Dibattito sul colonialismo europeo, 5
Arrigo Pallotti

Il dibattito che ha fatto seguito alle dichiarazioni del neopresidente francese Emmanuel Macron, che ha definito “crimini contro l’umanità” le violenze perpetrate dai francesi in Algeria durante il periodo della dominazione coloniale, ha sollevato importanti questioni riguardo all’uso pubblico della storia e ha giustamente sottolineato la necessità di utilizzare il massimo rigore scientifico nell’analisi di fatti storici che ancora oggi pongono interrogativi e interpellano le coscienze.

È chiaro che voler leggere, per di più nel corso di una campagna elettorale, un fenomeno storicamente complesso come quello del colonialismo europeo in Africa esclusivamente attraverso le lenti di un concetto giuridico come quello di “crimini contro l’umanità” significa non solo semplificare gravemente la storia del colonialismo, ma anche, e paradossalmente, cancellare con un colpo di spugna la possibilità di una analisi articolata sia degli obiettivi e delle ideologie che guidarono la colonizzazione dell’Africa, sia delle politiche realizzate dai colonizzatori e dei loro effetti. Un colpo di spugna che, è doveroso notare, ancora una volta relega le popolazioni africane al ruolo di spettatrici passive delle attività e delle mire europee.

Se è quindi necessario interpretare gli avvenimenti storici prestando grande attenzione tanto alla ricostruzione delle idee e delle motivazioni che spinsero gli attori del passato a intraprendere determinate azioni, quanto all’esame dei frangenti in cui essi si trovarono ad agire, così da evitare facili manipolazioni a fini politici degli avvenimenti storici, problematico, e anche rischioso, appare ogni tentativo di separare troppo nettamente tra loro le fasi della storia, in questo caso l’epoca coloniale da quella post-coloniale.

Non a caso, già all’inizio degli anni Settanta, il presidente tanzaniano Julius Nyerere sosteneva che le indipendenze conseguite dieci anni prima avevano finalmente consentito ai paesi africani di avere una propria bandiera, ma non si erano tradotte in una loro reale autonomia politica ed economica, mentre numerosi osservatori e studiosi parlavano degli stati africani e, più in generale, dei paesi in via di sviluppo come di vittime del “neocolonialismo”.

Una nota di cautela qui si impone. Non è infatti credibile affermare che tutti i problemi e le difficoltà che gli stati africani si trovano oggi ad affrontare siano sempre e comunque riconducibili alla dominazione coloniale in un rapporto di causa-effetto. Affermazioni di questo genere trascurano di considerare le responsabilità delle classi politiche africane nelle scelte effettuate dai governi del continente nei decenni successivi alle indipendenze e, ancora una volta, riducono gli africani al ruolo di spettatori passivi degli avvenimenti storici.

Tuttavia, è innegabile che le violenze che accompagnarono la conquista militare europea tra il XIX e il XX secolo e, successivamente, l’imposizione dell’apparato dello stato coloniale ebbero effetti drammatici sulle popolazioni africane, disarticolando in maniera spesso irreparabile assetti politici, economici e sociali in via di profonda trasformazione, benché alcuni gruppi e società abbiano partecipato attivamente alla ridefinizione dei rapporti di potere a livello locale.

È inoltre un dato assodato che i modelli di dominio coloniale lasciarono pesanti eredità politiche e istituzionali ai governi indipendenti, da cui questi ultimi per varie ragioni non furono successivamente in grado di emanciparsi.

Continuità politica e ideologica

Ma è forse la questione dello sviluppo economico quella che più ha marcato una continuità politica e ideologica tra il periodo della dominazione coloniale e la fase successiva alle indipendenze, con implicazioni tutt’altro che trascurabili anche per il presente.

La conquista militare dell’Africa fu ispirata e accompagnata da una visione di supremazia sociale, culturale e razziale delle popolazioni europee nei confronti di quelle africane che giustificò il ricorso costante a pratiche coercitive e violente nell’esercizio del potere da parte dei colonizzatori. Così, già nei primissimi anni del ’900, un critico implacabile dell’imperialismo europeo come John Hobson poteva affermare che gli stati economicamente più progrediti avevano il dovere di prestare il loro aiuto ai paesi meno avanzati, mettendo in particolare a disposizione di questi ultimi le loro conoscenze tecnologiche. Attento osservatore, Hobson notava tuttavia che nei territori africani le potenze coloniali stavano imponendo forme di governo autoritarie proprio in nome della civiltà e del progresso.

Tra la fine dell’800 e i primi decenni del ’900 la costruzione di strade e ferrovie, l’intensificazione delle produzioni agricole per l’esportazione e lo sfruttamento delle risorse minerarie nelle colonie africane furono realizzati attraverso l’introduzione della tassazione e l’imposizione del lavoro forzato e delle coltivazioni obbligatorie. Multe e pene corporali (si pensi alla condotta efferata delle compagnie concessionarie nello Stato libero del Congo) vennero inflitte a coloro che non eseguivano gli ordini dei funzionari coloniali.

L’accelerazione dell’inserimento dell’Africa nei mercati internazionali e la sempre più rapida diffusione di forme di produzione capitalistica accentuarono gli squilibri tra le regioni dei singoli territori coloniali, avvantaggiarono certi gruppi a scapito di altri e consolidarono la collocazione dell’Africa nel sistema economico internazionale come fornitrice di materie prime.

