Rd Congo: minatori e diritti negati, una transizione energetica giusta è ancora lontana
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Cobalto e rame sono sempre più essenziali ma le condizioni di chi estrae questi minerali restano precarie
Rd Congo: minatori e diritti negati, una transizione energetica giusta è ancora lontana
Lo mostra un report della organizzazione congolese CAJJ e della ONG britannica RAID
25 Giugno 2025
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 7 minuti
Una miniera di cobalto in Rd Congo. (Crediti: The International Institute for Environment and Development/ Flickr)

Si parla molto delle risorse minerarie della Repubblica democratica del Congo. La loro centralità per la transizione energetica colloca le ricchezze del sottosuolo congolese al centro di un grande gioco fra i cui protagonisti assoluti ci sono Cina e Stati Uniti. Se negli ultimi 20 anni Pechino ha preso un largo vantaggio su Washington, avvicinandosi al controllo totale del cobalto e del rame di Kinshasa, gli Stati Uniti a guida Donald Trump stanno provando con tutte le forze a riguadagnare terreno. L’accordo di pace che in settimana dovrebbero firmare i governi di Rd Congo e Rwanda, mediato appunto dagli USA e dal Qatar, può essere letto anche in questo senso.

Nell’ottica di Washington il tacere delle armi, più che mai necessario nel nord-est congolese vessato da 30 anni di conflitto, serve soprattutto a fare da anticamera a nuove frontiere di cooperazione economica che dovrebbero rimettere le multinazionali USA in pista nella corsa all’el dorado nascosto sotto la terra del Congo. L’intesa fra Kinshasa e Kigali fa riferimento esplicito a un meccanismo regionale di cooperazione che coinvolga investitori USA, mentre l’intesa dovrebbe essere accompagnata da accordi paralleli per l’accesso alle risorse congolesi e rwandesi. 

Chi rende la transizione energetica possibile 

Fra i calcoli geopolitici e le considerazioni strategiche, spesso a essere dimenticati sono però i lavoratori del settore minerario, coloro senza i quali il tesoro della transizione energetica non potrebbe mai venire alla luce. Negli anni si sono succedute le denunce di attivisti, ONG e giornalisti, ma poco sembra essere cambiato nel secondo paese più grande dell’Africa sul piano del rispetto dei diritti dei minatori. A confermarlo, una volta di più, un report pubblicato in questi giorni dall’organizzazione congolese Centre d’Aide Juridico-Judiciaire (CAJJ) e dall’ONG britannica RAID.

Stando a quanto emerge dal documento, a quattro anni dalle ultime rilevazioni condotte dalle organizzazioni, le paghe dei lavoratori restano insufficienti anche per il solo sostentamento, gli abusi ai danni dei minatori sono all’ordine del giorno mentre resta molto difficile riuscire a organizzarsi a livello sindacale senza andare incontro a conseguenze. Al netto di alcuni miglioramenti che ci sono stati, a partire dal raddoppiamento del comunque largamente insufficiente salario minimo, la situazione resta allarmante.

La CAJJ è nata nel 2007 nel cuore della cosiddetta “cintura del rame”, nel sud della Rd Congo, e da allora è impegnata nella tutela e la promozione dei diritti umani, con un focus particolare sull’assistenza legale. RAID lavora al fianco delle vittime di danni ambientali o violazioni dei diritti umani compiute da grandi imprese nell’ottica di portare le compagnie internazionali davanti la giustizia.

Il dossier delle due organizzazioni si basa su interviste condotte a inizio anno con oltre 30 lavoratori di sei grandi miniere industriali (quindi non artigianali) di rame e cobalto, situate tutte fra Kolwezi e Fungurume, nella provincia meridionale di Lualaba. I siti estrattivi oggetto dell’indagine hanno prodotto insieme oltre metà della fornitura mondiale di cobalto nel 2023, stando a quanto riportano le realtà autrici del report.

È importante notare che questo noto elemento, uno dei cardini dell’industria dell’elettrico, dalle batterie per le auto ai centri dati per l’intelligenza artificiale, è un sottoprodotto dell’estrazione del rame (o del nichel) e non si trova allo stato puro metallico.

In settimana Kinshasa ha inoltre esteso per altri due mesi una serie di limitazioni all’esportazione di cobalto che erano state imposte la prima volta a febbraio nel tentativo di far fronte all’abbassamento record dei prezzi sul mercato della materia prima. Il governo congolese ha deciso di proseguire con questa politica dato il livello ancora elevato di scorte presente sul mercato. In discussione c’è la possibilità di introdurre un sistema di quote per l’esportazione fra le vari multinazionali presenti nel paese. 

