Rd Congo: sanzioni USA alle forze armate del Rwanda
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Washington impone il provvedimento sull'esercito e quattro alti funzionari mentre nell'est del paese proseguono i combattimenti
Rd Congo: cosa c’è dietro alle sanzioni USA alle forze armate del Rwanda
La misura si inserisce nel quadro dell'accordo di pace firmato negli Stati Uniti da Kinshasa e Kigali
03 Marzo 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 11 minuti
(Crediti: Foto di US Africa Command da Flickr)

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni economiche contro l’esercito del Rwanda e quattro suoi alti funzionari per il loro sostegno all’M23, gruppo armato già sottoposto a misure punitive USA dal 2013 che controlla ampie fette di territorio di Nord e Sud Kivu, due province dell’est della Repubblica democratica del Congo.

Il supporto di Kigali per la milizia è ritenuta una “palese” violazione dell’accordo di pace di Washington, intesa siglata da Rd Congo e Rwanda lo scorso dicembre con la mediazione dell’amministrazione del presidente Donald Trump.

L’accordo si è finora dimostrato inefficace nel contenere il conflitto nell’oriente congolese: nel paese continuano gli scontri armati, lo sfollamento di migliaia di persone, le violazioni dei diritti umani di civili e anche gli avvicendamenti nel controllo del territorio.

Nell’annunciare le misure contro Kigali, Washington ha detto di “aspettarsi l’immediato ritiro” dall’est della Rd Congo “delle truppe rwandesi, delle loro armi ed equipaggiamenti”. 

Il sostegno rwandese all’M23 è denunciato da tempo da Kinshasa, le Nazioni Unite e larga parte della comunità internazionale occidentale. Secondo la loro versione, Kigali sostiene la milizia con migliaia di uomini sul campo, intelligence, addestramento e rifornimento di armi all’avanguardia.

Il gruppo armato è impegnato da mesi in un dialogo con Kinshasa parallelo a quello di Washington, negoziato dal Qatar. Anche questa interlocuzione ha portato alla firma di un accordo e all’elaborazione di una serie di protocolli di attuazione, che si stanno dimostrando inefficaci tanto quanto quello maturato negli USA.

Quel legame tra M23 e Rwanda

Kigali ha respinto le sanzioni e ha del resto sempre negato di aiutare concretamente l’M23, pur riconoscendo la legittimità delle sue istanze ufficiali.

La milizia, fondata intorno al 2012, è infatti solo l’ultima organizzazione armata a nascere con l’obiettivo dichiarato di proteggere la popolazione tutsi di lingua rwandese che abita nell’est della Rd Congo, discriminata dal governo e minacciata da milizie hutu alleate dell’esercito di Kinshasa, stando almeno alla visione storica di Kigali.

In modo particolare, si fa riferimento a gruppi armati nati dopo la fine del genocidio dei tutsi del 1994. Organizzazioni che secondo il Rwanda sarebbero ancora portatrici della stessa ideologia genocidaria che rese possibile i massacri di 32 anni fa.

Solo lo scorso gennaio, il governo del presidente Paul Kagame ha ammesso di intrattenere una forma di “coordinamento di sicurezza” con l’M23 per bocca della sua ambasciatrice negli USA, Mathilde Mukantabana.

L’obiettivo sarebbe solo quello di garantire la difesa della popolazione tutsi in Rd Congo e di impedire uno sconfinamento in territorio rwandese delle milizie di ispirazione suprematista hutu presenti nel paese vicino, su tutte le Forze democratiche di liberazione del Rwanda (FDLR).

Le ragioni di Washington

Nel motivare il suo provvedimento, il dipartimento del tesoro degli USA ha affermato che le forze armate rwandesi, o RDF, stanno “attivamente supportando, addestrando e combattendo a fianco del M23”, un gruppo armato “responsabile di violazioni dei diritti umani e di una crisi di sfollamento di massa nella Rd Congo.

L’RDF – si legge ancora – ha supportato l’M23 nella conquista di territori nella Rd Congo orientale, compresi i capoluoghi di provincia di Goma e Bukavu, oltre a siti minerari strategici”.

Le offensive dell’M23, aggiunge il testo del governo USA, “non sarebbero state possibili senza il supporto attivo e la complicità dell’esercito rwandese e di alti funzionari chiave”.

Andando ancora più nel dettaglio, Washington chiarisce che pochi giorni dopo la firma dell’accordo di pace dello scorso dicembre, l’M23 ha conquistato Uvira, seconda città più importante del Sud Kivu dopo il capoluogo Bukavu. Nelle operazioni sono rimaste uccise e sono state costrette alla fuga migliaia di persone.

La milizia si è poi ritirata dalla città, anche su pressioni degli stessi Stati Uniti, ma solo per riparare in una zona di confine col vicino Burundi, con “il rischio di un’escalation del conflitto in una guerra regionale più ampia”.

