Un fenomeno fuori controllo
Le Nazioni Unite denunciano che ogni giorno vengono violentate oltre 35 donne congolesi. E non di rado la vittima subisce violenze da parte di più uomini – spesso militari o guerriglieri – che in genere la fanno franca. Scarse le denunce. Due testimonianze.

Nella Repubblica democratica del Congo, dal 1993 a oggi, sono state violentate centinaia di migliaia di donne. Secondo le statistiche del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), nel paese vengono commessi intorno a 1100 stupri al mese. Le violenze sessuali hanno cominciato ad essere praticate in modo massivo a partire dalla prima guerra del Congo (1996-1997), terminata con la caduta del regime pluridecennale del dittatore Mobutu Sese Seko e hanno continuato ad essere commesse con intensità crescente durante la seconda guerra del Congo (1998-2002).

Le violenze sessuali hanno colpito indistintamente donne e bambine, dai 4 mesi agli 80 anni. Lo stupro è stato impiegato come arma di guerra per punire le comunità per presunte cospirazioni con il nemico, per terrorizzare la popolazione, assoggettarla alla propria volontà e renderla compiacente e per umiliare l’avversario. In molti casi le violenze sessuali sono state utilizzate come specifica strategia a lungo termine di annientamento del nemico: gli stupri sono stati perpetrati da soldati affetti da hiv con l’unico scopo di contagiare le donne o far nascere bambini malati. Le violenze sessuali, molto spesso, sono state sinonimo di genocidio: gli stupri, in questo caso, sono stati dettati da un progetto a lungo termine di eliminazione di un particolare gruppo etnico, attraverso la fecondazione di donne appartenenti all’etnia rivale ed il conseguente “imbastardimento” della stirpe.

È senza precedenti la brutalità di cui sono state e continuano ad essere oggetto le donne in Rd Congo. La maggior parte delle vittime è stata violentata consecutivamente da 10 o anche 20 uomini. Altre sono state violentate davanti alla loro famiglia o costrette ad avere rapporti sessuali con il padre o i fratelli. Molte donne, durante gli attacchi ai loro villaggi, sono state prese in ostaggio e costrette a diventare le schiave sessuali dei loro carnefici per svariati mesi. Ma si è andati anche oltre: alcune donne incinte sono state sventrate, altre sono state sepolte vive nella convinzione di rendere la terra più fertile.

Nonostante la guerra si sia ufficialmente conclusa nel 2002 con gli accordi di Sun City (Sudafrica), diversi gruppi ribelli sono ancora presenti in territorio congolese. Questi gruppi ribelli, insieme alle forze armate congolesi, sono gli autori del 65% delle violenze sessuali commesse contro le donne. Tuttavia, le recenti statistiche rivelano un preoccupante aumento dei casi di stupro commessi da civili e una banalizzazione delle violenze sessuali. Se si comparano i dati disponibili per il 2004 con quelli attuali si può notare che la percentuale di violenze sessuali commesse dai civili è passata dal 5% al 17%.

Arlette e Grace

Ecco due testimonianze. Arlette è una bambina di appena 12 anni, ed arriva alla clinica di Panzi, a Bukavu, Sud Kivu, dopo essere stata violentata da un civile per aver rubato 3 manghi dal suo campo. Ad accompagnarla c’è il padre disperato che spiega come sua figlia sia «destinata a non avere più un futuro». Spiega: «Dopo quello che le è successo, non potrà più trovare un marito». Nella società congolese infatti la verginità rappresenta un requisito indispensabile per il matrimonio. In molte famiglia il matrimonio di una figlia è visto come un’importante fonte di arricchimento: il futuro marito, per potersi sposare, è tenuto a pagare una dote (che può consistere in una somma di denaro o in del bestiame) alla famiglia della consorte. Per questa ragione, molti padri, come quello di Arlette, pensano che, in caso di stupro di una ragazza ancora illibata e non sposata, l’unica soluzione possibile sia quella di farle intraprendere la strada della prostituzione.

Grace ha 36 anni ed arriva in ospedale una settimana dopo il suo stupro. Stava andando a lavorare nei campi quando è stata sorpresa da quattro uomini in divisa: «Mi hanno presa alle spalle, mi hanno puntato la pistola addosso e mi hanno chiesto se volevo vivere o morire. Io ho detto che volevo vivere. Loro mi hanno risposto che allora dovevo fare quello che volevano senza lamentarmi. Uno di loro mi ha tappato la bocca e a turno hanno cominciato a stuprarmi». Come la grande maggioranza delle vittime di violenze sessuali, Grace si recata da sola in clinica per farsi visitare. Non vuole che nessuno sappia: né il marito che potrebbe decidere di ripudiarla, né i vicini o la gente del suo villaggio, che la considererebbero colpevole per quanto subito, e la emarginerebbero.

Impunità

Nonostante l’adozione nel 2006 da parte del governo congolese di una nuova legge sulle violenze sessuali (che innalza a vent’anni la pena per il reato di stupro e classifica quest’ultimo come un crimine contro l’umanità) e nonostante gli innumerevoli sforzi della comunità internazionale, le violenze sessuali non sembrano dare alcun segnale di arresto. Ciò è dovuto principalmente ad una impunità endemica: molto rari sono i casi in cui il responsabile di uno stupro viene perseguito legalmente e arrestato.

Questa impunità affonda le sue radici in molteplici fattori: la profonda sfiducia dei cittadini congolesi nei confronti del sistema giudiziario (fattore che, insieme alla paura del rigetto sociale, spinge molte vittime a non denunciare la violenza subita); un processo incompleto di riforma del settore della sicurezza ( i poliziotti congolesi ricevono in media uno stipendio mensile di appena 40 dollari e sono quindi facilmente corrompibili da eventuali stupratori che pagando anche una piccola somma di denaro possono comprare la propria libertà); la mancanza di un’adeguata formazione dei magistrati congolesi in materia di diritti umani e di violenze sessuali; un processo solo parziale di disarmo, smobilitazione e reintegrazione nella società civile degli ex combattenti; la forte ingerenza della gerarchia militare nei processi che vedono imputati dei membri delle forze armate; lo stato disastroso in cui si trovano le prigioni congolesi (molti condannati, una volta arrestati, evadono di prigione con estrema facilità).

Il movimento femminista internazionale ha scelto proprio la Rd Congo, e in particolare il Sud Kivu, come sede della marcia mondiale delle donne, che si è tenuta nell’ottobre di quest’anno. Ma dopo gli slogan, le marce e le promesse fatte sotto la luce dei riflettori internazionali, le violenze sono ricominciate.