Alcune di queste, fra le più grandi aziende del settore minerario al mondo, sono citate nel report. Si va dalla statunitense Glencore alla cinese CMOC. Tre delle sei società sono cinesi mentre una è di proprietà di Sicomines, una joint venture fra la compagnia statale congolese Gecamines e un consorzio di investitori di Pechino.

I contenuti del report

Dal documento emerge in primis una grande differenza di trattamento fra i lavoratori assunti direttamente dalla multinazionali e fra quelli che prestano servizio in società di subappalto. Peccato che questi fossero fra il 57 e il 70% del totale delle persone occupate nelle miniere di rame e cobalto nel 2021, data dell’ultima ricerca sul tema delle due ONG che hanno realizzato il report, e che questa proporzione non sembra essere cambiata negli ultimi quattro anni. Si parla di ben oltre la metà di oltre 400mila persone. Tante sono infatti quelle occupate nelle miniere della provincia di Lualaba. 

Lavoratori assunti direttamente e contractor sono però accomunati da condizioni di lavoro molto difficili. Fra gli elementi critici più importanti che sono sottolineati nel report, gli stipendi al di sotto di una soglia minima di sussistenza; condizioni di lavoro precarie e assistenza sanitaria inadeguata, con ripetuti casi di esposizione diretta a sostanze tossiche o di mancato soccorso in caso di infortunio; turni estenuanti fino a più di 12 ore al giorno anche per 30 giorni consecutivi; repressione dei diritti sindacali; abusi fisici da parte dei superiori e discriminazioni di vario tipo a danno dei lavoratori congolesi, registrati ovunque ma in modo particolare nelle aziende gestite da persone cinesi. 

La questione delle paghe merita un approfondimento. Nel 2024 il governo congolese ha raddoppiato il salario minimo, portandolo da circa 7mila a oltre 14mila franchi congolesi al giorno, ovvero da 2 a 4,15 euro circa. In totale si arriva a circa 130 euro al mese lavorando 30 giorni. CAJJ e RAID hanno però calcolato quanto dovrebbe essere lo stipendio di un lavoratore per permettergli di coprire senza difficoltà bisogni essenziali come vitto, salute e istruzione.

Il risultato è che un minatore dovrebbe percepire uno stipendio pari a circa 520 dollari al mese, cioè 447 euro, quasi quattro volte i salari realmente pagati ai lavoratori di Kolwezi e Fungurume. L’aumento dello stipendio minimo va interpretato quindi come un passo positivo ma largamente insufficiente. Una realtà riconosciuta dallo stesso presidente Félix Tshisekedi, che per bocca del portavoce del governo Patrick Muyaya ha definito l’adeguamento deciso dal suo esecutivo «ampiamente insufficiente a coprire i costi di base dei lavoratori». 

Prospettive 

Il contesto descritto dal report è quello su cui si gioca la grande partita per la transizione energetica a cui si accennava all’inizio di questo articolo. In teoria, dei passi avanti sono avvenuti anche a livello internazionale, se è vero che l’anno scorso gli USA hanno aggiunto il cobalto congolese alla lista dei beni prodotti tramite sfruttamento. Una designazione questa, che ne aggiorna una precedente che faceva riferimento al solo cobalto estratto nei siti artigianali, non regolamentati e ancora più problematici di quelli industriali da tutti i punti di vista, e che comporta tutta una serie di conseguenze sull’ingresso negli Stati Uniti del cobalto congolese o di prodotti realizzati con questo minerale. 

«Sostenibilità» e «trasparenza» nella catena di valore dei minerali sono due delle parole chiave anche del nuovo capitolo della cooperazione USA-Rd Congo-Rwanda, almeno stando a quanto affermato dall’inviato speciale degli USA per l’Africa, Massad Boulos. Solo il tempo e l’effettivo concretizzarsi di queste intese – e della pace nel nord-est della Rd Congo – potranno dire se si tratta solo di parole.

In gioco c’è l’essenza stessa del nuovo modello economico e produttivo mondiale. «La domanda globale di minerali del Congo sta esplodendo, così come i profitti aziendali», ha osservato Anneke Van Woudenberg, direttrice esecutiva di RAID. «Non ci sono ragioni per cui i lavoratori congolesi debbano vivere in povertà o sputare sangue in miniere pericolose. Pagare un salario dignitoso e rispettare i diritti fondamentali non è carità: è un banco di prova per verificare se la transizione energetica sarà giusta ed equa».

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