Sahara Occidentale – Marocco / La contesa

Il popolo sahrawi non può autodeterminarsi. Perché Rabat pesa di più nell’arena geopolitica. E un recente voto del Consiglio di sicurezza Onu – pilotato da Parigi – ha voltato di nuovo le spalle ai diritti umani nei Territori occupati dal Marocco. Una novità dagli Usa.

Lo scorso 25 aprile il Consiglio di sicurezza ha rinnovato per un altro anno la missione dei caschi blu (Minurso), presente nel Sahara Occidentale dal 1991 per organizzare il referendum di autodeterminazione dell’ultima colonia africana e per sorvegliare il cessate il fuoco. A causa della resistenza della Francia, il Consiglio non ha esteso i compiti dei caschi blu alla protezione della popolazione, come chiesto dai sahrawi e dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani. La Minurso si trova così nel poco invidiabile primato di essere l’unica missione di pace dell’Onu che non si occupa della protezione dei civili. Una contraddizione palese se si pensa alle “guerre umanitarie”, e ancor più stridente nel caso della Francia, promotrice degli interventi in Libia e in Mali per proteggere i civili.

Per la prima volta un membro permanente del Consiglio di sicurezza, gli Stati Uniti, ha propugnato una risoluzione che includesse finalmente la protezione dei civili. Una presa di posizione che ha raffreddato i rapporti con il Marocco e che ha spinto il presidente Obama, con una telefonata il 9 maggio, a invitare Mohammed VI a Washington. E il re ha ricambiato l’invito. L’intransigenza francese, la complicità di Russia e Cina che hanno interesse che non si vada a mettere il naso nei diritti umani, hanno però avuto ragione della logica. Il Polisario, pur rammaricandosi dell’occasione mancata, ritiene importante l’iniziativa americana. Nei Territori occupati la reazione è stata ben altra. Gli attivisti dei diritti umani hanno inscenato numerosissime manifestazioni di protesta, immediatamente represse con la consueta ferocia dalle autorità marocchine, alla faccia di tutte le proclamate “aperture” della monarchia.

I sahrawi non si fanno più illusioni sull’Europa, che ha di fatto appaltato alla sola Francia la politica sulla questione sahrawi. La Spagna, antica potenza colonizzatrice, rifiuta la responsabilità della mancata decolonizzazione. L’Ue è complice dello sfruttamento illegale delle risorse naturali del Sahara Occidentale, non solo perché molti stati membri investono nei Territori occupati, ma anche perché da anni sottoscrive accordi di pesca con Rabat includendovi le acque territoriali del Sahara Occidentale che nessuna istanza internazionale riconosce come appartenenti al Marocco. Solo il parlamento europeo si è mostrato sensibile, rifiutando lo scorso anno la proroga dell’accordo. Intanto la Commissione ne sta negoziando uno nuovo.

Per questo da tempo la diplomazia del Polisario rivolge una particolare attenzione agli Stati Uniti, dai quali attende la soluzione. Una scommessa estremamente audace, poiché gli Usa, al pari della Francia, considerano il Marocco come elemento di stabilità e non sono disposti, come dimostra l’esito nel Consiglio di sicurezza, ad andare alla rottura neppure per una questione di principio come quella dei diritti umani.

 

Aperture

Marocco e Polisario rimangono dunque sulle rispettive posizioni. Il governo di Rabat non vuol sentire parlare di referendum di autodeterminazione, malgrado questo sia stato costantemente affermato, fin dal 1975, quando la Corte internazionale dell’Aia ha rigettato le pretese dell’appartenenza storica della colonia spagnola al Marocco. Rabat è disposta a concedere l’autonomia, una sorta di decentramento amministrativo puramente nominale in una monarchia fortemente centralizzatrice.

Come nominale rimane la “riforma” della costituzione nel 2011, nel clima della cosiddetta “primavera araba” che in Marocco si è espressa attraverso il Movimento del 20 febbraio, data di inizio delle proteste popolari. A parte alcune sfumature linguistiche, il potere assoluto della monarchia rimane intatto. Se a questo aggiungiamo la pratica del potere attraverso l’elargizione di privilegi e il ricorso sistematico alla corruzione, ne emerge un potere ancor più monolitico. Non a caso i veri pericoli per la monarchia sono venuti quarant’anni fa con due falliti colpi di Stato (1971-72) dell’esercito, poi allontanato opportunamente nel Sahara a combattere il nazionalismo sahrawi. Unica concessione cui è disposta Rabat, sarebbe un referendum confermativo della sola autonomia. In caso di rifiuto resterebbe l’annessione pura e semplice.

Il Polisario propone una soluzione regionale. In primo luogo chiede un referendum, con una scelta reale, tra indipendenza, annessione e autonomia. Si impegna soprattutto a rispettare il risultato del voto, qualunque sia. Nel caso di vittoria dell’indipendenza, il Polisario propone un legame privilegiato proprio col Marocco in tema di sfruttamento delle risorse naturali e di economia. I sahrawi fanno così propria la lezione della storia delle indipendenze africane e del loro difficile avvio, e assumono l’orizzonte di un Maghreb arabo unito come una condizione dello sviluppo per sé e la regione.

Il Polisario rifiuta, invece, di entrare nel merito dell’autonomia, formulata per la verità in modo generico, per timore di riconoscerla implicitamente come soluzione. Il Marocco ha così buon gioco a presentare il Polisario come chiuso e intransigente, e a pretendere che l’autonomia si allinei con l’esperienza con la quale l’Europa ha risolto i conflitti al proprio interno. Come ha ben chiarito la Corte dell’Aia, nel caso del Sahara Occidentale siamo di fronte non a una disputa territoriale o a un problema di minoranze, bensì a un caso di decolonizzazione, nel quadro dei rapporti tra Africa ed Europa. Inoltre c’è nella proposta del Marocco un’omissione che la farebbe rifiutare a qualunque movimento autonomista europeo, ed è il mancato riconoscimento dell’identità del popolo sahrawi.

Dopo la deludente decisione dell’Onu, l’intensificarsi delle proteste nei Territori occupati, malgrado la repressione, dimostra quanto sia forte la determinazione del popolo sahrawi. È il dato che la diplomazia, soprattutto europea, si ostina a trascurare, come per tanti anni ha ignorato l’indignazione crescente contro le dittature arabe. La lezione delle “primavere arabe” non sembra già interessarla più.

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