Uvira, città del Sud Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo, al confine con il Burundi, è stata conquistata il 10 dicembre dalle forze filo-rwandesi AFC/M23, a dispetto della firma di una illusoria “pace senza pace” che il presidente USA Donald Trump ha fatto sottoscrivere al capo di stato congolese Felix Tshisekedi e a quello rwandese Paul Kagame a Washington sei giorni prima. In pochi giorni l’avanzata della milizia ha causato morti e distruzione, con la fuga di almeno 200mila persone e 30mila nuovi rifugiati in Burundi.
Vi proponiamo l’intensa testimonianza del vescovo di Uvira, monsignor Sébastien-Joseph Muyengo Mulombe, durante un incontro svoltosi di recente presso la Casa Madre dei Missionari Comboniani a Verona.
«Il vescovo è il pastore della sua diocesi – ha esordito mons. Muyengo – ma è anche il difensore del suo popolo e del suo paese. A Uvira la gente sa bene che difendo l’unità del paese, e che come Conferenza episcopale favoriamo e auspichiamo una vera riconciliazione. La forza dei vescovi del Congo sta nella loro unità e coesione.
Tutti sono contro la balcanizzazione del paese. La mia diocesi non è molto vasta, ma non sono ancora riuscito a visitare tutte le 18 parrocchie e i 32 centri missionari gestiti da una novantina di preti e da un buon numero di suore, oltre che da centinaia di leader laici. Purtroppo ci sono molti gruppi di ribelli che creano insicurezza nel territorio».
Mons. Muyengo ha poi proseguito il suo lungo racconto dalle radici del conflitto ai giorni nostri:
«La guerra, prima di tutto, ha cause ben precise. Il genocidio rwandese dei tutsi ha avuto un grosso impatto sulle province orientali della Rd Congo: in una prima fase c’è stato l’esodo di massa dei Tutsi rwandesi perseguitati verso città come Bukavu, Goma, Uvira in Sud Kivu. Poi, in un secondo momento, la fuga degli hutu durante la controffensiva di Paul Kagame e dei suoi uomini, tutsi, dell’FPR (Fronte patriottico del Rwanda).
La situazione nella regione dei Grandi Laghi era diventata in questo modo complessa e politicamente molto complicata. In seguito arriverà la guerra provocata dalle milizie AFDL, l’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo, guidate da Laurent-Désiré Kabila.
Questa organizzazione armata riuscì a destituire il maresciallo Mobutu Sese Seko. Vi facevano parte rwandesi, ma anche burundesi, ugandesi, somali, etiopici e miliziani di altre nazionalità. Siamo nel 1996.
Per convincere tutti questi miliziani, Kabila aveva fatto una promessa: donare 300 chilometri quadrati di territorio congolese ai rwandesi e agli ugandesi, una volta preso il potere a Kinshasa.
Conquistata Kinshasa e cacciato Mobutu, nel maggio del 1997, Laurent Désiré Kabila prese il potere. Dopo un anno, il nuovo padrone del Congo decise di rinviare i suoi alleati nei loro paesi.
Questo fatto è all’origine del moltiplicarsi degli eserciti: i banyamulenge (che si definivano “tutsi congolesi”) con la milizia RCD (Raggruppamento congolese per la democrazia) e Jean Pierre Bemba con i miliziani del MLC (Movimento di liberazione del Congo). Queste milizie poi si divideranno in vari gruppi.
A poco a poco le intenzioni nascoste dei vari leader si manifesteranno. Nel 2002 a Sun City, in Sudafrica, si arriva finalmente a un accordo tra le varie fazioni con la formula 4+1 (un presidente con quattro vice) per accontentare tutti. Ma Kigali non poteva accontentarsi.
Paul Kagame aveva sempre in testa quello che era stato deciso alla Conferenza di Berlino (1884-85), che secondo lui aveva stabilito dei confini ingiusti. Per questo mostrava il desiderio di impadronirsi del territorio del Kivu.
Nel frattempo nel Nord del Kivu e nell’Ituri i ribelli ADF-NALU (Forze democratiche alleate ugandesi nel Nord Kivu) continuano a seminare terrore con massacri, incendiando villaggi e controllando le strade.
Dopo il governo di Joseph Kabila, figlio di Laurent-Désiré, nel gennaio 2019 a Kinshasa arrivò Félix Tshisekedi, in elezioni contestate da molte parti per brogli, inclusa la Chiesa cattolica, certa della vittoria di Martin Fayulu.
