Da Nigrizia di gennaio 2012: contestata l’elezione di Kabila
Dopo un anno di campagna elettorale, dalle urne è uscito vincitore Joseph Kabila. Il suo oppositore, Étienne Tshisekedi, ha rifiutato il risultato e si è proclamato “presidente eletto”. Gli osservatori internazionali confermano massicci brogli. Critico sulla regolarità del voto anche il card. Monsengwo, arcivescovo di Kinshasa.

Le elezioni sono sempre un momento importante nella vita di un paese. I congolesi l’hanno capito e anche nelle zone più lontane hanno cercato di rendersi conto di che cosa significa scegliere un deputato e, soprattutto, eleggere un presidente. Secondo la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), dei 32 milioni di aventi diritto al voto, regolarmente iscritti nei registri, 18 milioni si sarebbero recati alle urne (58,81%).

 

Sono state elezioni travagliate da un crescendo di violenze e uccisioni. I risultati delle sole presidenziali sono stati resi noti il 9 dicembre, dopo due rinvii. Joseph Kabila è stato riconfermato alla presidenza con il 48,95% dei voti. Il suo principale antagonista, il 79enne Étienne Tshisekedi, cui è stato attribuito il 32,33% delle preferenze, ha rifiutato l’esito dello scrutinio, ha accusato il governo di brogli e si è proclamato presidente, attribuendosi il 54% dei voti: «Considero questi risultati una vera e propria provocazione nei confronti del nostro popolo e li rigetto in blocco».

 

Nell’est del paese, dove Kabila gode di molto seguito, i suoi sostenitori sono scesi in strada a festeggiare. Nella capitale Kinshasa, una delle roccaforti dell’opposizione, e in altre città dell’ovest è subito cresciuta la tensione, con dimostrazioni anti-Kabila e scontri con le forze dell’ordine. La polizia ha fatto uso di gas lacrimogeni per disperdere la folla. Il 9 dicembre si sono contate 6 vittime. Secondo l’organizzazione non governativa Human Rights Watch, la violenza legata al voto ha causato oltre 20 morti. Kinshasa è pattugliata da 20mila soldati, pronti a intervenire. L’obiettivo è evitare che si ripeta quanto accadde dopo le elezioni del 2006, quando Jean Pierre Bemba, sconfitto da Kabila al secondo turno, aveva contestato i risultati a colpi di cannone, provocando centinaia di morti nella sola capitale. Anche Tshisekedi ha esortato i suoi sostenitori a mantenere la calma e, per non far crescere la tensione, in un primo momento ha dichiarato che non intendeva fare ricorso, accontentandosi di una richiesta dell’opposizione per una mediazione dell’Unione africana. Il 12 dicembre, tuttavia, l’opposizione ha fatto formale ricorso alla Corte suprema, come aveva consigliato il card. Laurent Monsengwo, arcivescovo di Kinshasa. Il 18 dicembre Tshisekedi ha ribadito di considerarsi il “presidente eletto”, promettendo di prestare giuramento il 23 dicembre.

 

Gli osservatori internazionali hanno confermato brogli in ogni angolo del paese: sono stati sorpresi cittadini con schede elettorali pre-votate; in alcuni seggi del Katanga, Kabila avrebbe ottenuto il 99,98% dei voti… con un’affluenza alle urne del 100,14%. Come sempre, tuttavia, la loro conclusione è stata che «le irregolarità non hanno influito in maniera decisiva sul risultato finale». Il portavoce della Fondazione Carter, impegnata nel monitoraggio delle elezioni, ha invece dichiarato che «tante e tali sono state le irregolarità da rendere l’intero esercizio del tutto privo di credibilità».

 

La rete Renadhoc (un’associazione di ong che si occupano di diritti umani), per bocca del suo segretario nazionale, Fernandez Murhola, ha elogiato l’impegno della popolazione a recarsi alle urne, ma ha criticato il caos generale: ritardi nell’arrivo del materiale elettorale in molti seggi (in alcuni non è arrivato affatto); la mancanza di nomi nei registri elettorali; seggi elettorali scritti solo sulla carta ma, in verità, inesistenti, o mal localizzati e tanto ristretti da non contenere tutti i testimoni dei partiti e gli osservatori nazionali e internazionali accreditati; l’impossibilità per molti cittadini di votare.

 

 

La posta in gioco

Il Congo è un paese immensamente ricco e le grandi potenze seguono da vicino le sue vicende. Gli uomini politici locali devono stare al gioco. Colette Braechman, conoscitrice degli uomini politici e della situazione della regione dei Grandi Laghi, ha definito l’anziano Étienne Tshisekedi, l’antagonista più importante di Kabila, un “populista”, uno cioè che cerca le simpatie del popolo proponendo un avvenire roseo. «E ha fatto centro», sostiene la giornalista belga. I milioni di voti che ha ottenuto non sono solo quelli della sua etnia, i baluba del Kasai, ma anche quelli di tutti gli scontenti dell’attuale situazione.

 

Purtroppo le grandi potenze, le grandi imprese internazionali e i grandi gruppi economici di Stati Uniti, Canada sostengono chi favorisce i loro interessi. Kabila è sembrato loro più facilmente manovrabile. Nello stesso tempo, i paesi confinanti non vogliono perdere la possibilità di continuare a sfruttare le immense ricchezze dell’est e del sud del paese. Non per nulla il direttore della polizia congolese è il generale Charles Bisengimana. Suo nonno, Barthélémy Bisengimana Rwema, era un tutsi rwandese rifugiato in Congo e divenuto potentissimo capo di gabinetto di Mobutu dal 1969 al 1977. Grazie a Bisengimana, sono state poste numerose “persone fidate” in posti chiave dell’amministrazione statale, come Léon Kengo wa Dondo, il presidente del senato e candidato alle presidenziali di novembre.

