Più che un accordo di pace che rischia di rimanere un proclama su carta, un dialogo nazionale inclusivo che coinvolga tutti gli attori armati e le opposizioni politiche e che tocchi le cause più profonde del conflitto in corso da almeno tre decenni nell’est della Repubblica democratica del Congo.
A chiedere «con urgenza» l’organizzazione di questo momento di confronto politico sono 67 organizzazioni della società civile congolese. L’appello, pubblicato ieri, arriva alla vigilia di un giorno decisivo, ma probabilmente molto meno di quel che appare leggendo i giornali di mezzo mondo.
L’accordo di pace
Oggi, 4 dicembre, il presidente congolese Felix Tshisekedi e l’omologo rwandese Paul Kagame, a Washington e al cospetto del pari grado statunitense Donald Trump, ratificano l’accordo di pace già raggiunto fra le parti lo scorso 27 giugno.
Oltre a questo, i due capi di stato mettono la firma anche su un’intesa per la creazione di un Quadro di integrazione economica regionale (REIF, nell’acronimo inglese) che possa aprire a una nuova fase di relazioni commerciali fra i due paesi. Una fase che almeno sulla carta punta alla trasparenza e lo sviluppo a beneficio delle popolazioni, superando anni di opacità e affari utili solo alle élite politiche o militari.
La creazione del FEIR era prevista nell’accordo di giugno, ma la sua istituzione è stata formalizzata solo il mese scorso. Contestualmente a queste due intese poi, sia Kigali che Kinshasa dovrebbero firmare separati accordi di cooperazione bilaterale con gli USA. Sul tavolo c’è soprattutto l’apertura a maggiori investimenti statunitensi nei settori minerario e delle infrastrutture. Una necessità urgente per Washington, che da circa 20 anni è un attore di seconda fascia nella corsa al tesoro delle risorse naturali congolesi, soprattutto se paragonato al competitor cinese.
L’incontro fra i due capi di stato si svolge in un clima che promette di essere molto teso. I due leader non si parlano da tempo, stando a numerose ricostruzioni di stampa, e già in passato la firma di accordi fra Kigali e Kinshasa è saltata all’ultimo momento. I due presidenti sono già a Washington però, e questo lascia immaginare che non ci siano sorprese.
Un po’ di storia
Prima di entrare nel merito di cosa avverrà nella capitale degli Stati Uniti, e di cosa non vi avverrà, è utile capire il contesto.
L’est della Repubblica democratica del Congo, e in modo particolare le province di Nord e Sud Kivu e Ituri, sono l’epicentro di un conflitto che prosegue sotto varie forme e a differenti intensità da almeno 30 anni. L’origine dell’instabilità può essere fatta risalire alla fase successiva al genocidio dei tutsi commesso in Rwanda nel 1994.
Le mire espansionistiche del Rwanda, l’appetito per le numerose risorse naturali della regione di attori regionali e internazionali, la debolezza strutturale dello stato e dell’esercito congolese e il senso di mancata inclusione di alcune comunità congolesi sono tutti fattori che hanno contribuito al perpetuarsi di questa crisi.
La centralità dei minerali di questa regione nell’ottica della transizione energetica, soprattutto occidentale e delle potenze asiatiche, non ha fatto altro che condannare l’oriente congolese a uno status quo di guerra che nessuno, comunità internazionale in primis, sembra davvero intenzionata a voler trasformare. Questa instabilità cronica appare del tutto funzionale al mantenimento del sistema economico globale.
La crisi dell’M23
L’ultima fase di questa lunga crisi comincia alla fine del 2021. È allora che dopo anni di sostanziale inattività, si risveglia la milizia M23, con una nuova offensiva in Nord Kivu. Il gruppo armato è sostenuto dal Rwanda con migliaia di militari sul campo e almeno dal 2023 da una coalizione politico militare congolese ribattezzata Alleanza del Fiume Congo (AFC). La milizia è solo l’ultima di una serie di organizzazioni ribelli che dichiara di voler difendere la popolazione tutsi dell’est congolese.