Chi è stato colpito dalla misura

A essere sanzionato sono le RDF come ente a sé, e poi quattro tra i suoi più alti dirigenti: si tratta del capo di stato maggiore Vincent Nyakarundi e il comandante della 5ª Divisione di fanteria Ruki Karusiki, che secondo gli USA ha supervisionato le operazioni a supporto dell’M23 quando era a capo delle operazioni speciali.

Ci sono poi anche il capo di stato maggiore della difesa delle RDF, Mubarakh Muganga, e Stanislas Gashugi, comandante delle operazioni speciali che ha preso il posto di Karusiki.

Lo scorso febbraio gli USA avevano già imposto sanzioni nei confronti di James Kabarebe, ministro del governo Kagame ed ex comandante militare, sempre per il suo sostegno alle operazioni dell’M23. 

Le misure adottate dagli Stati Uniti implicano il blocco totale di tutte le attività economiche e finanziarie negli USA dei soggetti coinvolti e di entità da loro possedute o di cui hanno una quota superiore al 50%, così come vietano ai cittadini USA qualsiasi transazione con questi soggetti.

Secondo quanto riportato da Radio France Internationale (RFI), un’eccezione temporanea per i contratti già in corso è prevista fino al primo aprile prossimo. 

Le reazioni 

Il governo congolese del presidente Felix Tshisekedi ha accolto con favore la decisione degli Stati Uniti, interpretata come “un chiaro segnale in favore del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale” della Rd Congo, oltre che come un gesto che “rafforza i principi sanciti dagli accordi diplomatici vigenti, confermando la necessità di coerenza tra gli impegni internazionali e le realtà osservate sul campo”.

Kinshasa si è quindi detta “grata” con gli USA per i loro sforzi a favore della pace nella regione dei Grandi Laghi.

Kigali ha condannato le sanzioni statunitensi. Secondo il governo di Kagame le misure volute dagli USA “prendono ingiustamente di mira una sola parte del processo di pace, travisano la realtà e distorcono i fatti del conflitto nella parte orientale” della Rd Congo.

Le forze armate congolesi sono state inoltre accusate di violare il cessate il fuoco stabilito dall’accordo di Washington con “continui e indiscriminati attacchi con droni e offensive di terra” che “sono costate la vita a molte persone”.

Il governo rwandese si è detto comunque “pienamente impegnato” a rispettare gli oneri a suo carico nell’ambito del processo odi pace, su tutti il compito di “disimpegnare le sue forze” nell’est della Rd Congo.

Kigali ha però ricordato che questo passaggio deve avvenire in tandem con la fine della cooperazione tra l’esercito congolese e le FDLR e milizie alleate, e che Kinshasa “non ha fatto nessun passo in questo senso”.

L’offensiva in Nord Kivu

Le accuse dell’esecutivo di Kagame rispetto alle violazioni del cessate il fuoco vanno di pari passo alle denunce dell’M23 e avvengono mentre gruppi armati alleati dell’esercito di Kinshasa, in modo particolare i gruppi di autodifesa noti come Wazalendo, stanno effettivamente conducendo una nuova offensiva nei territori di Masisi, Rutshuru e Walikale del Nord Kivu, tutti sotto il controllo delle milizie alleate del Rwanda.

In settimana l’M23, che dalla fine del 2023 fa anche parte di una coalizione politico-militare congolese nota come Alleanza del fiume Congo (AFC), ha anche lanciato diversi attacchi con droni contro l’aeroporto di Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo distante circa 300 chilometri dall’epicentro delle ostilità.

Secondo quanto dichiarato dalla stessa milizia, l’operazione, la seconda di questo tipo in poco più di un mese, vuole colpire la capacità congolese di condurre incursioni con droni, mettendo fine al manifesto dominio aereo dell’esercito di Kinshasa.

Scontri proseguono anche nel Sud Kivu, dove a tutti gli attori già citati si aggiungono anche le milizie Tiwaraneho, alleate dell’M23.

Contraddizioni minerarie

La situazione è evidentemente molto complessa. In filigrana alle evoluzioni degli ultimi giorni si notano alcune grandi contraddizioni dell’architettura di sicurezza messa in piedi a Washington e Doha.

La firma dell’accordo di pace negli USA è stata infatti accompagnata da un accordo di cooperazione economica tra Stati Uniti e Rd Congo. Un partenariato che passa in buona parte dall’apertura a investitori USA del settore minerario congolese.

In questo contesto, nelle scorse settimane Kinshasa ha presentato a Washington una lista di oltre 40 possibili progetti di estrazione mineraria che potrebbero interessare attori statunitensi.

Stando a indiscrezioni dell’agenzia Reuters, tra questi ci sarebbe anche Rubaya, la più grande miniera di coltan del mondo (vi si estrae il 15% di tutto il minerale prodotto nel pianeta). Il problema è che questa miniera si trova da aprile 2024 sotto il controllo dell’M23.

