Da Nigrizia di ottobre 2011: una campagna elettorale iniziata nel sangue
Il presidente Kabila si presenta da favorito alle presidenziali del 28 novembre, grazie alla nuova legge elettorale, alle divisioni delle opposizioni e a una gestione sospetta del denaro pubblico. Il clima è già surriscaldato. Le violenze di settembre non sono un bel biglietto da visita.

La campagna elettorale congolese, per le presidenziali del 28 novembre, è iniziata nella violenza. Il 5 settembre, 6 giorni prima della scadenza fissata per il deposito delle candidature, il settantanovenne leader dell’opposizione, Étienne Tshisekedi wa Mulumba, presidente dell’Unione per la democrazia e il progresso sociale (Udps), dopo aver completato l’iter burocratico elettorale, stava per essere scortato nella sua casa di Limete da un migliaio di sostenitori. Lungo la strada, passando davanti alla sede del Partito del popolo per la ricostruzione e lo sviluppo (Pprs) del presidente Joseph Kabila, Tshisekedi è stato preso di mira dai sostenitori del capo dello stato, che hanno cominciato a lanciare sassi contro gli avversari politici. Come rappresaglia, i “combattenti” dell’Udps hanno tentato di incendiare l’edificio del Pprs, bruciando anche 7 vetture.

 

Nella notte, alcuni sconosciuti hanno dato fuoco alla sede dell’Udps, mentre la residenza privata di Tshisekedi è stata attaccata con un mix di pietre e bombe molotov. Anche la sede della Radio Lisanga Télévision, emittente che appartiene a un deputato dell’opposizione, è stata saccheggiata e data alle fiamme.

 

Il 6 settembre, si sono verificati ulteriori scontri. Un militante dell’Udps è stato ucciso e due suoi compagni sono stati gravemente feriti da colpi di arma da fuoco. L’assassino sarebbe un pomba (miliziano) del Pprs, secondo l’accusa di Carbone Benibeya, portavoce della Lega dei giovani dell’Udps. Già all’inizio di luglio e il 1° settembre, altre due manifestazioni dell’Udps erano degenerate in scontri con la polizia. Il 7 settembre, il governatore di Kinshasa, André Kimbuta, ha così deciso di proibire tutti i raduni politici in programma fino all’11 settembre, giorno ultimo, appunto, per il deposito delle candidature.

 

Kabila cambia le regole del gioco

La campagna elettorale, con queste premesse, promette di essere incerta. Con la modifica costituzionale, in gennaio, della legge elettorale da parte dell’assemblea nazionale e del senato – modifica che prevede la soppressione del doppio turno nelle elezioni presidenziali -, Kabila ha segnato un punto importante in suo favore. Per vincere, ora, gli basta arrivare in testa al primo turno. Non ha più bisogno di raccogliere la metà dei voti espressi. Il modo, poi, in cui è avvenuta la registrazione elettorale dovrebbe avvantaggiare il presidente e il suo partito. Infatti, anche se non ci sono dati statistici che confermano una crescita demografica inferiore rispetto al resto del paese, la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) ha annunciato che la città di Kinshasa e la sua periferia avranno solo 51 deputati, 7 deputati in meno rispetto al 2006. Visto che non è emersa alcuna frode manifesta, gli osservatori hanno spiegato questo dato, ipotizzando che molti cittadini della capitale abbiano rinunciato a iscriversi nelle liste a causa delle lunghe code. Resta il fatto, tuttavia, che i simpatizzanti del Pprs sono stati indirizzati verso gli uffici di registrazione meno intasati, con l’apparente benevolenza della Ceni, diretta dal pastore Daniel Ngoy Mulunda, cugino di Laurent-Désiré Kabila, il padre defunto dell’attuale capo di stato.

 

Le operazioni burocratiche sono state particolarmente efficaci, invece, nel Katanga, regione d’origine di Mulunda e di Kabila padre, al punto che tre deputati in più siederanno nella futura assemblea nazionale, portando a 72 il numero dei rappresentanti di questa provincia.

 

Le opposizioni non credono che ciò sia frutto del caso. Kabila aveva interesse che Kinshasa, a lui ostile, fosse meno rappresentata. Nella capitale, infatti, in occasione delle ultime elezioni presidenziali, il leader del Pprs era stato largamente superato dal suo avversario di allora, Jean-Pierre Bemba. Kabila aveva ottenuto, invece, un risultato spettacolare nel Katanga. Altra strana coincidenza: la provincia del Maniema, che si era largamente espressa a favore di Kabila nel 2006, ha ottenuto due seggi supplementari.

 

Non bisogna, tuttavia, neppure enfatizzare troppo l’eventuale influenza della Ceni o del Pprs nella fase della registrazione degli elettori. Infatti, c’è un numero più elevato di deputati anche in alcune province che non hanno votato l’attuale presidente 5 anni fa, come nell’Equatore, nel Kasai Orientale e nel Kasai Occidentale. Al contrario, la Provincia Orientale e il Nord-Kivu, a lui favorevoli nel 2006, si vedono accreditati di meno rappresentanti.

