Editoriale giugno 2013

La nomina di Cécile Kyenge a ministra per l’integrazione, la prima persona di origine africana a entrare in un governo italiano, è un passo in avanti per il nostro paese. Ce ne congratuliamo. È un segno della rilevanza che va acquistando nella società italiana la comunità dei migranti, e che sempre più si riflette anche nelle istituzioni. Del resto, i dati statistici ci dicono che oggi in Italia ci sono cinque milioni di immigrati regolari e che un bambino su cinque nasce da genitori stranieri. Nel 1991, solo una persona su 100 aveva un passaporto straniero, oggi è una su 12.

 

Congolese di nascita e giunta in Italia nel 1983, Cécile Kyenge, oltre che essere medico, è impegnata per i diritti dei migranti e ha una conoscenza diretta delle difficoltà sociali, culturali e burocratiche che gli stranieri devono superare nel processo di integrazione nella società italiana.

 

Il suo primo approccio da neoministra sulla questione dello ius soli ha suscitato aspre polemiche da parte di forze ed esponenti politici contrari a una legge che garantisca la cittadinanza agli immigrati sulla base del luogo di nascita. La richiesta di una nuova norma è legittima e riguarda alcune centinaia di migliaia di cittadini ritenuti stranieri, ma nati in territorio italiano. Sul tema è giusto si apra un dibattito serio con la partecipazione delle forze politiche, delle associazioni impegnate sul fronte dell’immigrazione e degli immigrati stessi, primi destinatari e beneficiari di un eventuale provvedimento.

 

Secondo la legislazione vigente, la cittadinanza italiana si acquisisce generalmente in base ai legami di sangue. Il che significa che i nipoti di un nonno o nonna italiani che non hanno mai messo piede in Italia hanno più diritti alla cittadinanza di chi è nato, ad esempio, a Roma da genitori stranieri.

 

Al di là di quel che Kyenge potrà realizzare in un governo di “larghe intese”, dove convivono visioni assolutamente opposte su questioni rilevanti come questa, è importante che si affronti in maniera nuova il quadro legislativo italiano sull’immigrazione. A partire dall’abrogazione della legge Bossi-Fini, come ha dichiarato di voler fare la neoministra.

 

Nel frattempo, non possiamo non preoccuparci degli insulti di stampo razzista che politici e gente comune le hanno scagliato contro. Le contestano non solo le idee, ma il fatto stesso di avere la pelle nera e forse pure di essere donna. Rifiuto assoluto. Siamo alla pura e semplice idiozia xenofoba. Che viene però cavalcata, complice la grave congiuntura economica e il conseguente acuirsi di tensioni sociali, per conseguire fini politici ed elettorali.

 

La società italiana – dovrebbe risultare ormai patente a quanti non si coprono gli occhi – sta diventando sempre più una società multiculturale e multietnica, e gli immigrati nel nostro paese contribuiscono con il loro lavoro e il loro ingegno al bene della collettività. Non svolgono, infatti, solamente i lavori più umili e meno qualificati, spesso rifiutati dagli italiani, ma accedono anche a mestieri qualificati, come dimostra la storia di Kyenge e di tanti altri.

 

Tuttavia, le reazioni negative quanto scomposte alla sua nomina a ministra dimostrano la fatica del nostro paese ad accogliere le rapide trasformazioni sociali in corso. Ci tocca prendere atto che resiste ancora un ridicolo complesso di superiorità della cosiddetta “razza bianca” sulla popolazione nera. Secondo una ricerca compiuta dall’Università di Messina e da un gruppo contro la discriminazione affiliato all’Arci, la maggioranza di bambini figli di immigrati dichiara di subire insulti per strada, di essere zittita dagli insegnanti, guardata con sospetto nei negozi, respinta nei ristoranti e trattata maleducatamente dagli addetti agli uffici per l’immigrazione.

 

La Chiesa, che è parte della società e ne riflette quindi anche vizi e virtù, non è esente dal virus razziale. Un’espressione come: «Ma c’era proprio bisogno di un ministro di colore?», pronunciata dal parroco di Lotzorai, piccola comunità sarda, solo apparentemente è innocua: è figlia dello stesso atteggiamento razzista di chi ha inveito contro di lei. Anche il ministro del culto non guarda la competenza e l’integrità della persona, la rifiuta “a pelle”. Assurdo, se si pensa che esiste una sola razza al mondo: la razza umana! (Ma finirà mai un giorno per capirlo anche l’europarlamentare leghista Mario Borghezio che, dopo gli insulti alla ministra, è stato sospeso dal suo gruppo?).

 

Invitiamo quindi la nostra Chiesa – che già tanto si prodiga per i migranti in difficoltà e fa opera di integrazione – a farsi, con maggiore convinzione, promotrice di un cambio di mentalità. Sostenendo ogni sforzo per le necessarie riforme legislative a tutela dei diritti degli immigrati a partire dalla sua presenza nelle tante scuole cattoliche, nei movimenti e associazioni per diffondere apertura, dialogo, conoscenza. Perché la diversità rappresentata dal migrante non è un pericolo per la nostra identità, ma bensì una ricchezza per la società tutta e uno stimolo alla crescita umana di ciascuno.