La Cina si sta sviluppando. Aumentano i redditi. E per le multinazionali occidentali comincia a costare troppo produrre lì. Meglio delocalizzare. Ancora più a sud. C’è sempre qualcuno disposto a lavorare per stipendi più bassi, per soli 20-30 dollari al mese. Sono le contraddizioni della globalizzazione. La crisi fa aumentare i prodotti invenduti nei magazzini. E allora il mantra delle major delle t-shirt a buon mercato diventa uno solo: tagliare. Bisogna abbassare i prezzi per riuscire a vendere. Voi continuate a comprare delle magliette nuove, alla moda, sempre più a buon mercato. Tanto c’è sempre qualcuno, dall’altra parte del mondo, che paga.

Il colosso svedese dell’abbigliamento H&M sta testando l’Etiopia come nuova frontiera per la produzione di abbigliamento low cost. Una mossa che è un cambiamento per il colosso svedese che con la crisi ha registrato un calo delle vendite mondiali dell’1% rispetto all’anno scorso, mancando gli obiettivi di crescita previsti. Camilla Emilsson-Falk, portavoce di H&M (che sta per Hennes and Mauritz) ha confermato che sono in corso degli ordini test con dei fornitori etiopici per avviare una produzione su larga scala di alcune linee di abbigliamento. «Prodotti che verranno poi distribuiti nei nostri negozi in tutto il mondo e si spera venduti».

Secondo la società di consulenza Alliance Bernstein investment, al momento è più conveniente produrre abiti in Etiopia che in Cina. Tuttavia l’aumento dell’inflazione nei prossimi anni rischia di vanificare questo vantaggio competitivo. Bisognerà trovare un altro posto dove pagare ancora meno il lavoro? La crisi riduce i margini per le multinazionali, mentre fa aumentare i prezzi di trasporto e di distribuzione. Tanto che secondo l’analista di Société Généralé, Anne Critchlow, la delocalizzazione rischia di non convenire più e molte major potrebbero trovare meno costi e rischi a tornare a produrre più vicini all’Europa.

H&M non è la prima a guardare all’Africa in sostituzione della Cina e dell’Asia. Zara (gruppo Inditex), il colosso spagnolo dell’abbigliamento concorrente di H&M, da tempo produce in Nordafrica, con diverse società fornitrici in Marocco e Tunisia. Certo, la portavoce di H&M ricorda che per loro sono molto importanti i princìpi di responsabilità sociale legati alla produzione (ricordate l’incendio nel palazzo in Bangladesh pieno di operai?). Insomma, i soldi non sono (sarebbero) tutto. La molla del prezzo basso è certo importante per continuare a invadere il mondo con la loro merce a basso costo. In ogni caso, rileva la manager, H&M darà un grosso impulso allo sviluppo industriale dell’Etiopia e, in definitiva, alla sua crescita economica. E la società svedese beneficerà dei vantaggi di avere fornitori di prodotti più vicini all’Europa, con meno costi di trasporto.

L’Etiopia non è l’ultima arrivata nell’industria del tessile e dell’abbigliamento. Grazie al cotone, soprattutto. I primi ad avviare delle fabbriche furono gli italiani, durante l’occupazione coloniale fascista, nel 1939. Ora le cose sono un po’ mutate. E il colosso svedese assicura che i loro potenziali fornitori stanno costruendo stabilimenti con macchinari moderni. H&M ha aperto il suo ufficio ad Addis Abeba un anno fa e ora sta selezionando i fornitori, tra cui la Kebire enterprise, che da sola conta di vendere a H&M almeno 150mila capi di abbigliamento al mese. Ma gli svedesi puntano ad avere diversi fornitori in Etiopia per arrivare a una capacità produttiva di ben un milione di capi al mese.

Lo sviluppo dell’industria è uno degli obiettivi delle politiche del governo di Addis Abeba, per trasformare un’economia ancora basata sull’agricoltura. E lo sviluppo del settore tessile procede a passi da gigante, con una crescita del fatturato del 17% nell’ultimo anno, e un giro di affari che ha raggiunto ormai la cifra di 84,6 milioni di dollari. Per attirare gli investimenti esteri, il governo ha semplificato le procedure autorizzative e ha identificato delle zone in cui far nascere delle vere e proprie aree industriali. Gli svedesi di H&M non sono gli unici a essersi accorti dell’Etiopia, nuova frontiera delle t-shirt a basso costo. «Stanno arrivando i turchi, gli indiani, e anche i cinesi perché conviene, il lavoro costa poco e la gente lavora sodo», conferma uno dei produttori locali. Tesco, colosso della distribuzione britannica e Wal-Mart, comprano già ora abbigliamento prodotto in Etiopia.  «A noi – conclude il produttore etiopico – restano solo le briciole della ricchezza che creiamo».