L'atticista congolese per i diritti umani Brigitte Kabu

Dopo i recenti tragici avvenimenti nella Repubblica democratica del Congo con le uccisioni dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Moustapha Milambo, Nigrizia ha incontrato a Roma l’attivista congolese per i diritti umani Brigitte Kabu, da vent’anni in Italia, per fare il punto sulla situazione delle donne in una delle aree di crisi più martoriate del continente africano.

Brigitte, in che modo i massacri nell’est della Rd Congo, che durano da decenni, hanno coinvolto le donne? Cosa dice a questo riguardo il rapporto Mapping?

Il rapporto Mapping delle Nazioni Unite è stato pubblicato il 1 ottobre 2010 dopo un lungo lavoro di mappatura e di accertamenti in seguito alla scoperta, nel 2005, di tre fosse comuni all’est della Rd Congo. Nel giugno del 2006, le Nazioni Unite hanno annunciato, in un rapporto al Consiglio di Sicurezza, l’intenzione di mandare una squadra di specialisti dei diritti umani in Rd Congo per fare luce sull’accaduto.

Questa missione aveva tre obiettivi: fare l’inventario delle violazioni gravi dei diritti umani e del diritto internazionale commessi tra il marzo del 1993 e il giugno del 2003, valutare le capacità esistenti del sistema nazionale di giustizia per trattare tali violazioni, elaborare, con uno sforzo congiunto tra le autorità congolesi e il sostegno della comunità internazionale, una serie di opzioni destinate ad aiutare il governo a identificare i meccanismi appropriati di giustizia, in termini di verità e di riconciliazione, per garantire le basi di una pace durevole nel paese.

Il rapporto Mapping ha individuato ben 617 casi di violazioni gravi dei diritti umani e dei diritti internazionali umanitari: tra questi vi sono massacri classificati come crimini di guerra, altri come crimini contro l’umanità e alcuni come crimini di genocidio. Tutti crimini imprescrittibili. 

Le donne e le ragazze hanno pagato un tributo particolarmente pesante in questo decennio in ragione della loro vulnerabilità fisica, socio-economica e culturale. La violenza è stata spesso accompagnata da un uso sistematico di stupri e aggressioni sessuali da parte delle forze combattenti. Il rapporto evidenzia la natura ricorrente, generalizzata e sistematica di tali crimini che continuano ancora oggi: si tratta di donne che hanno perso la casa, la terra e i familiari.

Umiliate nella loro dignità, mutilate, violentate attraverso il ricorso allo stupro come arma di guerra, sventrate in alcuni casi con il machete, sepolte vive dopo aver subito violenze. La portata e la gravità delle violenze sono il risultato della mancanza di accesso alla giustizia da parte delle vittime e dell’impunità che ha prevalso in questi 10 anni.

Impunità che ha reso le donne ancora più vulnerabili di quanto non lo fossero già. Il fenomeno delle violenza sessuale perdura fino ad oggi anche nelle zone dove i combattimenti sono cessati e si accentua dove i conflitti continuano.

Sono coinvolti anche bambini e bambine in queste violenze?

Tra le vittime dobbiamo considerare anche i bambini perché la violenza sopprime la loro prima linea di difesa che sono i genitori. Anche quando i piccoli non sono vittime dirette, vedere i loro genitori uccisi o violentati, le loro case bruciate o saccheggiate, il trovarsi a vivere in altri luoghi in condizioni precarie, lasciano su di loro profondi traumi. Vivere come sfollati li rende ancora più vulnerabili alla malnutrizione e alle malattie.

La loro giovane età li rende bersaglio di credenze e superstizioni inculcate nella loro testa da menti perverse che approfittano di loro per convincerli che i rapporti sessuali con i bambini possono curare alcune malattie o rendere invincibili gli stupratori. Infine, la guerra generalmente li priva del diritto all’istruzione e quindi mette a repentaglio il loro futuro in modo duraturo.

Come le donne in RdC hanno reagito a queste violenze contro di loro e i loro figli? Dove ricevono una qualche forma di sostegno?

