Hanno fatto il giro del web nei giorni scorsi le immagini di una imponente frana in una miniera di cobalto nella provincia di Lualaba, nel sud della Repubblica democratica del Congo, che il 15 novembre ha causato la morte di almeno 32 perone.
Secondo funzionari locali il crollo sarebbe avvenuto dopo che decine di minatori illegali si sarebbero introdotti nella miniera di Kalando, nonostante il divieto di accesso, provocando la reazione del personale militare di sorveglianza, che avrebbe cominciato a sparare.
L’agenzia mineraria governativa SAEMAPE ha dichiarato alla BBC che per fuggire i minatori, in preda al panico, avrebbero attraversato in massa un ponte fatiscente che non avrebbe retto al peso di tante persone insieme.
Le miniere artigianali
Incidenti simili non sono infrequenti nella Rd Congo, dove si stima che tra 1,5 e 2 milioni di persone – decine di migliaia sono bambini – siano impiegate nell’estrazione mineraria artigianale non regolamentata, che alimenta la domanda globale di rame, cobalto e altri minerali, e che rappresenta il 20% della produzione mineraria del paese.
Si stima che la Rd Congo detenga il 72% delle riserve mondiali di cobalto – minerale essenziale nell’industria tecnologica, che alimenta batterie agli ioni di litio nelle auto elettriche e nei dispositivi elettronici -, la cui domanda globale aumenterà del 40% entro il 2030, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia.
Altre sime ritengono che circa il 15-30% del volume annuo di cobalto proveniente dalla Rd Congo che raggiunge il mercato mondiale provenga da miniere artigianali e su piccola scala.
La ripresa parziale dell’export
A metà ottobre, dopo otto mesi di blocco delle esportazioni di cobalto, le autorità congolesi hanno revocato la misura, imposta a febbraio per controbilanciare un forte calo dei prezzi globali del minerale e un mercato in eccesso di offerta.
A partire dal 16 ottobre l’Autorità di regolamentazione e controllo del mercato delle sostanze minerali strategiche (ARECOMS) ha quindi introdotto regole più stringenti sulle quote di esportazione, che saranno revocate alle aziende che non raggiungeranno gli obiettivi di volume, violano le norme ambientali o fiscali, o trasferiscono le assegnazioni a terzi.
Obiettivo: limitare le esportazioni e promuovere la lavorazione locale, rendendo meno attraente per i produttori la spedizione di cobalto grezzo.
Il bando alle esportazioni di minerali è stato invece esteso per altri sei mesi nelle province orientali del Nord e Sud Kivu, in 38 siti minerari artigianali controllati dalle milizie filo-rwandesi M23.
Il cobalto artigianale sostenibile
Un’altra iniziativa riguarda la nazionalizzazione delle miniere artigianali all’insegna della sostenibilità.
A questo proposito lo scorso 13 novembre l’agenzia statale per il cobalto, Entreprise Générale du Cobalt (EGC), nata nel 2019 come filiale dell’azienda mineraria statale Gécamines, ha annunciato la produzione delle sue prime mille tonnellate di cobalto artigianale tracciabile estratto nella città mineraria di Kolwezi, cuore della produzione nazionale del minerale.
Secondo l’azienda, questo modello “etico” di estrazione, ripulirà la catena di approvvigionamento e allineerà la produzione agli standard ambientali, sociali e di governance internazionali.
EGC non ha però rivelato i dettagli della sua filiera “sostenibile” né come sarà commercializzato il cobalto ricavato.