Vigilia elettorale
Il 28 novembre, 32 milioni di congolesi sono chiamati al voto presidenziale e legislativo. Ritocchi costituzionali, divisione delle opposizioni e investimenti fatti nella campagna elettorale dicono che il presidente uscente verrà riconfermato. Ma avrà qualche difficoltà in parlamento. Intanto il paese arranca.

Lui è convinto di aver fatto un buon lavoro negli ultimi cinque anni. Ed è certo di riconfermarsi presidente al voto del 28 novembre. Forse anche in virtù del fatto che lo scorso gennaio è riuscito a modificare la costituzione nella parte che riguarda la legge elettorale: il parlamento ha soppresso il doppio turno, quindi per essere eletti basta vincere il primo turno.

Lui è Joseph Kabila (foto), 40 anni, al potere legittimamente dal 2006, ma alla guida della Repubblica democratica del Congo dal 2001, dopo che suo padre, Laurent-Désiré Kabila – l’uomo che nel 1997 rovesciò il maresciallo Mobutu, al potere dal 1965 – fu assassinato da una delle sue guardie del corpo.

Il primo mandato di Joseph Kabila era incentrato su due parole d’ordine: pacificazione e ricostruzione. Si doveva fare i in conti con un paese attraversato da due guerre successive con milioni di morti: quella tra il 1996 e il 1997, che aveva mandato in soffitta il regime di Mobutu; e quella tra il 1998 e il 2003, che vide Rwanda, Uganda e Burundi, all’inizio alleati, schierarsi contro Kabila-padre il quale mantenne però il sostegno di Angola e Zimbabwe. Quando, anche grazie alla pressione della comunità internazionale, i due principali nemici – Rwanda e Uganda – ritirano le loro truppe dal paese, inizia una fase di transizione, supportata dalle Nazioni Unite (che hanno investito molto, anche se non sempre lucidamente, nella pacificazione e che sono presenti ancor oggi), che conduce al voto del 2006.

Nella campagna elettorale per il suo secondo mandato, Joseph Kabila ha sbandierato che il tasso di crescita dell’economia è stato del 7% nel 2010 e che l’inflazione si è fermata sotto il 10%. Ha inoltre rimarcato che sono state costruite nuove strade e che ha in programma di estendere la diga di Inga, sul fiume Congo, per dare a paese (e in particolare alla capitale Kinshasa, spesso in blackout) maggiori forniture di corrente elettrica. Ha sostenuto infine che l’est del paese, quello ricco di materie prime e sotto la forte influenza del Rwanda, è quasi pacificato.

Che il Kivu (est del paese) sia tutt’altro che pacificato e che quello che era un tempo un suo bacino elettorale (nel 2006 ha vinto con oltre il 90% dei consensi) abbia perso fiducia, sono aspetti che molti analisti sottolineano. Ma ci sono altri dati che la dicono lunga sulla situazione del paese.

Cifre inquietanti

Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo classifica l’Rd Congo al 183° e ultimo posto dell’Indice di sviluppo umano 2011. In concreto: l’aspettativa di vita supera di poco i 48 anni; gli anni medi di istruzione sono 3,5; il reddito pro capite annuo è di 280 dollari. Quanto a corruzione, l’organizzazione non governativa Trasparency International, un rapporto riferito al 2010, colloca l’Rd Congo tra i paesi più corrotti: 164° posto su 178 paesi valutati. Ma Kabila imperterrito: «La prima delle nostre priorità è formare i cittadini ai valori repubblicani e morali».

È vero che Kabila dispone di notevoli risorse economiche e ha condotto un campagna elettorale martellante. Ed è vero che i suoi dieci rivali appaiono divisi e non in grado di catalizzare sufficienti consensi. Nemmeno i più accreditati: né Etienne Tshisekedi (78 anni), oppositore storico, che nel 2006 boicottò il voto, e che guida l’Unione per la democrazia e il progresso sociale; né Vital Kamerhe (51 anni) ex presidente dell’assemblea nazionale e a capo dell’Unione per lanazione congolese; né Léon Kengo wa Dondo (76 anni) presidente del senato e leader dell’Unione delle forze per il cambiamento. Tuttavia i 32 milioni di elettori (su 70 milioni di abitanti) sono chiamati anche a eleggere il nuovo parlamento e qui l’alleanza che sostiene Kabila, Alleanza della maggioranza presidenziale, guidata dal Partito del popolo per la ricostruzione e lo sviluppo, potrebbe trovarsi in difficoltà. Ed essere costretta, come ha fatto nella precedente legislatura, a creare alleanze con i partiti minori.

Intanto, a pochi giorni da voto, Daniel Ngoy Mulunda, presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) ha dovuto assicurare all’opinione pubblica che «non ci sono seggi elettorali fittizi». Nei giorni scorsi infatti, fonti dell’opposizione e della società civile avevano parlato di seggi elettorali inesistenti, i cui risultati potrebbero già essere compilati a favore dell’alleanza che sostiene Joseph Kabila. (rz)