C’è confusione nella Repubblica democratica del Congo attorno all’istituzione di un corpo paramilitare per la messa in sicurezza del settore estrattivo, vero architrave dell’economia del paese ma anche del processo di transizione energetica a livello globale.
Un primo annuncio dell’Ispettorato generale delle miniere in cui si dava notizia della nascita di questa “guardia mineraria” è stato infatti smentito dagli Stati Uniti in uno dei suoi punti più rilevanti: i finanziamenti.
Kinshasa dava conto di un sostegno da 100 milioni di euro in un quadro di “partenariati strategici” con Washington e con il suo alleato Emirati Arabi Uniti.
Gli USA però hanno affermato di non voler essere associati al foraggiamento di una milizia. Da lì una serie di nuove specifiche dell’ispettorato di cui si dirà tra qualche rigo.
Il caos della pace USA
La situazione, in qualsiasi caso, non appare ancora del tutto chiara. L’annuncio delle autorità congolesi potrebbe avere però una portata più ampia.
Le perplessità sollevate dalla comunicazione dell’ispettorato vanno infatti di pari passo a quelle relative al processo di pace promosso dagli USA in Rd Congo.
Lo scorso dicembre Washington ha mediato un’intesa tra Kinshasa e il Rwanda che finora non ha portato gli sviluppi sperati. Ovvero la fine dell’ultima fase di un conflitto che prosegue da 30 anni e che ha provocato una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta, con milioni di persone sfollate.
Vanno avanti invece i lavori dell’amministrazione del presidente Donald Trump su una partnership parallela per lo sfruttamento delle risorse minerarie congolesi.
Sempre in questo contesto, Kinshasa ha stretto un accordo con una società del magnate dei contractor Erik Prince, molto vicino a Trump e agli Emirati Arabi Uniti, per garantire la riscossione dei crediti del settore estrattivo e combattere il contrabbando.
Compiti che appaiono complementari a quella della milizia annunciata dalle autorità congolesi. Se mancano ancora troppe informazioni per unire i puntini, il nuovo coinvolgimento USA nel paese sembra giocare comunque un ruolo potenzialmente rilevante anche in quest’ultimo annuncio.
I fatti
Ma cosa ha comunicato esattamente l’ispettorato generale delle miniere? Innanzitutto, questo ente risponde al ministero delle miniere ed è stato istituito nel 2023 per combattere le frodi nel comparto estrattivo.
Il gruppo paramilitare annunciato dalle autorità congolesi si dovrebbe chiamare Guardia mineraria e dedicarsi principalmente a “la messa in sicurezza dei siti minerari sull’intero territorio nazionale; il trasporto sicuro dei minerali, dalle zone di estrazione fino alle unità di trattamento e ai posti di frontiera; la sostituzione progressiva degli elementi delle forze di difesa attualmente dispiegati nelle zone minerarie”.
Secondo quanto affermato dal responsabile dell’ente, l’ispettore generale Rafael Kabengele, “la volontà del presidente, che stiamo attuando, è quella di risanare l’intero settore minerario della Rd Congo, eliminando le pratiche contrarie alla buona governance, alla trasparenza e alla tracciabilità dei minerali”.
Il governo di Kinshasa aveva già fornito un calendario definitivo: “Entro la fine del 2028 – si legge nella nota -, è previsto il dispiegamento progressivo di un organico di oltre 20mila guardie che copriranno le 22 province minerarie sotto la supervisione dell’ispettorato. Il primo contingente sarà composto da 2.500 a 3mila agenti, reclutati a seguito di un rigoroso processo di selezione”.
Nel testo si spiega inoltre che”le reclute seguiranno un programma di addestramento intensivo di sei mesi, condotto in collaborazione con la Maison militaire”, un ufficio delle forze armate che risponde direttamente alla presidenza.
Non da ultimo, la parte relativa alle risorse economiche: “Il programma, finanziato per 100 milioni di dollari, rientra nel quadro di partenariati strategici con gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti e sarà dispiegato all’interno di infrastrutture di addestramento già operative”.
La formula non è particolarmente netta, ma lasciava immaginare che Washington e Abu Dhabi si sarebbero occupati di buona parte del supporto finanziario all’iniziativa. Così è stato letto anche dai maggiori organi di stampa locale e internazionale.
