Quante Tesla ci vogliono per spiegare le disuguaglianze della transizione energetica? Ne basta una. Dalla vendita di una singola vettura elettrica, l’azienda del miliardario Elon Musk guadagna 321 volte quello che la Repubblica democratica del Congo ottiene dalla vendita del cobalto che è servito per realizzare le batterie elettriche che la alimentano, circa tre chili.
A Kinshasa vanno circa dieci dollari in entrate fiscali mentre la società di base negli USA guadagna 3.150 dollari netti. Le proporzioni si fanno ancora più impietose poi, se a questa equazione della disuguaglianza si aggiunge il minatore che quel cobalto lo ha estratto con le sue mani. I dollari guadagnati da quest’ultima, fondamentale figura della filiera del cobalto sono sette, in condizioni il più delle volte precarie se non di esplicito abuso.
I calcoli in questione li ha fatti la confederazione di ong Oxfam nel suo ultimo rapporto: Unjust Transition: Taking Back the Energy Future in the Face of Climate Colonialism (Una transizione ingiusta: riprendersi il futuro dell’energia affrontando il colonialismo climatico). I conti sono fatti in modo arrotondato. Si ipotizza che tutto il cobalto usato nell’assemblaggio di una Tesla provenga dalla Rd Congo. Questa certezza non c’è, ma è certificato che nel paese africano si produce più del 70% di tutto il minerale utilizzato nel mondo. Un arrotondamento per eccesso quindi, ma legittimo nei presupposti.
Al di là delle virgole, il cobalto e il paese da cui se ne produce la stragrande maggioranza possono essere presi a modello delle disuguaglianze insite nel settore estrattivo e quindi nei processi produttivi che usano le risorse del sottosuolo. Processi produttivi, ed è questo il grande rischio su cui mette l’accento Oxfam col suo report, che rischiano di non cambiare di paradigma con l’avvento della transizione energetica.
Kinshasa sta cercando di correre ai ripari. Quest’anno il paese ha imposto prima un blocco alle esportazioni per fare aumentare il costo del cobalto sul mercato, che era crollato. Poi ha annunciato l’introduzione di un sistema di quote, per meglio controllare l’offerta e per concentrarsi sulla creazione di valore lungo il segmento locale della filiera di produzione. È presto per capire se quest’ultima misura produrrà gli effetti sperati.
La decisione di Kinshasa ha il potenziale per cambiare le regole del gioco e riposizionare il paese sia dal punto di vista della produzione dei minerali sia, di rimando, geopolitico. Le incertezze restano comunque molte. Esperti locali mettono in evidenza come sia necessario intervenire a livello più olistico, alle origini dei problemi che affliggono il paese.
Il report di Oxfam
Quel che è certo adesso è che l’estrazione, la produzione e la distribuzione dei proventi dei minerali cosiddetti “critici” per la transizione energetica – definiti tali perché importanti per lo sviluppo delle tecnologie che gli sono necessari e di reperibilità limitata – resta a dir poco problematica.
La tesi del report di Oxfam a questo proposito è chiara: il modello produttivo ed economico della transizione energetica non sta modificando gli assi cartesiani del sistema basato sugli idrocarburi: sfruttamento e ingiustizia. Il nord globale consuma molta più energia pro-capite dei paesi a basso reddito. L’impatto socio-ambientale dell’estrazione di materie prime è tutto a carico delle comunità del sud globale.
Se i danni prodotti dalla transizione energetica si concentrano al sud inoltre, gli investimenti invece vanno tutti verso nord. Nel 2024 i paesi ad alto reddito hanno ottenuto il 46% degli investimenti in energia pulita e la Cina il 29%. L’Africa, così come le altre regioni del mondo dove si concentrano paesi a basso reddito, il 2%. E questo nonostante nel continente risieda l’85% delle oltre 650 milioni di persone che vivono senza accesso all’energia elettrica e si trovi il 70% delle riserve di minerali utili alla transizione energetica.