 

Il frazionamento dell’opposizione ha favorito la vittoria di Joseph Kabila in uno scrutinio a turno unico. Grazie a una recente modifica della costituzione, molto contestata, il candidato che avrebbe ottenuto il maggior numero di preferenze sarebbe stato dichiarato presidente, anche senza la maggioranza assoluta del 50%, eliminando così il ballottaggio. Si è parlato di intese segrete per impedire che Thsisekedi, il candidato dell’opposizione più favorito dai sondaggi, potesse avere la meglio.

 

Prima e durante le elezioni, si sono sentiti bei discorsi sulle ricchezze del suolo e del sottosuolo del paese, con promesse di una giusta ripartizione. Anche dopo, si è continuato con la stessa musica. La verità era, è e sarà sempre la stessa: nessun vero vantaggio per i congolesi. Così, come nel 2006, anche oggi ci si domanda se il presidente Kabila, con un nuovo mandato di cinque anni, saprà rispondere alle richieste di un paese che chiede giustizia, pace, onestà e sviluppo. Molti se lo augurano. I più, però, dubitano che potrà farlo.

 

Quale governo?

Secondo l’avvocato Marie-André Mwila Kayembe, presidente della Renosec (una ong impegnata nel monitoraggio delle elezioni), «tutto sommato, le elezioni hanno dato la parola ai congolesi e questi si sono espressi liberamente; lo scrutinio è stato libero… e la Monusco (le forze Onu nell’Rd Congo, ndr) ha fatto il suo dovere, assicurando il trasporto del materiale elettorale in tutto il paese». E le molte pecche della Ceni? «Comprensibili, data la mancanza di mezzi adeguati e di tempo materiale per organizzare il processo elettorale come avremmo desiderato».

 

La verità è che c’è stato molto di più che «disorganizzazione e disordini». L’accesso al centro informatico della Ceni è stato impedito a tutte le forze politiche per eventuali controlli, perché il Partito popolare per la ricostruzione e la democrazia (Pprd), la formazione di Kabila, non ne ha voluto sapere. Il presidente della Ceni, il pastore metodista Daniel Ngoy Mulunda Nyanga, nato a Lubumbashi e cresciuto a Kalemye, è della famiglia di Laurent-Désiré Kabila, il padre del presidente Joseph, assassinato nel 2001. Il padre di Ngoy Mulunda si chiamava Nabi Kabange. Guarda caso, da un po’ di tempo Joseph Kabila si fa chiamare Joseph Kabila Kabange. Mulunda ha studiato negli Usa, sponsorizzato e protetto dal vescovo sudafricano Desmond Tutu. È stato lui a gestire il processo elettorale e a proclamare Joseph Kabila vincitore delle elezioni. L’ha favorito, come molti dicono? Diciamo solo che chi è al potere usufruisce delle strutture statali e piazza persone di fiducia nei gangli dell’amministrazione.

 

Che fare? Devono i congolesi imitare gli ivoriani e scacciare con la violenza Kabila, o i kenyani, e cercare un compromesso? Per il bene del paese, ritengo che andrebbe accolta la proposta di Louis Michel, ex ministro degli esteri del Belgio: «Fate un governo d’unità nazionale, per impedire ogni rigurgito di violenza e per lo sviluppo del paese».

 

 

Box: Chiesa, tra prudenza e profezia

La chiesa cattolica non è rimasta indifferente di fronte a un avvenimento che riguarda la vita di tutti i cittadini. Metà dei quali è cattolico.

Attraverso le sue commissioni “Giustizia e pace”, la chiesa ha sguinzagliato su tutto il territorio 30mila osservatori elettorali, di cui 6mila equipaggiati di mezzi moderni di comunicazione, forniti dalla Fondazione Carter. In prossimità delle elezioni, però, il governo ha bloccato il servizio Sms in tutto il territorio. Così, gli osservatori di “Giustizia e pace” sono rimasti muti. In base al lavoro svolto dagli osservatori, la Conferenza episcopale nazionale del Congo (Cenco) ha riscontrato «irregolarità e debolezze». In una nota dell’8 dicembre, i vescovi hanno denunciato la sparizione di materiale elettorale nei seggi, la rottura dei sigilli sulle urne prima dello spoglio, la mancanza di firme nei verbali di chiusura delle operazioni elettorali, la discrepanza tra il numero delle schede e il numero dei votanti, molestie o intimidazioni degli elettori, casi di corruzione o di compera di voti, diversi casi di violenza. Secondo Caritas Congo, dal 26 novembre al 3 dicembre ci sono stati 18 morti e 201 feriti, per lo più a Kinshasa.

«Tali irregolarità sono sfide per il futuro e interpellano il governo, la Commissione elettorale, i partiti politici e gli elettori ». Fortunatamente, continua la nota episcopale, «si sono registrati alcuni episodi positivi, come il libero accesso degli osservatori ai seggi o, in molti casi, la corretta gestione delle urne». I vescovi hanno chiesto di «consolidare la giovane democrazia nel paese attenendosi assolutamente alla verità delle urne».

Alcuni ambienti della chiesa cattolica sono stati molto critici nei confronti dei vescovi. Padre Jose Mpundu, fondatore del “Gruppo Amos”, noto per le sue lotte in favore della democrazia già ai tempi di Mobutu, ha invitato i vescovi ad avere più coraggio. Coraggio che certo non manca al card. Monsengwo, arcivescovo di Kinshasa, che il 12 dicembre ha criticato con forza l’esito del voto. (tfn)

 


 



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