Rd Congo: la società civile respinge l'accordo con gli USA sui migranti
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L'intesa permette la deportazione nel paese di persone espulse da Washington
Rd Congo: la società civile respinge l’accordo con gli USA sui migranti
Per decine di organizzazioni è un attacco allo stato di diritto e uno schiaffo alle persone sfollate congolesi
08 Aprile 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 8 minuti

Un attacco alla sovranità e allo stato di diritto oltre che un simbolico schiaffo alle milioni di persone che vivono in condizioni precarie nella Repubblica democratica del Congo, teatro di una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta.

I movimenti sociali congolesi non hanno usato mezzi termini per esprimere il loro rifiuto di un recente accordo tra Kinshasa e gli Stati Uniti che prevede l’accoglienza temporanea in Rd Congo di migranti di paesi terzi deportati dal governo di Washington.

Un accordo oscuro 

L’intesa è segreta nei suoi dettagli ed è stata resa noto dall’esecutivo congolese questa settimana. Dovrebbe entrare in vigore già da questo mese.

Si tratta solo dell’ultimo accordo di questo tipo tra l’amministrazione del presidente Donald Trump ed esecutivi africani.

Decine di migranti di paesi terzi sono stati già trasferiti dagli USA in diversi paesi del continente, tra i quali Uganda, Sud Sudan, Eswatini, Camerun e Ghana. Alcuni avrebbero subito pressioni politiche mentre altri hanno ricevuto un sostegno economico. 

Lotta ai migranti 

Questa procedura promossa dal governo Trump si iscrive in una più ampia stretta sulla migrazione negli USA e in un più generale attacco ai diritti dei migranti e dei richiedenti protezione internazionale.

Tra le misure promosse finora si annoverano anche retate e rimpatri forzati verso i paesi di origine di migranti che non sono in possesso dei documenti regolari, ma che in molti casi risiedono negli Stati Uniti da anni, il sostanziale smantellamento del sistema di asilo statale e il divieto di ingresso nel paese imposto a persone provenienti da alcune aree del mondo. 

Gli atti di deportazione verso paesi terzi sono state più volte respinti da Corti d’appello ma poi autorizzate da sentenze della Corte suprema.

Tra i migranti coinvolti ci sono persone che erano state arrestate ma anche persone protette dalla possibilità di essere rimpatriate secondo quanto stabilità dalla stessa legge USA.

Le Nazioni Unite e decine di organizzazioni in difesa dei diritti umani in tutto il mondo hanno criticato questa strategia, che rischia di esporre persone vulnerabili a torture e altri trattamenti degradanti vietati dalle convenzioni internazionali ratificate da Washington.

Secondo quanto evidenziato in un report pubblicato da membri del partito Democratico della Commissione per le relazioni estere del Senato USA, il paese ha già finanziato i paesi terzi di accoglienza con almeno 32 milioni di dollari.

I soldi sono stati destinati anche a governi corrotti e molto problematici per quanto riguarda il rispetto di diritti umani, per di più in assenza di strumenti che possano monitorare l’utilizzo delle risorse inviate.

Le motivazioni di Kinshasa

Secondo quanto dichiarato dal governo congolese, l’accordo con gli USA “si inserisce nel quadro dei suoi impegni internazionali e regionali per la tutela dei diritti dei migranti” e “riflette il costante impegno dello stato congolese a favore della dignità umana e della solidarietà internazionale”.

Kinshasa specifica che “il supporto logistico e tecnico per l’operazione sarà fornito dagli Stati Uniti tramite agenzie specializzate per la gestione dei flussi migratori a livello mondiale” e che “nessun onere finanziario” graverà sulle casse dello stato.

Stando a quanto affermato dal governo congolese, sono già state predisposte le necessarie procedure di supporto e individuate delle infrastrutture di accoglienza, situate nella città e nella provincia della capitale.

Il governo infine sottolinea che l’accordo con gli USA non apre a un “meccanismo per l’insediamento permanente sul territorio nazionale” né a “una esternalizzazione delle politiche migratorie”.

Kinshasa ribadisce infatti che “il governo conserva il pieno controllo sulle decisioni riguardanti l’ammissione nel suo territorio, le condizioni di soggiorno, il monitoraggio, la revoca dello status temporaneo e, ove applicabile, i meccanismi per il rimpatrio o l’allontanamento delle persone interessate, conformemente alla propria legislazione”.

Rifiuto totale

I rimandi al mantenimento della sovranità non hanno soddisfatto la società civile locale. Anche perché i dettagli dell’intesa, come già avvenuto in altri paesi africani, non sono stati resi noti.

Oltre 20 tra organizzazioni e attivisti, a partire da Filimbi, uno dei principali movimenti sociali della Rd Congo, hanno pubblicato un duro comunicato di condanna.

La decisione del governo, si legge, “è inaccettabile per diverse ragioni. È stata presa in totale segretezza, senza una base giuridica trasparente, senza consultazione popolare, senza dibattito parlamentare; e in un contesto in cui il nostro stesso popolo attende ancora di essere protetto”.

Quindi si riafferma: “Nessun cittadino congolese, né funzionario eletto né semplice cittadino, è stato coinvolto in questa decisione. Questa non è diplomazia. Questa è arbitrarietà del potere esecutivo”.

Le associazioni fanno poi riferimento ai decenni di instabilità che colpiscono l’est del paese e in modo particolare la provincia dell’Ituri e poi Sud e Nord Kivu, il cui territorio è di fatto controllato in larga parte dalla milizia ribelle M23, sostenuta dal Rwanda.

