Sahara Occidentale
Sono passati quattro anni da quando il campo di protesta di Gdeim Izik, nei Territori occupati del Sahara Occidentale venne smantellato e bruciato dalle autorità marocchine nell’indifferenza generale. I prigionieri politici sahrawi, detenuti nelle carceri marocchine, sono da tre giorni in sciopero della fame per chiedere al mondo di ridargli la dignità perduta.

Uno sciopero della fame di tre giorni, dal 6 all’8 novembre, è stato proclamato dai prigionieri politici sahrawi detenuti nelle carceri marocchine. Hanno protestato contro la loro detenzione ma soprattutto per la morte, un mese fa, dell’attivista e prigioniero politico Hassana El Wali (foto a destra). Ricoverato nell’ospedale di Dakhla, nel Sahara Occidentale occupato, a seguito delle torture e dei maltrattamenti subiti, era stato lasciato morire senza cure. Proprio pochi giorni prima Amnesty International aveva deplorato, in un comunicato, lo stato di detenzione dei sahrawi nelle prigioni nei Territori occupati del Sahara Occidentale.

Nel loro comunicato i prigionieri politici sahrawi fanno appello alle Nazioni Unite affinché possano garantire quel diritto all’autodeterminazione e al rispetto dei diritti umani più volte reiterato nelle loro risoluzioni. In particolare si chiede che il mandato della missione di pace dell’Onu nel Sahara Occidentale (Minurso), presente ormai dal 1991, sia allargato alla protezione della popolazione civile.

Lo sciopero della fame è stato anche un’occasione per ricordare una pagina del tutto dimenticata della lotta dei popoli arabi per la democrazia. L’8 novembre 2010 veniva infatti smantellato e bruciato, nell’indifferenza generale, l’accampamento di protesta di Gdeim Izik, nei Territori occupati del Sahara Occidentale. Situato in pieno deserto, a una decina di km dalla capitale occupata, Al Aiun, il “campo della dignità”, come era stato chiamato dai ventimila partecipanti, Gdeim Izik voleva essere uno spazio di discussione e di confronto tra i sahrawi che vivono sotto occupazione. Le autorità di Rabat non hanno mai riconosciuto ai sahrawi il diritto di associazione, di manifestazione e la libertà di parola.

Al termine di un mese di protesta del tutto pacifica il campo veniva distrutto e cominciava la caccia agli attivisti. Mentre il Marocco rifiutava qualsiasi inchiesta da parte delle organizzazioni dei diritti umani e perfino del Parlamento europeo, la monarchia procedeva all’arresto e poi al processo agli organizzatori del campo accusati di aver ucciso alcuni poliziotti. Oggi i prigionieri di Gdeim Izik sono una ventina, ed alcuni di loro devono scontare pene pesantissime, fino a vent’anni di reclusione, al termine di processi davanti a tribunali militari dove il diritto alla difesa è stato fortemente limitato.

La protesta di Gdeim Izik ha di fatto inaugurato il movimento che ha portato alla cosiddetta “primavera araba”. La parola d’ordine della “dignità” (Al Karama, in arabo) sarà comune infatti a tutte le proteste, da Tunisi al Cairo e oltre. La dignità dei sahrawi oggi sembra ancora una volta dimenticata.

Nella foto in alto l’accampamento di Gdeim Izik. Sopra un immagine dall’alto dell’accampamento mentre venne smantellato e bruciato e il prigioniero politico Hassana El Wali nell’ospedale di Dakhla.