Anni di ostilità e di progressiva espansione territoriale sono culminate nella presa del capoluogo del Nord Kivu, Goma, lo scorso gennaio. Poche settimane dopo è capitolata anche Bukavu, capoluogo del vicino Sud Kivu.
L’accordo di pace mediato dagli USA vuole mettere fine a questo conflitto. Il canale negoziale voluto dal presidente Trump, sopraggiunto a una serie di precedenti mediazioni a guida Unione Africana, scorre parallelo a un processo che si sta svolgendo sotto l’egida del Qatar.
L’intesa fra Kigali e Kinshasa non contempla infatti il ruolo dell’M23. La milizia sta negoziando a parte con la Rd Congo con il sostegno dell’emirato. Un sostegno che non sembra disinteressato, visto il crescente peso economico del paese nella regione.
I progressi dell’intesa
Non è chiaro a cosa possa portare il patto spinto da Trump. Sicuramente sarà un’altra freccia nel feretro della propaganda del capo di stato USA, che da mesi si intesta accordi di pace a prescindere da cosa avviene poi sul campo.
Anche fra Rd Congo e Rwanda, la pace appare in realtà lontana. Prima di vedere le criticità all’origine di questo stallo però, è bene vedere quali sono stati i progressi.
Il nodo centrale dell’accordo è costituito dal ritiro delle truppe rwandesi dal territorio congolese e la contestuale eliminazione delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FDLR), una milizia fondata nel 2000 dai veterani del genocidio del 1994 che è alleata delle forze armate congolesi ed è considerata una minaccia esistenziale dal Rwanda (seppure non sia neanche paragonabile all’M23 per uomini e mezzi, e nonostante non sia presente sul territorio rwandese, a differenza della milizia sostenuta da Kigali).
Per monitorare tutto il processo è stato istituito un Meccanismo congiunto di coordinamento per la sicurezza che si è già riunito quattro volte. Quattro riunioni che sono servite a definire il REIF e condividere una serie di analisi e informazioni di intelligence necessarie a portare avanti l’implementazione dell’accordo.
Si è poi arrivati a concordare non meglio identificate «azioni specifiche» a questo fine e a esaminare i preparativi per «operazioni militari in un’area di interesse specifica», pure non rivelata. Allo stesso tempo, il dialogo a guida qatarina fra M23 e governo congolese ha portato a un accordo quadro e alla definizione di due dei diversi protocolli previsti dall’intesa: uno per lo scambio di prigionieri e un altro per il monitoraggio del cessate il fuoco.
Le numerose incertezze
Se questi sono i passi in avanti fatti sulla carta, quello che avviene sul campo dice altro. Innanzitutto, le più recenti dichiarazioni dei capi di stato o di altri dirigenti dei reciproci governi non hanno abbassato la tensione. Kigali e Kinshasa continuano ad accusarsi a vicenda di non volere la pace e continuano a tirare dritto sulle tempistiche di attuazione dell’accordo, che però sono in contrasto l’una con l’altra.
Kinshasa vuole che Kigali ritiri le truppe prima di procedere con qualsiasi altro passo e allo stesso tempo, il Rwanda vuole che per prima cosa si metta fine al FLDR. Anche i negoziati fra M23 e Rd Congo non hanno ancora toccato un nodo che è fondamentale per Kinshasa: il ripristino della sovranità territoriale congolese sui due Kivu.
I combattimenti continuano
Poi c’ quello che succede sul terreno. Civili che continuano a dover fuggire e a morire a causa della guerra. Nelle stesse ore in cui ci si prepara a firmare l’accordo di pace, scontri sono in corso nel territorio di Walikale, in Nord Kivu, con tanto di avanzamenti territoriali dell’M23 stando a quanto riportato dalla stampa congolese.
La milizia sta inoltre portando avanti un’offensiva nei territori attorno a Uvira, seconda città più grande del Sud Kivu e sede dell’amministrazione locale congolese da quando questa ha dovuto lasciare Bukavu. Una città che si trova a pochi passi dal confine col Burundi, presente nell’area con le sue truppe a sostegno delle forze armate congolesi.
