Mentre il 4 dicembre scorso Donald Trump in pompa magna faceva firmare un accordo di pace tra il presidente della Repubblica democratica del Congo Félix Tshisekedi e quello del Rwanda Paul Kagame, decine e decine di donne delle regioni orientali della Rd Congo continuavano ad essere violentate, migliaia di persone si affollavano ai confini del Burundi per trovare una via di fuga e molti altri cadevano sotto i colpi dei bombardamenti e dell’artiglieria pesante delle forze in campo.
Parliamo di civili, non di combattenti. Che le cose non siano affatto migliorate in quella parte del paese ma che anzi stiano peggiorando lo dimostrano senza alcun dubbio gli ultimi avvenimenti.
Mentre c’è una notizia freschissima che evidenzia quali erano i reali interessi degli USA, impossessarsi delle materie prime di quel paese. Ne parleremo tra un po’.
Civili sotto attacco
Ma ricordiamo prima gli attacchi dell’M23 a Uvira, a pochi giorni dalla firma di quell’accordo – con molta superbia definito “storico” -, città che è un vero e proprio snodo economico e dei trasporti nell’enorme provincia del Sud Kivu, strategicamente situata al confine con il Rwanda e a soli 30 chilometri dalla capitale del Burundi, Bujumbura.
O degli attacchi di inizio anno in tre villaggi nella provincia del Nord Kivu, da parte delle ADF (Forze democratiche alleate), milizia legata allo Stato islamico. Le ADF, secondo le Nazioni Unite, sono anche colpevoli di utilizzare bambini soldato. Ma questo riguarderebbe, secondo alcune testimonianze, anche l’M23.
La situazione insomma non è né calma né pacificata. Non lo è mai stata. E a pagarne le conseguenze maggiori sono appunto i più vulnerabili.
Stupri in aumento e impunità
È appena uscito un nuovo report di Human Rights Watch in cui chiaramente si afferma che “la violenza sessuale legata al conflitto nella Repubblica democratica del Congo orientale è aumentata, mentre il sostegno alle sopravvissute è diminuito significativamente”.
È ormai cosa tristemente nota che l’M23/AFC, sostenuto dal Rwanda, ma anche altri gruppi armati e forze militari, stanno usando la violenza sessuale come arma di guerra. Un’“abitudine” resa possibile anche grazie al clima di impunità che protegge i responsabili.
Nessuno in realtà sta perseguendo questi criminali e la ONG denuncia non solo l’indifferenza che praticamente avvolge la violenza sessuale contro le donne ma anche un sistema sanitario che non ha mezzi a sufficienza per curarle fisicamente e per garantire loro sostegno psicologico.
La cifra, davvero allarmante del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) citata nel rapporto di HRW è questa: tra gennaio e settembre 2025 sono stati registrati 80mila casi di stupro, principalmente nelle province di Ituri, Nord e Sud Kivu. Si tratta di un aumento di oltre il 30% rispetto al 2024.
Interviste con le vittime, autorità e membri del personale di organizzazioni che forniscono assistenza ai sopravvissuti, hanno permesso di creare un quadro della situazione.
Dalle violenze pare non astenersi nessuno. Le vittime riferiscono di soldati congolesi, miliziani wazalendo – coalizione di gruppi armati, alleati delle Forze armate della Rd Congo (FARDC) in lotta contro l’M23 e le Forze di difesa del Rwanda (RDF) – membri del gruppo politico-militare AFC/M23, del gruppo terroristico ADF e del gruppo armato Codeco – milizia composta prevalentemente da appartenenti dall’etnia lendu – e anche da combattenti la cui affiliazione a un gruppo non è stata formalmente accertata.
Un vero e proprio assedio quello subito dalla popolazione femminile del Nord e Sud Kivu e dell’Ituri. Poche, pochissime, forse nessuna sarà in qualche modo risarcita o vedrà gli abusanti pagare per i loro crimini. Secondo le testimonianze raccolte, infatti, farsi eventualmente carico di una denuncia oltre ad essere pesante psicologicamente, è troppo costoso e non solo per quelle che sono quasi prive di reddito.
Crescono anche gli abusi di minori
C’è poi un altro dato allarmante, fornito dall’ultimo report dell’UNICEF. Nei primi nove mesi del 2025 sono stati registrati oltre 35mila casi di violenza sessuale contro bambini e bambine. Le più colpite sono ragazze adolescenti che, oltre al trauma psicologico, riportano gravi lesioni, gravidanze indesiderate e il rischio di malattie sessualmente trasmissibili. E anche in questo caso si tratta di numeri in costante aumento negli ultimi anni.
Tagli agli aiuti di emergenza
Manca poi l’appoggio del governo ma altra questione significativa è come affrontare il dopo, le conseguenze sulla salute. Entrambi i report citati (di HRW e UNICEF, ndr) denunciano i risultati, già visibili, della riduzione degli aiuti di emergenza, soprattutto quelli che provenivano dagli Stati Uniti.
Si parla di farmaci in grado di prevenire le infezioni da HIV, i cosiddetti kit PEP o kit di profilassi post-esposizione. I tagli improvvisi ai programmi di aiuti umanitari internazionali, inclusa la fornitura di questi farmaci, hanno gravemente compromesso il già fragile sistema sanitario.
Vantaggi per Washington
Ma mentre la sofferenza dei civili cresce, cominciano a manifestarsi vantaggi per chi si è speso per una pace falsa con l’obiettivo di sfruttare le immense risorse minerarie di cui quella parte del paese è ricchissimo.
Ricchezze che sono poi il vero obiettivo, il vero motivo di conflitti come questo. L’accordo firmato a Washington mirava a regolare anche questioni economiche per garantire agli Stati Uniti un accesso privilegiato alle terre rare della regione.
Ed eccoli i fatti. La Repubblica democratica del Congo sta inviando la sua prima spedizione di rame negli Stati Uniti attraverso una partnership con Mercuria Energy Group. L’azienda mineraria di stato, Gecamines, spedirà 100mila tonnellate di rame dalla sua quota del 20% della produzione del gigantesco progetto minerario Tenke Fungurume del Gruppo CMOC, uno dei maggiori produttori di rame e cobalto nel paese.
È proprio con quell’accordo del dicembre scorso che la Rd Congo, secondo fornitore mondiale di rame e sede dei più ricchi giacimenti di cobalto, ha offerto agli Stati Uniti l’accesso a progetti minerari e infrastrutturali in cambio del sostegno per sedare la ribellione sostenuta dal vicino Rwanda.
Finora i produttori cinesi come la CMOC hanno dominato (in realtà ancora dominano) l’estrazione e la lavorazione del rame e del cobalto del Congo. Gli Stati Uniti vogliono invertire la rotta, ma senza alcun reale interesse verso le popolazioni locali e i loro drammi. Di cui evidentemente importa poco. Il vero obiettivo sono – e sono sempre stati – i vantaggi economici.