“La vera dignità significa innanzitutto proteggere i milioni di congolesi sfollati nell’Est, a Goma, Beni, Sake, Bunia, che da anni attendono una protezione effettiva da parte del proprio stato”, si denuncia nella nota.

“Prima di accogliere i deportati da una potenza straniera – proseguono i movimenti – il governo deve rispondere del proprio dovere nei confronti del proprio popolo”.

Stando ai dati delle Nazioni Unite, in Rd Congo vivono a oggi quasi 9 milioni di persone sfollate, di cui oltre 5 milioni si concentrano proprio nelle tre province dell’est già menzionate. Quasi 1 milione invece, i rifugiati congolesi che hanno richiesto protezione in altri paesi dell’Africa.

In chiusura, il comunicato dei movimenti sociali congolesi critica la natura stessa della politica migratoria di Trump e il sostegno che gli sta fornendo Kinshasa.

“La vera solidarietà internazionale – si afferma riprendendo le parole del governo – significa rifiutarsi di farsi complice delle politiche xenofobe e disumanizzanti di un governo straniero.

La Repubblica democratica del Congo non onora i suoi impegni umanitari fungendo da discarica per le deportazioni di massa dell’amministrazione Trump.

Lo fa difendendo, sulla scena africana e globale, un diritto alla migrazione basato sulla dignità, sul consenso e sulla giustizia, e non sulle dinamiche di potere tra stati ineguali”.

Le parole di Lucha

Alla condanna di queste organizzazioni si aggiunge quella di Lucha, un’altra delle più grandi realtà di promozione della giustizia sociale e l’accantubality del potere in Rd Congo.

L’ONG è nata nel 2012 a Goma, capoluogo del Nord Kivu ed epicentro dell’insicurezza che attanaglia il paese. La città è occupata dall’M23 dal gennaio 2025.

“Il regime di Kinshasa – si denuncia in un testo rilanciato dal quotidiano locale Le Potentiel – è specializzato nell’arte di abbandonare il proprio popolo al servizio di potenze straniere, moltiplicando i gesti di sottomissione diplomatica mentre i congolesi vivono in una precarietà senza precedenti: inondazioni, mancanza di servizi sociali di base (mancanza di acqua, elettricità e infrastrutture), insicurezza persistente e incapacità dello stato di proteggere le popolazioni nell’est e praticamente ovunque”.

Lucha respinge quindi “qualsiasi tentativo di trasformare il nostro paese in una zona di transito o in uno strumento al servizio di interessi geopolitici stranieri”, per poi chiudere: “Uno stato incapace di proteggere i propri cittadini non può pretendere di accogliere coloro che gli altri rifiutano”.

I fantasmi del 1994

Non da ultimo, un’altra organizzazione di promozione dei diritti umani, JUSTICIA Asbl, fondata nel 2011 a Lubumbashi da un gruppo di professionisti di varie provenienze, ha sollevato ulteriori dubbi su questo accordo alla luce della storia recente del paese.

“Dal 1994 ad oggi – sostiene l’organizzazione congolese – il paese continua a pagare il prezzo altissimo di aver accettato in buona fede di accogliere popolazioni che dovrebbero essere sotto la protezione della comunità internazionale e dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, senza aver preso in considerazione misure serie per il loro sostegno. Da oltre 30 anni, diverse generazioni innocenti continuano a pagare il prezzo di decisioni politiche”.

Il riferimento è soprattutto alla crisi umanitaria innescata dal genocidio contro i tutsi che è avvenuto nel 1994 in Rwanda.

La fuga nella vicina Rd Congo di milioni di persone, tra i quali diversi responsabili dei massacri rwandesi, è stato uno dei principali inneschi della crisi che ancora colpisce l’est del paese.

La strana relazione tra Rd Congo e USA 

L’accordo tra Kinshasa e Washington è simile ad altri stipulati dagli USA ma va anche analizzato alla luce delle relazioni tra i due paesi, che stanno attraversando una fase di rapida e controversa evoluzione.

L’amministrazione Trump ha mediato un accordo di pace tra l’Rd Congo e il Rwanda raggiunto lo scorso dicembre e promosso una intesa parallela tra Kinshasa e l’M23, negoziata dal Qatar.

Contestualmente a questa intesa, che si è finora dimostrata inefficace a frenare il conflitto, Stati Uniti e Rd Congo hanno avviato una partnership economica incentrata sull’apertura a investitori USA nel settore dei minerali.

Il paese africano dispone infatti di uno dei sottosuoli più ricchi del pianeta, con ingenti riserve di minerali critici come coltan, cobalto, rame, stagno e oro, solo per citare i più rilevanti.

Kinshasa è inoltre uno dei paesi con cui Washington ha siglato un’intesa di cooperazione sanitaria ritenuta molto controversa da diversi osservatori e analisti per via del suo carattere estrattivo e poco equilibrato, soprattutto per quanto riguarda dati biologici sensibili.

E l’estrattivismo sembra essere in effetti la cifra dell’operato statunitense in Rd Congo. Washington cerca di riprendere terreno contro la Cina nell’accesso alle risorse minerarie e intanto raggiunge una serie di intese collaterali che sembrano vantaggiose soprattutto per sé, o al massimo per il governo del presidente Felix Tshisekedi, la cui legittimità è duramente contestata da parte della società civile congolese fin dalla sua riconferma alla guida del paese nel 2023.

Anche quest’ultimo “patto” sui migranti, non sembra discostarsi da questo quadro fosco.

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