Dopo poche ore, è arrivata però una smentita dall’ambasciata degli Stati Uniti nel paese. “Il governo degli Stati Uniti non finanzia gruppi paramilitari per la sorveglianza delle miniere”, afferma il comunicato, che prima chiarisce:
“I governi degli Stati Uniti e della Repubblica democratica del Congo si impegnano a promuovere la crescita economica condivisa, la stabilità e la prosperità attraverso l’Accordo di partenariato strategico”, ovvero il quadro di cooperazione centrato sui minerali.
“Questo impegno pone le basi per maggiori investimenti statunitensi nella Rd Congo, riconoscendo che una crescita economica sostenibile è il fondamento della stabilità a lungo termine”.
Nella stessa giornata di ieri è poi arrivata la specifica delle autorità di Kinshasa. L’ispettorato ha quindi affermato che “il progetto di istituzione di una guardia mineraria si iscrive in una dinamica di cooperazione e di dialogo con diversi partner internazionali, in particolare nel quadro delle relazioni con gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti”.
Premesso questo però, si chiarisce che “i meccanismi di finanziamento previsti si basano su strutture diversificate, che associano diversi tipi di attori, e non corrispondono a un finanziamento diretto da parte di uno stato in particolare”.
Le discussioni rispetto alla strutturazione dell’iniziativa proseguono quindi, e saranno oggetto di comunicazioni “a tempo debito”.
Un tesoro fantasma
L’intervento dell’ente non è riuscito a dissipare molti dubbi rispetto alla misura. Per capirne di più, può essere utile evidenziare alcuni aspetti del contesto congolese in cui va collocato questo provvedimento.
L’Rd Congo dispone di riserve massicce di diversi minerali fondamentali per alimentare la transizione energetica dalle fonti fossili. Nel paese si estrae circa il 70% del cobalto e del coltan mondiale.
Kinshasa è il secondo maggiore produttore di rame del pianeta mentre nel sottosuolo congolese si trovano anche stagno, oro e litio solo per citare alcune delle materie prime più importanti.
Nonostante questo, in Rd Congo sette persone su dieci vivono con meno di 2,15 dollari al giorno, sei su dieci in una condizione di povertà multidimensionale (relativa cioè all’accesso a istruzione, sanità e standard di vita degni), mentre un abitante su cinque non dispone di allaccio alla corrente elettrica.
Il tesoro geologico congolese non riesce a tradursi in ricchezza per la popolazione.
Le ragioni sono diverse, dalla corruzione alla mancanza di un settore industriale in grado di creare valore in loco. La povertà della governance del settore è stata sottolineata in settimana dal presidente Fèlix Tsishekedi, che ha ordinato un audit del comparto di 30 giorni per valutare quanti soldi vengono persi in accordi opachi, malgoverno e scarsa supervisione.
Anche il contrabbando gioca un peso enorme in questa dinamica. Secondo una stima del 2023 dell’allora ministro delle finanze congolesi, Nicolas Kazadi, il Rwanda guadagnava ogni anno circa un miliardo di dollari dall’esportazione di beni sottratti illegalmente alla Rd Congo.
Per quanto la cifra non sia facile da verificare, diverse analisi hanno mostrato come Kigali riesca effettivamente a esportare quote di coltan pari o addirittura superiori a quelle congolesi pur disponendo di un numero di miniere neanche minimamente paragonabile al suo enorme vicino.
Secondo una valutazione del governo degli Stati Uniti, oltre il 90% dell’oro congolese veniva contrabbandato in Rwanda e Uganda fino ad alcuni anni fa.
Lo sfruttamento delle miniere congolesi è non a caso la principale fonte di sostentamento economico cell’M23, milizia alleata dell’esercito rwandese che controlla alcune porzioni di territorio di Nord e Sud Kivu, le due province dell’oriente congolesi che sono l’epicentro della decennale guerra del Congo su cui è intervenuto anche l’accordo di pace statunitense.
Solo dalla miniera di Rubaya nel Nord Kivu, sito da cui si estrae il 15% di tutto il coltan del mondo, l’M23 riesce a guadagnare fino a 800mila dollari al mese secondo una stima del gruppo di esperti delle Nazioni Unite.
