Lotta per la presidenza

In vista delle elezioni si sono formate quattro alleanze che hanno messo assieme i più improbabili compagni di viaggio. Le due maggiori sono la Coalizione per le riforme e lo sviluppo, capeggiata dall’attuale primo ministro Raila Odinga e l’Alleanza del Giubileo, il cui candidato è Uhuru Kenyatta l’attuale vice primo ministro.

La maggioranza delle attuali alleanze elettorali non sono basate su una chiara piattaforma di idee e progetti. Ma su base etnica, cioè sui gruppi etnici che potrebbero prevalere alle elezioni. In Kenya la politica va a braccetto con l’appartenenza etnica e ciò ha conseguenze nella composizione dei principali partiti e nelle dichiarazioni pubbliche dei politici. Sono una quindicina, circa, coloro che vorrebbero candidarsi alla presidenza. La nuova costituzione richiede che, per vincere le elezioni, un candidato deve avere il 50% dei voti espressi più uno e il 25% dei voti in almeno il 50% delle 47 contee. Se non si dovesse raggiungere tale soglia, i due candidati più votati si giocheranno l’elezione in un secondo turno elettorale, da tenersi un mese dopo il primo voto.

In vista delle elezioni si sono formate quattro alleanze che hanno messo assieme i più improbabili compagni di viaggio. Le due maggiori sono la Coalizione per le riforme e lo sviluppo, capeggiata dall’attuale primo ministro Raila Odinga che ha scelto come suo vice un suo ex grande rivale, l’attuale vicepresidente Kalonzo Musyoka. Il secondo grande raggruppamento è l’Alleanza del Giubileo, il cui candidato presidenziale è Uhuru Kenyatta che è l’attuale vice primo ministro. Come suo vice ha scelto William Ruto. I due devono affrontare le accuse della Corte dell’Aia di aver fomentato le violenze post-elettorali nel 2007-2008. Nonostante si fossero aspramente criticati in passato e avessero militato in campi politici opposti, si sono recentemente riavvicinati in una sorta di “destino criminale”, un’improbabile alleanza che alcuni chiamano, significativamente, “l’alleanza degli accusati”. Ognuno di questi candidati è popolare nel proprio gruppo etnico: Raila tra i luo del nord-ovest; Kalonzo tra l’etnia kamba al sud; Uhuru tra i kikuyu e Ruto tra i kalenjin, rispettivamente al centro e nell’ovest del paese.

Le altre due alleanze sono l’Alba dell’alleanza per la giustizia del ministro della giustizia Eugene Wamalwa insieme a una serie di piccoli partiti; e l’Alleanza dell’aquila capeggiata dal sottosegretario Peter Kenneth e dall’ex ministro Raphael Tuju. Martha Karua, ministro della giustizia al tempo delle violenze post-elettorali, il vice primo ministro Musalia Mudavadi, ex vice di Raila nell’Odm, l’ex segretario permanente del ministero dell’educazione James Kiyapi e altri candidati minori si presenteranno alle elezioni senza un’alleanza.

Solo Odinga e Uhuru Kenyatta hanno serie possibilità di vincere. Come sarà, quindi, una presidenza Odinga o Uhuru? Raila porterebbe alla presidenza la sua vasta esperienza di riforme e di relazioni internazionali di cui il Kenya ha assolutamente bisogno per avere spazi nell’arena geopolitica. È anche un convinto panafricanista che non ha paura di criticare alcuni presidenti africani ancora in carica come Mugabe in Zimbabwe, Museveni in Uganda e altri passati come Gheddafi o Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio. Odinga ha pure promesso di appoggiare la nuova costituzione nello spirito e nella lettera. Alcuni, però, lo criticano per non aver saputo contenere la corruzione e per il fatto che durante il suo mandato non si sono visti risultati politici ed economici chiari. I sostenitori dell’attuale vice primo ministro Uhuru Kenyatta affermano che è stato capace di ridurre la corruzione nel dipartimento delle finanze, di cui era il responsabile, oltre che a ribadire la sua capacità di attorniarsi di gente giovane. Però, si teme che la causa pendente con la Corte penale internazionale possa interferire con la gestione del governo del paese, considerando il fatto che anche il suo vice deve affrontare le stesse accuse all’Aia. Inoltre, Uhuru è considerato un emotivo che ha difficoltà a controllarsi quando infastidito.

 

La sfida sicurezza

La sfida più importante per il nuovo presidente sarà la sicurezza. Kibaki è diventato il primo capo di stato a portare il paese in guerra e a liberare parte della Somalia. Ma questo ha reso il Kenya vulnerabile ad attacchi terroristici. L’esercito del Kenya si è unito alla Missione africana per la Somalia (Amisom) e ha disarmato le milizie di al-Shabaab che per anni hanno controllato parte del territorio somalo. La liberazione del porto di Chisimaio da parte dell’esercito del Kenya ha avuto dei contraccolpi negativi nel paese, con diversi attacchi terroristici specialmente a Nairobi e a Garissa, una cittadina ai confini con la Somalia. La maggior parte di questi attacchi hanno preso di mira chiese, mezzi di trasporto pubblico e luoghi pubblici. Decine di persone hanno perso la vita e centinaia sono state ferite. La frequenza di questi attacchi dimostra che il paese è vulnerabile ad attacchi terroristici di matrice sia interna sia esterna.

Il Consiglio della Repubblica di Mombasa presenta un’altra sfida per il prossimo presidente. Rivendica l’indipendenza della costa da Nairobi perché Pwani Si Kenya (la Costa non è Kenya nella traduzione dal kiswahili). In effetti, quella zona è una delle regioni storicamente più marginalizzate del paese. Il Consiglio, oltre ad aver invitato la gente della Costa a non registrarsi per le prossime elezioni, ha anche interrotto in modo violento alcune attività condotte dalla Commissione per le elezioni. L’appello del Consiglio a boicottare il voto potrebbe influenzare negativamente l’affluenza alle urne nelle sue roccaforti. Finora i politici in Kenya hanno inviato segnali contraddittori circa le sfide presentate dal Consiglio. 

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