Appare oggi chiaro, tuttavia, che a manovrare le leve del potere in realtà è l’uomo di Kigali, Paul Kagame, il quale riesce a manipolare istituzioni e funzionari in Rd Congo, al fine di formare un impero dominato dai gruppi hima-tutsi.
Questo sogno, che includerebbe un bel pezzo del Congo che Laurent-Désiré Kabila aveva promesso di donare a Rwanda e Uganda, resta un’aspirazione tuttora non abbandonata dal Rwanda, dominato dai tutsi.
Per realizzare tale piano, Kagame usa ogni possibile astuzia, corrompendo i leader politici e le istituzioni congolesi, con infiltrazione dei suoi uomini, con matrimoni, con il sostegno di ribelli dell’M23 nel Kivu, ecc.
Da oltre 20 anni, in verità, si parla di balcanizzazione del Congo. Alcuni proporrebbero di dividere il Congo: la parte occidentale sotto l’autorità di Kinshasa e la parte orientale costituita in un paese indipendente, condizionata dall’influsso di Kigali. Da notare che alcuni vorrebbero che questa parte fosse inglobata al Rwanda, in vista per l’appunto di creare un impero hima-tutsi.
Comunque sia, la guerra che noi subiamo nell’est del Congo ha come causa principale il desiderio dei rwandesi di correggere la spartizione dei territori avvenuta nella già menzionata Conferenza di Berlino.
Come capire allora le rivendicazioni dei nostri fratelli banyamulenge che pretendono di vivere da sempre su tre altopiani che si trovano nella diocesi di Uvira di cui sono vescovo? Non esiste alcun documento, da prima del 1980, che riporti il nome banyamulenge.
In Congo tutti sanno che Mulenge è un territorio della tribù bafulero, che aveva accolto molti tutsi dopo la loro cacciata dal Rwanda nel 1959. Chi ha forgiato il nome banyamulenge è stato un politico di Uvira, chiamato Gisaro, professore all’Istituto Superiore Pedagogico di Bukavu.
In realtà chi parla di terra oggi parla del suolo e del sottosuolo. È questa, di fatto, la principale causa delle guerre che stanno devastando l’est della Rd Congo.
Oggi il Rwanda è considerato erroneamente fra i primi produttori di oro e di coltan al mondo. In realtà è ben noto da dove vengono questi minerali. Alla frontiera tra i nostri due paesi a Bukavu, a Goma e a Uvira avviene un ininterrotto passaggio di grossi camion carichi di minerali che vanno in Rwanda, con la complicità delle autorità congolesi.
Negli accordi firmati a giugno a Doha, e in quelli di facciata e d’immagine fatti firmare a Tshisekedi e Kagame dal presidente Trump, c’era una clausola che obbligava il Congo a facilitare l’accesso ai minerali del nostro paese da parte del Rwanda. Una clausola inventata appositamente.
Già prima di Trump, il presidente francese Nicolas Sarkozy si era espresso in questo senso. Ma il Congo ha nove paesi con cui confina. Perché allora bisogna privilegiare solo il Rwanda?
Charles Onana, giornalista camerunese, sostiene che il genocidio rwandese era stato pianificato dalle grandi potenze per arrivare a invadere il Congo di Mobutu al fine di avere libero accesso alle sue immense ricchezze minerarie. Ed è anche quello che si propone Trump con il pretesto, ora dimostratosi fallimentare, di voler mettere fine alla guerra nella regione dei Grandi Laghi.
Ci si può fare un’altra domanda: perché le grandi potenze favoriscono il passaggio delle ricchezze minerarie del Congo al Rwanda? Forse per lavare la loro coscienza, non essendo riuscite a evitare il genocidio rwandese.
Come si organizzano le guerre nel Congo orientale? C’è l’utilizzo delle armi, ma sono comuni altre forme di violenza: gli stupri di donne e ragazze, l’incendio dei villaggi, l’identificazione di intellettuali e attivisti per eliminarli. Tutto questo per terrorizzare e far fuggire la popolazione congolese e fare spazio a occupanti da altri paesi.
Parliamo ora della guerra che imperversa attualmente nella regione orientale del Congo. Tutto è partito nel 2019. Tre attori sono presenti: Joseph Kabila presidente emerito, il presidente eletto Felix Tshisekedi e l’ex presidente della CENI, la Commissione elettorale congolese, Corneille Nanga. Che cosa hanno stabilito fra di loro? Non sappiamo.
Tutto filava liscio, fino a quando Tshisekedi ha rotto la coalizione. E subito i ribelli M23 hanno cominciato ad agire nell’est del Congo. Le azioni di guerra sono iniziate a Bunagana, sulla frontiera ugandese. Si sperava che l’esercito congolese fosse capace di reagire e controllare la situazione. Ma ci sono stati tanti tradimenti nelle FARDC, cioè l’esercito regolare, tanta corruzione, fondi e materiali per il fronte spariti.