In definitiva, la necessità di intervenire sulla filiera dei minerali appare come urgente. Che la creazione di una nuova milizia possa essere la soluzione, ci sono invece molti dubbi.
Una galassia di gruppi armati
Nel paese operano già oltre 100 gruppi armati non statali stando a quanto osservato da numerosi analisti concordanti. Queste organizzazioni nascono per diverse ragioni: il sostegno di paesi vicini per lo sfruttamento delle risorse appunto, una delle dinamiche che ha prodotto l’M23.
Un contributo importante all’insorgere delle milizie viene anche dall’incapacità dello stato congolese di difendere e di provvedere ai bisogni di diverse comunità del paese, soprattutto nelle regioni distanti dalla capitale Kinshasa. Questi gruppi sociali si auto organizzano quindi, anche ricorrendo alle armi.
C’è poi la cronica fragilità delle forze armate, che spesso si frammentano seguendo logiche territoriali o di comando interno, portando ad ammutinamenti e alla nascita di nuovi gruppi. È sempre il caso dell’M23, che è nato nel 2012 proprio da un ammutinamento.
Esercito allo sbando
La situazione critica in cui versano le forze armate di Kinshasa è l’oggetto di un report pubblicato questa settimana dalla commissione per la difesa e la sicurezza dell’Assemblea nazionale.
Carenza di coesione, catena di comando fragile, incapacità di adattarsi alle nuove tecnologie e poi il mancato utilizzo dei fondi previsti per la difesa da parte del governo sono solo alcune delle ragioni evidenziate.
La porosità delle truppe congolesi avrebbe addirittura permesso a diversi eserciti stranieri di penetrare silenziosamente nel territorio nazionale, come nel caso di soldati zambiani che sarebbero ormai di stanza in due villaggi della regione mineraria del Tanganyka.
Si presenta poi particolarmente problematico il coordinamento con le milizie Wazalendo, gruppi di autodifesa che stanno sostenendo le truppe congolesi sul campo in Kivu che a loro volta ricevono quattro milioni di dollari al mese di finanziamento. A proposito di milizie…
Difficile che la situazione sia resa più fluida dalla presenza in Rd Congo della Vectus Global, società di contractor del magnate Prince incaricata di supervisionare la riscossione dei crediti nel settore minerario.
La traiettoria di Prince è costellata di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, come durante la guerra in Iraq nella prima decade degli anni 2000, e dalla totale mancanza di trasparenza.
Gli uomini della sua società, che in teoria dovrebbero poter agire solo nelle province meridionali di Alto Katanga e Lualaba, epicentri della produzione di rame e cobalto, sarebbero già intervenuti in Sud Kivu a supporto delle forze armate congolesi secondo alcune ricostruzioni.
Se gli Stati Uniti negano di finanziare la Guardia mineraria, è certo che l’intesa firmata da Prince sia stata facilitata dai negoziati condotti dall’amico Donald Trump.
Senza contare che gli USA stanno ampliando il raggio delle loro operazioni in Rd Congo in ogni campo, dalla cooperazione sanitaria (pure duramente criticata) al trasferimento forzato di migranti.
E i primi seri dubbi iniziano a montare anche rispetto alla credibilità delle società statunitensi che si stanno affacciando nel contesto congolese grazie alla partnership sui minerali siglata nei mesi scorsi.
“Investire su forze armate e polizia, altro che nuove milizie”
Un punto sulla situazione lo fa con Nigrizia Stewart Muhindo, portavoce di Lucha, una delle maggiori organizzazioni della società civile congolese. “La brigata – afferma l’attivista in riferimento alla guardia mineraria – dovrebbe servire a proteggere le persone, più che i minerali. Viviamo in un paese dove ogni mese vengono uccise centinaia di persone”.
Anche rispetto alla possibile interazione di questo nuovo corpo con le forze armate regolari, le perplessità sono molte. “Sembra un raddoppio delle funzioni dell’esercito, che sono il corpo costituzionalmente deputato alla protezione del paese, dei suoi abitanti e dei suoi beni”, commenta Muhindo.
“La priorità dovrebbe essere quella di rafforzare la capacità delle strutture già esistenti come esercito e polizia di svolgere il loro ruolo, piuttosto che crearne di nuove”.