In assenza quindi di strumenti sufficientemente solidi per far rispettare il cessate il fuoco e i vari passaggi degli accordi di pace, disposizioni di questo tipo non possono che tradursi in maggiore instabilità. Non a caso, l’ultima offensiva condotta nel Nord Kivu dalle milizie Wazalendo sembra puntare proprio a Rubaya.

Questo per tacere del possibile coinvolgimento di compagnie private statunitensi nei recenti scontri nel Sud Kivu. La società in questione, Vectus Global, presieduta dal magnate dei contractor Erik Prince, molto vicino a Trump, avrebbe sostenuto le forze armate congolesi nei combattimenti attorno a Uvira. 

Il partenariato tra Kinshasa e la società di Prince è pure uno dei numerosi addentellati della rinnovata cooperazione con gli USA e si presenta come un altro aspetto critico dell’impalcatura di pace costruita da Washington.

“Serve fare come nel 2013”

Le sanzioni contro Kigali possono essere comunque ritenute un passo avanti positivo, per quanto percepite come unilaterali dal governo di Kagame. In qualsiasi caso, serve un impegno ancora maggiore nel portare avanti le istanze di pace.

Ne è convinto Stewart Muhindo, attivista di Lucha, una delle principali organizzazioni della società civile congolese. Raggiunto su Whatsapp da Nigrizia, Muhindo riferisce che la sua associazione “accoglie con favore” le sanzioni, “che vanno nella giusta direzione”.

L’attivista aggiunge: “È necessario continuare a esercitare pressioni sul Rwanda affinché cessi il suo sostegno all’M23 e ritiri i suoi soldati e il suo equipaggiamento militare dal territorio congolese. Questo è esattamente ciò che accadde nel 2013 e che portò alla sconfitta dell’M23 in quell’occasione”.

Qui il riferimento è a una precedente offensiva della milizia, nata all’epoca da circa un anno. L’M23 arrivò in quella occasione a occupare Goma, come è avvenuto anche l’anno scorso, ma fu poi costretta a ritirarsi dopo poche settimane a fronte della pressione internazionale e in particolare dell’amministrazione statunitense, guidata allora dal  presidente Barack Obama. 

Muhindo afferma però che “le sanzioni contro il Rwanda da sole non saranno sufficienti a ripristinare la pace in modo efficace e sostenibile.

È necessario smantellare l’M23 per porre fine alle amministrazioni parallele che ha istituito, smobilitare altri gruppi armati nazionali e stranieri, costruire un esercito in grado di proteggere il paese e rendere giustizia alle vittime della guerra”. 

Il vero impatto del provvedimento USA

Le sanzioni rappresentano quindi un passo in avanti, ma da sole non potranno portare la pace. È d’accordo anche il cronista rwandese in esilio Samuel Baker Byansi, che da anni indaga sulle attività di governo e forze armate rwandesi.

Per il reporter è utile però anche quantificare il reale impatto di queste misure. “Questo provvedimento – commenta a Nigrizia parlando delle sanzioni – è significativo soprattutto perché colpisce direttamente le forze armate in quanto tali, e quindi vieta a qualsiasi individuo o società statunitense di fare qualsiasi tipo di affare con le truppe di Kigali: vendita di armi, addestramento, transazioni finanziarie.

Anche altre compagnie nel mondo possono andare incontro a sanzioni secondarie da parte degli USA se stringono accordi con Kigali, in questo contesto”.

Byansi prosegue: “Per un paese che storicamente ha ricevuto grande supporto dall’Occidente, misure di questo tipo possono avere un concreto impatto a livello operativo”.

Soprattutto se si tiene in contro che paesi alleati degli USA come l’Unione Europea sono tra i maggiori fornitori di armi a Kigali, sebbene un ruolo importante ce l’abbiano anche attori rivali di Washington come la Cina.

Va inoltre ricordato che la vendita di armamenti al Rwanda da parte degli USA è già limitata da un provvedimento del 2023, quando Kigali è stata inserita nella lista dei paesi che facilita il reclutamento di minori proprio per il suo sostegno all’M23. 

Ciò nonostante, continua il giornalista, “il Rwanda fa parte di programmi internazionali di addestramento e formazione come l’IMET, che verosimilmente potranno essere intaccati dalle sanzioni”.

Ci sono però anche altre osservazioni da mettere a sistema: “Il Rwanda – spiega il reporter – è uno dei paesi che più contribuisce alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, e gli USA potrebbero decidere di esentare dalle sanzioni il sostegno alle truppe rwandesi in questo ambito”. 

Resta poi un punto centrale, se si ragiona delle conseguenze delle sanzioni: “Per quanto importanti – specifica il giornalista rwandese – queste da sole non creano le condizioni affinché anche un solo soldato di Kigali lasci il suolo congolese.

Va ricordata una cosa: il principale canale di finanziamento dell’esercito di Kagame resta lo sfruttamento delle risorse congolesi: oro, coltan, stagno”.

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