Minatore artigianale in Sud Kivu (Credit: Info Congo / Global Witness)

I minerali che si estraggono nelle miniere di Mwenga nel Sud Kivu sono esportati illegalmente nei paesi confinanti e in quei paesi diventano legali. Inoltre il 70% del lavoro artigianale per la ricerca di oro e di coltan (usato nell’industria elettronica) viene finanziato da operatori economici che hanno le loro sedi in paesi vicini.

Sono due passaggi del rapporto che una commissione di parlamentari eletti nel Sud Kivu, provincia dell’est della Rd Congo, ha reso noto in questi giorni. Nel rapporto non vengono nominati i paesi vicini perché è ovvio che il Sud Kivu confina solamente con il Rwanda e con il Burundi. Il che conferma quanto gli osservatori internazionali e la società civile congolese vanno denunciando da anni: le ricchezze dell’est del paese vengono sistematicamente depredate e a trarne il maggior vantaggio è il Rwanda.

La commissione sottolinea l’opacità della gestione dell’intero settore minerario, fa i nomi di alcune imprese cinesi che si occupano di miniere senza avere i permessi necessari, spiega che la frode fiscale e la distruzione degli ecosistemi sono regole “auree” da quelle parti, denuncia che non di rado militari e poliziotti sono al soldo delle imprese. E arriva a raccomandare al governo regionale di sospendere l’attività mineraria nell’intera provincia, così da poter mettere ordine.

Ma i parlamentari sanno perfettamente che le interferenze rwandesi sono state tollerate per troppo tempo, che le istituzioni regionali sono deboli e che le soluzioni stanno altrove. Come sanno che il governo centrale di Kinshasa da una ventina d’anni sta lasciando andare alla deriva quei territori. E anche il tentativo dell’attuale presidente Tshisekedi di prendere in mano la situazione decretando, a partire dallo scorso 6 maggio, lo stato d’assedio nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri, non sembra sortire effetti rilevanti: l’insicurezza è la normalità.

Spesso si parla di quelle aree dell’est del paese come se fossero “terre di nessuno”. In realtà sono terre non governate dove hanno preso piede molteplici interessi. Quelli dei paesi vicini ma anche quelli dell’appartenenza etnica, quelli dei gruppi armati (se ne sono contati più di un centinaio) – che agitano improbabili bandiere ideologiche e spesso non sono altro che degli “imprenditori della sicurezza”, garanti degli affari legali e anche del malaffare – e quelli dei militari regolari con uno stipendio da fame.

E non c’è da illudersi che ci sia un cambio di passo nel breve periodo. Perché a Kinshasa già si pensa alle elezioni del 2023 e Tshisekedi ha già messo sul tavolo la sua candidatura anche se in questi tre anni di presidenza non ha certo brillato per coerenza: ha governato per quasi due anni con Joseph Kabila (l’ex presidente al potere per 18 anni: anni da dimenticare per l’est del paese) e poi ha voluto crearsi una propria maggioranza (raccogliticcia) per dimostrare di saper fare le riforme. Se riuscirà a farsi eleggere, le miniere del Sud Kivu continueranno ad essere terra di qualcuno…

Se invece avrà in mano le redini un presidente che abbia a cuore la sovranità dell’insieme del paese, allora l’oro del Sud Kivu potrà servire per le opere pubbliche, la sanità e per creare posti di lavoro stabili. (RZ)

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