Sudafrica / Immigrazione
Duecento immigrati dallo Zimbabwe, senza casa e lavoro, vengono sgomberati con la forza dalla polizia dalla Central Methodist Church a Johannesburg, per anni un rifugio sicuro per i migranti. Azione di pulizia con la quale il governo mira a stanare reti criminali tra gli stranieri, senza intervenire sulla disuguaglianza sociale alla radice della recente ondata di attacchi xenofobi nel paese.

«Sono arrivati alle tre e tre quarti di notte, tirando calci contro la porta e urlando che dovevamo raggiungere gli altri. Non mi hanno lasciato neanche il tempo di vestirmi, ma sono riuscito a prendere i miei documenti….». Richard (il nome è di fantasia come quelli che seguono) ha poco più di 40 anni, viene dallo Zimbabwe: racconta così l’irruzione con cui, nella notte di venerdì, polizia, esercito e uomini della compagnia di sicurezza privata Top Ten hanno sgomberato la Central Methodist Church. Questa chiesa, nel centro di Johannesburg, era stata per anni un rifugio sicuro per i migranti arrivati dallo stato confinante.

Da fine dicembre, terminato il mandato del vescovo Paul Verryn – iniziatore di questa esperienza – a chi viveva nella struttura era stato chiesto di lasciarla. Solo poco più di 200 persone, senza casa, usavano ancora una parte dell’edificio come dormitorio. Almeno, fino alla scorsa settimana e all’operazione “Fiela” (ovvero “ripulire”), lanciata dal governo sudafricano dopo la recente ondata di attacchi xenofobi nel paese. Presentata come un tentativo di individuare reti criminali presenti tra gli stranieri, ha però coinvolto spesso persone come Richard e i suoi connazionali, che avevano lasciato lo Zimbabwe per timore del regime o per problemi economici.

Alcuni sono riusciti a sfuggire all’arresto e all’espulsione, come Charley: «Avevo con me un permesso di soggiorno scaduto, l’ho fatto vedere al funzionario e lui mi ha lasciato andare», spiega. Anche la giovane Mpumi ha approfittato della distrazione di un poliziotto per tornare nella chiesa, mentre Georgia, 64 anni, è stata lasciata andare per via dell’età. Altri sono stati meno fortunati e denunciano di essere stati picchiati sia durante il raid che una volta portati in cella. Accuse difficili da verificare, anche perché, sottolineano gli avvocati dell’associazione Lawyers for Human Rights, molti arrestati non hanno potuto vedere un legale.

Il portavoce della polizia, Katlego Mogale, ha fornito una ricostruzione diversa, parlando di “operazioni anticrimine” avvenute in vari luoghi e che hanno permesso, tra l’altro, di sequestrare grandi quantità di “merce di contrabbando”.  «I raid – riconosce da parte sua padre David Holdcroft, responsabile per l’Africa meridionale del servizio dei Gesuiti per i rifugiati – sono parte della risposta del governo o, meglio, sono la risposta del governo agli attacchi xenofobi, ma è evidente a tutti che questo metodo non tocca nemmeno lontanamente le cause del problema…».

Oltre al crimine – non legato in sé alle comunità straniere – sottolineano infatti varie analisi, bisognerebbe combattere la disuguaglianza. In Sudafrica, secondo la Banca Mondiale, è la più alta al mondo: terreno fertile per dicerie e propaganda politica che indicano nei migranti dei rivali economici per i sudafricani. Anche quando, come quelli sfuggiti al raid nella missione metodista, ammettono con rassegnazione: «Un lavoro non lo abbiamo e non sappiamo dove altro andare».

Intanto, ieri, il Tribunale di Johannesburg ha emesso un ordine che blocca la deportazione dei 200 stranieri arrestati venerdì scorso nella Central Methodist Church. Il tribunale ha reagito alla richiesta di alcune associazioni locali per i diritti umani che contestano la legittimità dell’arresto di massa degli stranieri ai quali è negata la possibilità della difesa legale.  

Nella foto in alto migranti che dormono all’interno della Central Methodist Church di Johannesburg.  (Fonte: newsofthesouth.com)