Se quindi l’idea che “il fardello dell’uomo bianco” imponesse agli europei di promuovere il progresso economico delle popolazioni africane fu fin dall’inizio parte integrante dell’ideologia coloniale, fu dopo la Seconda guerra mondiale che i governi di Francia e Gran Bretagna in particolare si impegnarono nella realizzazione di programmi di “sviluppo” economico e sociale all’interno dei loro territori africani, attraverso la mobilitazione di risorse umane e finanziarie senza precedenti.

Questi programmi non mancarono di provocare la resistenza delle popolazioni africane, a causa dei metodi verticistici e paternalistici con cui lo sviluppo venne promosso, senza un’approfondita conoscenza della storia e delle caratteristiche dei contesti ecologici e sociali locali, con esiti spesso disastrosi sulle produzioni e sui suoli.

Così, mentre alcuni studiosi hanno parlato di una “seconda occupazione coloniale” in Africa negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, i cui esiti contraddittori contribuirono ad accelerare il processo di decolonizzazione, Frederick Cooper ha individuato proprio negli anni ’40 l’inizio di una nuova epoca nella storia del continente, caratterizzata dalla centralità del perseguimento di politiche di sviluppo con il sostegno dei paesi economicamente avanzati, fase storica all’interno della quale ancora oggi i paesi africani si trovano pienamente inseriti.

Lotta “pelosa” alla povertà

La visione dello sviluppo non venne infatti meno al momento delle indipendenze. Al contrario, quella che Nyerere chiamò la “lotta contro la povertà” (espressione che sarebbe tornata di moda alla fine degli anni ’90) divenne una delle principali priorità dei nuovi stati africani, contribuendo a legittimare l’accentramento del potere politico e la limitazione delle libertà personali, dal momento che ogni opposizione al governo rappresentava un intollerabile intralcio allo sviluppo.

Così, paradossalmente, dopo l’indipendenza i governi africani, con rare eccezioni, avviarono la realizzazione di ambizioni programmi di industrializzazione che non solo provocarono un indebitamento con l’estero, ma, come largamente previsto da osservatori critici come René Dumont, nell’arco di due decenni si erano già dimostrati fallimentari. Inoltre la visione ideologica di un’Africa in sé e per sé incapace di colmare il divario economico e sociale che la separava dai paesi industrializzati e, quindi, condannata alla povertà, si imponeva con forza sempre maggiore. E più questa visione si radicava, più l’analisi delle complesse cause del mancato sviluppo africano si semplificava.

Se durante gli anni ’70 si discuteva nelle università su come i limiti delle politiche economiche perseguite dai governi nazionali e le modalità di funzionamento del sistema economico internazionale penalizzassero i tentativi di sviluppo economico dei paesi africani, negli anni ’80 l’attenzione di economisti e policy-maker si concentrò esclusivamente sulle scelte economiche “sbagliate” attuate dai governi africani, che andavano corrette attraverso l’attuazione dei drastici programmi di liberalizzazione economica elaborati dai donatori multilaterali.

Infine, dagli anni ’90 a oggi, la comunità internazionale si è mobilitata nella lotta contro la povertà in Africa, una povertà di cui raramente si sono indagate le cause storiche e politiche, ma che è spesso stata considerata una prova ulteriore del fatto che, come affermò un precedente inquilino dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy, l’Africa era rimasta fuori dalla storia.

Una storia euro-africana

È in questo contesto che lo sviluppo, “buono”, neutro, utile in sé e per sé e (solo apparentemente) svuotato di ogni connotazione politica, finisce di nuovo per legittimare qualsiasi priorità un paese donatore o un’associazione della società civile ritenga utile o doveroso perseguire in Africa: dalla promozione della crescita economica alla risoluzione dei conflitti armati, dalla lotta al terrorismo internazionale al controllo dei flussi migratori.

Di nuovo, quella che continua a prevalere, come in epoca coloniale, è una visione dell’Africa e dei suoi problemi – che, è utile ribadirlo, sono gravi e richiedono risposte – paternalistica e priva di ogni attenzione alla storia, che rafforza modalità di cooperazione fortemente squilibrate, in cui a dispetto del coinvolgimento formale degli attori africani nei processi di assunzione delle decisioni, sono spesso i donatori statali o non statali a stabilire le priorità, con una scarsa attenzione alle esigenze e alle percezioni locali.

Così, come un cane che si morde la coda, gli interventi di sviluppo conseguono spesso risultati deludenti, finendo per rafforzare l’idea che l’Africa, boom (sempre passeggero) dei prezzi delle materie prime a parte, rimanga in una posizione di dipendenza e subordinazione nel sistema globale da cui solo dei paesi economicamente avanzati potranno salvarla.

Quella che emerge da questa analisi è quindi l’urgenza di un ripensamento delle concezioni e delle pratiche dello sviluppo che metta in crisi le idee e i modelli verticistici che si sono affermati a partire dall’epoca coloniale e proponga, invece, un modello di cooperazione intesa come collaborazione tra i cittadini del Nord e quelli del Sud del mondo volta alla risoluzione di problemi che non sono mai esclusivamente locali, ma sempre anche globali, e che quindi mettono in questione non solo la società africana ma anche quella europea.

Come ha recentemente scritto Frederick Cooper, «i problemi e le difficoltà economiche dell’Africa non sono caratteristiche intrinseche del continente, ma conseguenze della storia euro-africana (…). C’è da dubitare che si possano trovare delle soluzioni senza mettere in questione le strutture globali del potere economico».

Arrigo Pallotti è professore associato di storia e istituzioni dell’Africa, Università di Bologna.