Da Bunagana i ribelli sono così arrivati a Rutshuru, a Kishanga, a Masisi, fino alla conquista di Goma alla fine di gennaio del 2025. Kinshasa ha cominciato allora a negoziare con Kigali. Intanto il 16 febbraio il movimento M23 era arrivato a conquistare anche Bukavu.
La progressione dei ribelli fu arrestata a Kamanyola grazie alle forze di resistenza dei Mai Mai. Nel frattempo Kinshasa ha cominciato a negoziare seriamente con l’aiuto prima dell’Angola e poi dell’ECCAS, la Comunità degli stati dell’Africa centrale. Ma tutto è stato vano. Finché si è arrivati agli accordi di Doha, mediati dal Qatar.
Poi gli USA si sono intromessi. Ci sono stati degli accordi con il Rwanda e il Congo, perché Trump vuole la pace in cambio dei nostri minerali. In tutto questo la società civile e anche la Chiesa non sono stati interpellati.
I vescovi della CENCO (la Conferenza episcopale congolese) e i responsabili protestanti dell’ECC hanno proposto un ‘Patto sociale per arrivare alla pace e al vivere insieme’ per facilitare un dialogo inclusivo. Ma il presidente Tshisekedi ha preferito l’intervento internazionale piuttosto che un dialogo fra congolesi. La conseguenza qual’è?
Purtroppo è diventato impossibile vivere in questo paese, che una volta era chiamato la ‘Svizzera dell’Africa’. Le attività agricole sono ostacolate, i cacciatori non osano più penetrare nella foresta per cercare animali per i mercati, le strade sono diventate impraticabili.
Per andare da Uvira a raggiungere le parrocchie dell’ovest della mia diocesi bisogna attraversare il lago Tanganyka, passare in Burundi, entrare in Tanzania e poi in Rwanda per raggiungere Bukavu e fare 300 chilometri di piste.
Parliamo ora della resilienza delle popolazioni. Resilienza è la capacità di affrontare e di assorbire uno choc, una crisi, per alzarsi di nuovo in piedi e per ricostruire la società, i nostri villaggi, le nostre attività.
Un importante funzionario della MONUSCO (forze dell’ONU presenti in Rd Congo, ndr) ci diceva in una conferenza che il progetto della balcanizzazione del Congo sarebbe stato realizzato già da molto tempo se non avesse incontrato la resistenza dei congolesi contrari alla divisione del loro paese.
E non si deve tirare fuori la scusa che ci sono congolesi che si dicono appartenenti al Rwanda. Certo, ci sono stati dei rwandesi che hanno occupato posti importanti nella gestione dello stato e anche nella Chiesa. E ci hanno creato dei problemi, complicando le relazioni con un paese vicino.
A parte la discussione sui banyamulenge, tutsi congolesi e simili, abbiamo vissuto la resilienza quando, dopo la caduta di Bukavu, gruppi di soldati delle FARDC e di infiltrati dell’M23 ci hanno assediato a Uvira. Ma nei quartieri sono sorti gruppi di difesa popolare, chiamati ‘balarondo’, per assicurare la tranquillità e non lasciare spazio alla paura.
Questo slancio di solidarietà ha fatto sorgere in coloro che ci assediavano paura e dubbi, tanto che si sono ritirati verso Kamanyola. Gli abitanti di Uvira mi dicevano: ‘Noi siamo a casa nostra. Gli assalitori non riusciranno mai a dominarci!’.
Si può capire inoltre l’azione della Chiesa, quando ricordiamo l’opera di due pastori, due vescovi che hanno operato nel Kivu. Monsignor Cristophe Munzihirwa era vescovo di Bukavu quando esplose la guerra del 1996-1997. Tutte le autorità fuggirono, ma lui è rimasto insieme al suo popolo. Gli invasori lo hanno ammazzato il 29 ottobre del 1996: un martire!
Il secondo pastore è il suo successore, mons. Emmanuel Kataliko (1932-2000). Raccomandava ai suoi fedeli di resistere, di non cedere nemmeno un centimetro del loro paese, in comunione con tutti i vescovi del Congo».
Alla domanda di alcuni partecipanti all’incontro che chiedevano a mons. Sèbastien se non fosse preoccupato nel tornare a Uvira, il vescovo ha risposto «Non ho paura. Seguo l’esempio del vescovo martire Christophe Munzihirwa: il pastore deve stare con il suo popolo».