Quel grande divenire che va oltre i golpe - Nigrizia
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L'editoriale di gennaio 2026
Quel grande divenire che va oltre i golpe
31 Dicembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
La presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan con il presidente del Mozambico Daniel Chapo (Credit: Tanzania State House)

Nell’analisi politica dei fatti africani, scuote più gli animi un golpe militare incruento che l’uccisione di centinaia o addirittura migliaia di manifestanti da parte di un governo.

Lo abbiamo visto negli ultimi mesi del 2025: i coup in Madagascar e Guinea-Bissau, diversissimi fra loro – il primo sopraggiunto a sostegno di una rivolta popolare, il secondo pensato per bloccare la volontà del popolo – hanno guadagnato spazio sui media. Meno clamore ha fatto invece la durissima repressione delle proteste postelettorali in Tanzania, con fino a 3mila vittime secondo le opposizioni. 

Sia inteso, entrambe le questioni sono presto scivolate nel dimenticatoio dedicato a molti dei fatti africani, ma il punto è che alcune questioni orientano il dibattito e altre no.

Di riflessioni sui colpi di stato ne abbiamo lette molte, in modo particolare tra il 2022 e il 2024, anno della costituzione dell’Alleanza degli stati del Sahel (Aes), composta dalle giunte militari golpiste di Mali, Burkina Faso e Niger.

Va detto, l’analisi non è riuscita quasi mai a svincolarsi dal fuoco incrociato delle propagande: da una parte gli apologeti della Françafrique che guardano la pagliuzza negli occhi dei militari ignorando la trave neocoloniale nei propri, dall’altra gli orfani del grande Sankara che riconoscono solo quello che somiglia (forse molto poco) alla loro amata rivoluzione. In mezzo, costretto a ripararsi tra entusiasmi avventati e letture fin troppo disincantate, chi tenta di capirci qualcosa.

All’analisi manca un pezzo però, una riflessione più profonda che non può essere fatta qui ma che da queste righe può essere almeno lanciata come provocazione. Se esiste infatti una “cintura dei golpe” in Africa, come a volte viene definita una certa zona del continente fra le sue regioni occidentali e il Sahel, esiste un enorme blocco di paesi nella sua regione centromeridionale che sono governati dagli stessi partiti da 30, 40, 50 anni.

È impossibile fare di tutta l’erba un fascio, ma vale la pena osservare che molte di queste formazioni sono state le protagoniste delle lotte di liberazione contro il colonialismo o i governi razzisti delle minoranze bianche. È il caso della Tanzania di cui sopra, dove il Chama Cha Mapinduzi (Ccm) cambia volto ma comanda da quasi mezzo secolo. Ma è anche il caso del Mozambico del presidente Chapo (e del Frelimo) che lo scorso mese ha incontrato a Roma i nostri leader, salito al potere dopo un voto altrettanto contestato.

C’è molto di cui interrogarsi, guardando a questi scenari: a cosa servono le elezioni, che in questi paesi sono ormai un paravento? Come sono sopravvissuti alla Guerra fredda e all’avvento del multipolarismo, adattandosi alla perfezione, sistemi di potere nati spesso da guerriglie? Chi rappresentano davvero le società civili a cui guardiamo con ammirazione?

Oltre a fiondarsi su ogni golpe che scuote il continente in cerca di immagini che ci sono familiari, di narrazioni che si autoconfermano, è necessario volgere lo sguardo anche a questi lunghi processi e meditare sul loro naturale tempo di scadenza storico. Perché inevitabilmente arriverà, questo tempo, anche per gli infiniti al di là delle siepi di Zimbabwe, Uganda, Angola, addirittura Rwanda.

Poteri che si sono insediati poggiando su un corredo di simboli in realtà lontani dalla popolazione su cui sono esercitati, se pensiamo che più della metà degli abitanti di questi paesi è nata dopo o molto dopo la fine della guerre per l’indipendenza o anche delle guerre civili che in alcuni casi gli hanno fatto seguito.

Un conflitto fra immaginari, quasi tra tempi diversi della stessa epoca, che rivendica un posto nella storia anche a costo della vita di migliaia di persone.


Tanzania

La presidente Samia Suluhu Hassan è stata rieletta con il 98% dei consensi alle elezioni di fine ottobre. Alle urne, la capo dello stato non si è dovuta confrontare con alcun rivale veramente credibile: i nomi più illustri delle opposizioni erano già stati esclusi dalla commissione elettorale.

Società civile e opposizioni non hanno riconosciuto l’esito del voto, lamentando brogli diffusi. Anche secondo diversi organismi regionali, a partire dall’Unione africana, le elezioni non si sono svolte in modo regolare.

Le proteste contro l’esito del voto sono state represse ferocemente. Secondo almeno due grandi movimenti sociali locali, le persone uccise durante la mobilitazione contro il voto sarebbero non meno di 3 mila.

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