Io non sono razzista ma – luglio-agosto 2015
Marco Aime

Avrà più di sessant’anni quel signore senegalese che spesso incontro alla stazione. Il volto serio, la barba bianca e il suo solito borsone pieno di cose da vendere. Sale a Genova e scende ad Alessandria. Talvolta viaggiano con lui alcuni suoi connazionali più giovani, anche loro venditori ambulanti, chiacchieroni, scherzosi come sono i ragazzi, mentre lui li guarda serio, ma senza l’aria di volerli riprendere. Non ci siamo mai parlati, ma ci scambiamo un saluto, come fa la gente che viaggia spesso sullo stesso treno.

Qualche giorno fa era seduto due sedili più in là, di fronte a me. Arriva il controllore e gli chiede: «Ce l’hai il biglietto?». Lui lo mostra silenzioso e il controllore se ne va. Poco dopo salgono due agenti della Polfer, percorrono il vagone guardando con aria inquisitoria i passeggeri e poi si fermano davanti a lui e gli chiedono i documenti. Perché a lui, perché ha la pelle nera? E perché anche loro si rivolgono a una persona più anziana di loro dandole del tu?

A differenza dell’inglese, la nostra lingua prevede una netta distinzione tra i pronomi da usare quando ci si rivolge a una persona. Ce lo insegnano fin da bambini che agli adulti e agli estranei si dà del lei. Il tu, infatti, lo riserviamo solo agli amici e ai più piccoli. Perché allora ci si rivolge a un uomo con i capelli bianchi, ma dalla pelle nera, dandogli del tu? Non essendo nostro amico, rimane solo una risposta: lo consideriamo più piccolo, come un bambino, non un uomo come noi. Agli altri passeggeri controllori e poliziotti si rivolgono con il lei.

Si potrà obiettare che queste non sono cose gravi. D’accordo, ma sono un segnale, un sintomo di un pensiero inconscio che ci porta a classificare le persone sulla base della loro provenienza. Loro non sono come noi, per cui non mi sento costretto ad applicare le stesse modalità di conversazione che uso con i miei connazionali, né a dimostrare lo stesso rispetto che mostrerei negli stessi casi. Questo vuole dire quel “tu”. Così come quel chiedere i documenti solo a chi sembra straniero è un modo per dire “sei sospetto”; per il solo fatto di non appartenere alla “nostra” comunità sei già sospetto. In fondo questo è lo stesso principio che anima la legge Bossi-Fini e il reato di clandestinità (abolito dalla legge 67/2014), che condanna un individuo per ciò che è, non per ciò che fa. Una legge a tutti gli effetti di tipo razziale.

Eppure lo sapevamo anche noi
l’odore delle stive
l’amaro del partire

Lo sapevamo anche noi
e la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l’onta del rifiuto
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto

Così canta Gianmaria Testa. Lo sapevamo anche noi, ma fingiamo di averlo dimenticato.

Durante i molto mesi trascorsi in un villaggio del Benin, dove i saluti sono rituali complicatissimi, che richiedono tempo e precisione, mi sono spesso sentito dire: «Voi bianchi siete come i bambini, salutate tutti allo stesso modo “bonjour, ça va?”». Chissà se lo ha pensato anche quel signore senegalese, con la barba bianca, mentre gli chiedevano i documenti dandogli del tu.

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