I combattimenti portano con loro le violazioni dei diritti umani dei civili. L’organizzazione in difesa dei diritti umani Amnesty International è tornata a denunciare in settimana le violenze commesse dall’M23 e dalle milizie Wazalendo, gruppi di auto difesa alleati dell’esercito regolare congolese.
«È sconcertante che i diplomatici internazionali, compresi quelli degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e dell’Unione Africana, si sottraggano ai loro obblighi morali e internazionali non esercitando pressioni dirette e costanti sui leader del Rwanda e della Repubblica democratica del Congo affinché smettano di sostenere gruppi armati violenti», ha affermato Tigere Chagutah, direttore regionale della ONG per l’Africa orientale e meridionale.
«I leader mondiali sono consapevoli delle uccisioni e degli stupri commessi dalle parti in conflitto nella Repubblica democratica del Congo e scelgono di ignorarli», ha aggiunto Chagutah.
La proposta dei movimenti popolari
E da qui allora, al di là dei proclami, che proviene lo sconforto della società civile. E che ha spinto 67 organizzazioni locali a reiterare il sostegno a una soluzione congolese che parta da un dialogo nazionale inclusivo.
Lo schema di partenza ci sarebbe: quello delineato dalle Chiese cattolica e protestante fin dalle ore successive alla presa di Goma da parte dell’M23, a fine gennaio.
L’esigenza di un confronto interno alla politica congolese è rilanciato anche da diversi partiti di opposizione, come la coalizione Lamuka dell’ex candidato alla presidenza Martin Fayulu. Il gruppo di formazioni dell’opposizione ha definito l’intesa di Washington un mero «accordo economico triangolare tra Stati Uniti, Congo e Rwanda» nonché una «capitolazione», vista la mancata netta presa di posizione rispetto alla presenza rwandese sul territorio.
Le 67 organizzazioni della società civile che hanno firmato l’appello per un dialogo nazionale inclusivo provengono da quasi tutte le province del paese. Un impegno notevole, ma che si scontra con una realtà che dice di numerose iniziative simili che non sono finite da nessuna parte.
Nigrizia ne ha parlato con Stewart Muhindo, attivista dell’organizzazione Lucha e fra i portavoce dei firmatari dell’appello. «C’è ragione di credere che questo dialogo possa, alla fine, non produrre effetti concreti sul campo – ammette Muhindo -. Abbiamo visto diverse esperienze di questo tipo che in definitiva si sono trasformate in una spartizione del potere tra politici, senza risolvere realmente i problemi di fondo per i quali erano stati convocate».
Tuttavia, prosegue l’attivista, «è chiaro che l’esercito e i suoi alleati faticano a contenere gli assalti dell’M23-Rwanda e a liberare i territori occupati, così come è chiaro che Washington e Doha non portano alcun cambiamento sul terreno».
Allora, prosegue il portavoce, «proponiamo un dialogo che possa finalmente cercare di comprendere in profondità le ragioni delle interminabili lotte armate e definire insieme una tabella di marcia nazionale per porvi rimedio».
La proposta già programmatica c’è, afferma Muhindo: «Per garantire la buona conduzione del dialogo e l’effettiva attuazione delle sue raccomandazioni – spiega -, proponiamo che la mediazione sia assicurata da un attore neutro e accettato dalle diverse parti interessate, come la Conferenza episcopale e la Chiesa di Cristo in Congo, protestante; che l’attuazione delle risoluzioni del dialogo sia guidata dall’insieme delle forze sociali e politiche nazionali nel quadro di un governo di unità nazionale; e che un monitoraggio dell’attuazione delle risoluzioni dell’accordo sia assicurato da un comitato indipendente, che integri gli attori internazionali che accompagnano i diversi processi di pace».
Il cammino è lungo e difficile, ma Muhindo è fiducioso: «Queste misure non saranno probabilmente sufficienti per aggirare la manifesta malafede di alcuni attori armati o politici», premette infatti l’attivista. «Tuttavia – conclude – riteniamo che possano consentire di porre le basi per la fine delle ostilità e della disintegrazione della Rd Congo che si osserva attualmente».