti nelle nostro scuole, provvedendo loro il cibo, in modo che non siano costretti ad abbandonare i corsi per seguire le famiglie. Con il secondo, in collaborazione con il centro sanitario diocesano di Dadim, puntiamo a fornire di cibo supplementare 28mila persone (per lo più bambini e mamme) in grave stato di salute a causa della malnutrizione. Per distribuire cibo e medicinali è stata creata una rete di centri comunitari di emergenza (nella foto, il centro di Bushulo), con centinaia di persone coinvolte. bushuloDa due mesi, mia moglie Maggie, medico, specializzata in naturopatia, si è trasferita nel centro sanitario di Dadim per coordinare questo secondo programma. Ora, grazie agli aiuti inviatici dalla Fondazione Nigrizia Onlus, potremmo estendere i due programmi e vararne altri.

Date la situazione drammatica in cui versa la popolazione e la vastità del territorio su cui siamo chiamati a operare, gli ostacoli sono immensi. Anche perché le vie di comunicazione sono difficili; in molto zone, sono quasi inesistenti. Le tre suore che gestiscono il centro di Dadim (tutte originarie del posto) e la loro équipe sanitaria sono encomiabili. Mia moglie (nella foto), per telefono, m’ha detto: «Hanno cuori grandi come il mondo. Pregano incessantemente per la pioggia. Lo fanno la mattina presto, perché, di giorno, sono costantemente in movimento. Finché la situazione non migliorerà, dobbiamo fare tutto il possibile per salvare questa gente. Un bimbo che muore di fame oggigiorno è uno smacco per il mondo intero».

Giorni fa, Tracy era in visita a un villaggio lontano dal nostro centro. Entrata nella capanna di Ato Tore, un anziano borana, s’è sentita dire: «Il non poterti offrire la tradizionale tazza di latte è una cosa insopportabile per noi, una vera maledizione». Ato Tore, quindi, l’ha condotta nel cortiletto e le ha mostrato il granaio vuoto. Indicandole i campi circostanti, bruciati dal sole, ha sospirato: «Per due volte abbiamo piantato, ma non abbiamo raccolto nulla. Gli animali sono morti. Ora tocca a noi. Speriamo che Dio ci venga in aiuto. Il fatto che tu sia qui ci dice che ha già cominciato a farlo».

Di ritorno dalla visita, Tracy ha commentato: «Non so dirti se il villaggio di Ato Tore verrà salvato dalle piogge o dalla generosità di persone che in qualche parte del mondo decideranno di venire in aiuto. In ambedue i casi, la cosa è nelle mani di Dio».

Continueremo a fare il nostro meglio per aiutare i borana del vicariato a superare questa tremenda crisi. È una dura prova. A lampi di speranza seguono momenti di vera e propria disperazione. Ci aggrappiamo allora a Cristo. La sera, sfiniti, troviamo rinnovata energia dalle pagine del Vangelo e, il mattino dopo, le difficoltà ci sembrano meno insormontabili. O forse è soltanto perché è accresciuta in noi la volontà di amare questi fratelli e sorelle nei cui occhi in questi giorni vediamo solo sofferenza.