 

Il bastone di comando

Ma sono ben altri gli elementi che rischiano di giocare in modo assai favorevole a Joseph Kabila. A cominciare dal fatto che è lui a tenere in mano le redini di comando dell’apparato statale. In effetti, il presidente è in campagna elettorale da più di un anno, spesso enfatizzando i suoi successi. Anche se è lontano dal soddisfare tutte le esigenze dei congolesi – soprattutto quelle degli abitanti della capitale, che non cessano di lamentarsi delle continue interruzioni della corrente elettrica -, Kabila si vanta di aver lanciato quattro progetti di dighe e centrali idroelettriche nel 2011. Un avvenimento di così ampia portata non si verificava nell’Rd Congo da almeno 20 anni. Ponti e strade sono state costruiti, o risistemati, nel Basso-Congo e nel Katanga. Cantieri sono stati avviati anche nel Nord-Kivu, nella regione di Butembo. Kabila è il solo candidato a poter presentare un bilancio corposo. Dispone, poi, del “nerbo della guerra”, il denaro, la cui provenienza è spesso assai oscura. Diversi deputati dell’opposizione hanno denunciato lo scandalo della cessione delle attività e dei beni statali nelle miniere d’oro della Provincia Orientale o in quelle del rame nel Katanga, a condizioni sfavorevoli per il paese, suscitando sospetti di tangenti.

 

Il rischio finanziario, in ogni caso, potrebbe pesare per le opposizioni ancora di più, se le elezioni dovessero essere rinviate a gennaio. Ciò, infatti, potrebbe costringere gli avversari di Kabila a prolungare la campagna elettorale, con meno mezzi economici rispetto alla compagine governativa.

 

Tuttavia, secondo un esperto europeo, computer e altre attrezzature necessarie per il voto (urne, cabine elettorali, ecc…) devono ancora essere spediti dalla Cina, dal Sudafrica, dalla Germania e dal Libano, per essere distribuiti nelle province. E ciò incide sull’incertezza del voto.

 

Kabila, però, presenta anche dei punti deboli. Nell’ovest del paese è percepito come uno che parla la lingua swahili, cioè un uomo dell’est. Gli abitanti di Kinshasa lo prendono in giro per il suo temperamento taciturno. Nel Basso-Congo, schiacciando nel sangue, con l’esercito, le rivolte del 2007 e 2008 suscitate dal movimento politico religioso di Bundu-dia-Kongo (oltre 300 i morti), il presidente si è alienato il sostegno della popolazione. La repressione nei confronti del Movimento di liberazione del Congo (Mlc) è stata vista come una persecuzione contro i cittadini dell’Equatore. Anche nelle province dell’est (Nord- Kivu, Sud-Kivu, Provincia Orientale), alle quali deve la sua vittoria nel 2006, Kabila ha visto erodere la sua popolarità, a causa dell’incapacità di ristabilire la pace.

 

La divisione dell’opposizione

Il presidente in carica dispone, tuttavia, di un altro vantaggio notevole: la divisione dell’opposizione. Nonostante gli appelli a una candidatura unica lanciata da alcuni dirigenti del cartello che si oppone all’Pprs, il veterano Étienne Tshisekedi è stato tra i primi a depositare la sua candidatura. «Non ho lottato 30 anni per lasciare il mio posto a un altro», aveva avvertito alla fine del 2010. Ma il suo partito è diviso. Pochi mesi fa, per protestare contro «il letargo e la paralisi totale» dell’Udps, un ex assistente di Tshisekedi, François-Xavier Beltchika, aveva provocato una scissione all’interno del partito. Quattro giorni prima del deposito della candidatura, Tshisekedi aveva poi boicottato la riunione, all’Hotel Sultani della capitale, dei rappresentanti del Movimento per la liberazione del Congo (Mlc), guidati da Bemba, dell’Unione per la nazione congolese (Unc) dell’ex presidente dell’assemblea nazionale, Vital Kamerhe, e dell’Unione delle forze per il cambiamento (Ufc) del presidente del senato, già primo ministro, Léon Kengo wa Dondo. La riunione era stata indetta per mettere a punto un programma comune di governo, basato sulla restaurazione della good governance, sulla distribuzione equa delle ricchezze e su valori quali la tolleranza. All’accordo è stato obbligato ad aderire lo stesso Mlc, il cui leader Bemba, nel voto del 2006, era riuscito a raccogliere circa il 42% dei consensi; la Corte penale internazionale (Cpi), davanti alla quale Bemba è comparso per rispondere delle accuse di crimini contro l’umanità commessi dalle sue truppe alla fine del 2002 e nei primi mesi del 2003 nella Repubblica Centrafricana, ha rifiutato la sua richiesta di libertà vigilata. Una richiesta, quella di Bemba, che, se accolta, gli avrebbe permesso di recarsi a Kinshasa per depositare la candidatura. La Cpi ha spiegato che la sua presenza nell’Rd Congo avrebbe potuto provocare problemi di ordine pubblico.

 

La candidatura di Tshisekedi ha aperto il vaso di Pandora. Il giorno dopo, Vital Kamerhe e François Nzanga Mobutu, figlio del defunto dittatore Mobutu, l’hanno imitato. Nonostante tutto, Kamerhe non dispera di poter riunire l’intera opposizione dietro un unico candidato. Molti osservatori dubitano, però, che l’anziano Tshisekedi, venerato come un capo tradizionale nella sua roccaforte di Kasai, accetti una qualsiasi alleanza, se non nella forma di un riallineamento incondizionato. Dopo il successo di folla ottenuto all’inizio di agosto in Katanga dal suo capo, l’Udps non si aspetta altro se non una vittoria, che però non è garantita. Ciò che appare più probabile è che, in caso di sconfitta, i militanti di questo partito potrebbero non accettare l’esito delle urne.

 

Detto questo, una vittoria potrebbe costringere Kabila a stringere alleanze per ottenere una maggioranza parlamentare. Del resto, già in occasione delle ultime elezioni, aveva dovuto trovare l’appoggio di piccoli partiti e di parlamentari indipendenti.

 


 



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