Le donne sono spesso nell’impossibilità di difendersi. Ma con l’aiuto, per esempio della Chiesa Cattolica, attraverso la commissione Giustizia e Pace, le donne sopravvissute a queste atrocità ricevono un forte sostegno e un grande sollievo, indispensabili per andare avanti. Tanti progetti sono in campo, come quello di protezione e recupero comunitario in tre diocesi dell’est del paese: Bukavu, Bunia e Kasongo. Progetto che offre alle vittime delle violenze, specialmente quelle sessuali, un’assistenza a tutto campo per il reinserimento socio-economico.

Sono previste attività di accompagnamento psico-sociale, medico e giuridico, seguite da un appoggio economico attraverso attività generatrici di reddito. Anche se tante questioni legate alla sicurezza, l’accesso alla giustizia, la riparazione dei danni, necessitano un patrocinio presso chi ne ha le competenze, tante altre associazioni accompagnano le donne nelle denunce di questi stupri, massacri, violenze, e della povertà che generano, ma anche dell’assenza dello stato, della mancanza dei fondi per la promozione dei diritti delle donne, dell’assenza di leggi sulle violenza verso di loro, della corruzione e dell’impunità.

Pensando alle donne italiane oggi, come possono rendersi solidali con le donne congolesi private della loro dignità?

Credo che le donne italiane possono fare moltissimo con la loro vicinanza, con il sostegno economico, con lo scambio culturale per valorizzare le nostre culture e tradizioni, con l’informazione per conoscere la Rd Congo con le nostre ricchezze umane prima che materiali, con l’incentivare la cultura del dare e del ricevere. Perché tutte abbiamo sempre qualcosa da dare e da ricevere. Non è mai a senso unico. Questa è la vera sorellanza. Il papa ha detto “Fratelli tutti”, io dico “Sorelle tutte”.

Che significato ha per lei celebrare la festa della donna in queste condizioni?

E molto difficile celebrare i diritti delle donne in queste condizioni a meno che non cogliamo l’occasione per riflettere sul senso di responsabilità  e consapevolezza che noi donne dovremmo assumere su alcuni aspetti della nostra vita: per esempio comprendere le questioni legate al genere, l’ignoranza che abbiamo dei nostri diritti, la mancanza di solidarietà fra di noi con la lotta per un posto che ci dà un ruolo, la mancanza di professionalità per lavorare per il cambiamento, la debole capacità di analisi politica che spesso releghiamo agli uomini, la mancanza di leadership nelle associazioni e la debolezza nell’attivismo femminile. Da qui dobbiamo ripartire e allora può avere un senso questa festa.

Quindi qual è il suo augurio alle donne oggi?

Io sono oggi attivista dei diritti delle donne. Chi l’avrebbe mai detto? Ma le cose che succedono hanno una dimensione tale che una donna come me non può resistere a quelle atrocità, al silenzio, sia nazionale che internazionale. Dunque l’augurio che faccio a tutte le donne è quello di parlare, testimoniare e denunciare, con tutti i rischi che questo comporta. Tante ci mettono la faccia perché queste ingiustizie ci riguardano tutte e noi donne dobbiamo essere in prima linea in queste lotte per la nostra dignità. Ogni momento è il migliore per cominciare. Che l’8 marzo sia dedicato alle donne il cui sangue versato è fermento per la rinascita di un mondo di pace, di giustizia, di fratellanza e sorellanza universale.


Nell’est della Rd Congo l’associazione Undugu onlus opera da anni a sostegno delle donne vittime di violenza. Attualmente ha attivi due progetti sanitari: “Appoggio comunitario per la riparazione della fistola ostetrica nelle zone rurali”, “Appoggio comunitario per la prevenzione della fistola ostetrica nelle zone rurali” e due progetti educativi: “Società globale delle donne” e “Centro di formazione Undugu per donne, ragazze madri e bambini indigenti”.

Per sostenere uno o più progetti scrivere a:
Anselme Bakudila anselmebakudila@gmail.com
o al presidente Issiya Longo issiyalongo@gmail.com

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