Senegal / Schiavitù femminile
In Senegal esiste un vasto fenomeno di sfruttamento ai danni di donne e ragazze, adescate dai trafficanti e convinte a lavorare -in condizioni spesso inumane- nelle case di qualche ricca famiglia. Le destinazioni delle domestiche senegalesi sono soprattutto Marocco, Libano, Mauritania e Paesi del Golfo arabo. Mbayang Diop è una di loro, e rischia la vita.

Lavoricchiava nel commercio informale per occuparsi di suo figlio e del padre malato nella banlieue di Dakar di Yeumbeul Sud, dove viveva. Fino al giorno in cui Habib Fall le ha proposto un impiego nell’eldorado saudita come domestica, pagata 800 euro al mese. Così, dopo aver venduto tutti i gioielli e aver versato circa 600 euro al suo trafficante, il 25 maggio la senegalese 22enne Mbayang Diop è partita in Arabia Saudita, direzione Dammam. Durante le poche telefonate alla famiglia, da quanto dichiara il fratello alla stampa locale, la ragazza era in lacrime e denunciava condizioni di vita e lavoro diverse da quelle previste…fino alla tragedia, il 18 giugno, quando Mbayane avrebbe accoltellato a morte la padrona di casa, la moglie del suo datore di lavoro.

Ora Mbayane si ritrova in carcere, condannata alla pena di morte per decapitazione. Le autorità senegalesi sul posto non sono ancora riuscite ad entrarci in contatto. «Faccio appello a tutta la comunità nazionale, internazionale e al nostro presidente della Repubblica Macky Sall affinché si mobilitino per salvare Mbayang. Perché sono fermamente convinto che la vittima sia in realtà proprio lei», afferma Bara Gaye, il sindaco di Yeumebul Sud, il primo ad aver dato la notizia il 13 luglio e ad attivarsi per far sì che Mbayang sia graziata o estradata in Senegal.

La punta dell’iceberg

In effetti, la ragazza è una delle tante vittime di un traffico di esseri umani che si sta consumando in Senegal (come in altri paesi dell’Africa e del mondo) in tutto silenzio: se il Senegal è ufficialmente riconosciuto paese di origine, transito e destinazione della tratta, il fenomeno riguarda specialmente minori e donne. Ma, mentre gli sforzi del governo e della maggior parte della società civile si stanno concentrando nella lotta contro la mendicità infantile e lo sfruttamento dei talibé (allievi delle scuole coraniche) che arrivano nel paese anche da altri paesi trasfrontalieri, poco in concreto è stato fatto per lottare contro questa forma di schiavitù moderna femminile: uno sfruttamento che vede le senegalesi, al pari di altre africane, subire una doppia stigmatizzazione, di genere e di razza. Le lavoratrici domestiche sono le più colpite e vulnerabili, soprattutto se migranti.

Il copione è sempre lo stesso. Le destinazioni delle domestiche senegalesi sono soprattutto Marocco, Libano, Mauritania e Paesi del Golfo, Qatar e Arabia Saudita. Il mediatore senegalese, uomo o donna che sia, in complicità spesso con le agenzie di viaggio, riunisce le ragazze desiderose di un lavoro ben remunerato all’estero, fa loro firmare un contratto falso spesso in inglese o in arabo che non capiscono, fa loro versare una certa somma “per le spese” e poi le invia a destinazione.

A quel punto per queste donne inizierà l’inferno: rinchiuse in casa senza documenti e spesso telefono (prelevati dai datori di lavoro), queste ragazze dovranno subire un intenso sfruttamento lavorativo e non raramente anche sessuale. Chi prova a scappare è condannata a cadere nelle mani della polizia, per poi essere rimandata dal proprio datore di lavoro (che non esiterà a fargliela pagare). Oppure rischia di cadere nella maglie dell’immigrazione clandestina, o divenire facile preda di reti di tratta e schiavitù sessuale.

Mobilitazione in corso

Se il presidente Macly Sall non ha ancora reagito all’appello del sindaco Bara Gaye, le organizzazioni della società civile senegalese, le associazione di donne e dei diritti umani, un sindacato di lavoratori domestici e alcuni avvocati si sono attivati. Questi ultimi intendono rivolgersi alla Giustizia Internazionale, e il sindaco assicura di voler unire le sinergie e creare una rete che possa attivarsi in una grande mobilitazione, non esclusa una grande manifestazione a Dakar che si concluda davanti all’Ambasciata Saudita. Intanto, una petizione popolare promossa dall’organizzazione internazionale dei migranti “Horizon Sans Frontier” in Senegal sta circolando in rete, mentre è di oggi la notizia che la Dic (Divisione delle Investigazioni Criminali) ha arrestato 8 persone, tra cui Habib Fall, per aver “venduto” decine di senegalesi nei Paesi del golfo.

Firma la petizione per salvare Mbayang Diop.

Qui sopra: la ragazza senegalese Mbayang Diop