I progetti per la produzione di energia green nel continente devono poi fare i conti con tassi di interesse compresi fra 9 e 13,5%. Nei paesi più ricchi questi non superano invece il 6%. Finanziare iniziative di sviluppo in Africa è ritenuto infatti molto più rischioso che altrove, anche alla luce delle valutazioni spesso infondate od opache delle agenzie di rating. Le conseguenze sono presto dette: in Gran Bretagna fornire energia a 100mila persone costa 95 milioni di dollari, in Nigeria 188, praticamente il doppio.
Anche da qui le cifre enormi che i paesi a basso reddito sono costretti a farsi prestare per finanziare il loro sviluppo e le stesse iniziative che servono a rendere le loro economie più sostenibili e resilienti. Aumenta quindi il debito pubblico estero dei paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, mai così alto e costituito da una quota sempre crescente di interessi.
Guida pratica al cobalto
Gli effetti di queste dinamiche globali sono ben visibili nella Repubblica democratica del Congo. Nel paese si trovano alcune delle maggiori riserve al mondo di minerali critici per la transizione energetica eppure solo un abitante su cinque nel paese ha accesso all’energia elettrica. Circa sette su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà di 2,15 dollari al giorno. Uno dei prodotti di punta delle esportazioni congolesi è sicuramente il cobalto.
Prima di entrare nel merito della questione, è utile spiegare innanzitutto che cos’è il cobalto. Questo elemento è un sottoprodotto dell’estrazione di rame e nickel, quindi non esistono miniere da cui si ricava solo questo minerale. Il cobalto è noto per la sua resistenza alle alte temperature e per la sua capacità di immagazzinare energia ed è perciò impiegato nella produzione delle batterie a ioni di litio, indispensabili a far funzionare auto elettriche e dispositivi elettronici, tra le altre cose. Il cobalto viene impiegato anche nell’industria siderurgica e delle armi.
Le province congolesi di Lualaba e Alto Katanga producono da sole oltre il 70% del cobalto al mondo. Il primo produttore del minerale raffinato è invece la Cina, che è ovviamente il primo destinatario delle esportazioni congolesi di questo minerale. A oggi Kinshasa riesce a trattenere solo il 14% dei ricavi del cobalto mentre il restante 86% va a investitori stranieri. Questo perché è dal prodotto raffinato e dai suoi derivati che si ottengono molti più guadagni.
Un minerale famoso
Bisogna poi sfatare alcuni miti. La produzione del minerale viene spesso associata ai conflitti e allo sfruttamento tipico delle attività minerarie informali. Premesso che l’instabilità politica e la presenza di gruppi armati caratterizza tutta la Rd Congo, in realtà l’epicentro dell’estrazione di cobalto si trova almeno a 1.500 chilometri dal cuore di quella che viene definita da 30 anni “guerra del Congo”, ovvero le provincie orientali di Nord e Sud Kivu e Ituri. Il sottosuolo della regione orientale del paese è invece molto ricco di coltan e stagno, fra i minerali critici per la transizione energetica. Definire quindi il cobalto un “blood mineral”, un minerale da conflitto, è quantomeno impreciso.
Le attività minerarie artigianali rappresentano invece circa il 20% del totale della produzione di cobalto. Il restante 80% si concentra presso siti di proprietà di multinazionali, come la anglo-svizzera Glencore e la società statale cinese CMOC. Un ruolo molto importante lo gioca anche la società statale congolese Gecamines, parte di numerose joint venture proprietarie di miniere.
Con questo non si vuole dire che le condizioni dei lavoratori e l’utilizzo dei minori che spesso segnano il settore artigianale non siano un problema enorme. Va però meglio considerato il contesto in cui avvengono queste dinamiche, oltre a tenere in conto che molte delle violazioni avvengono invece in miniere operate da multinazionali, su cui per altro gli stessi minatori informali spesso lavorano.
Filiera complessa
In questo quadro va calato l’emblematico esempio della Tesla presentato nel rapporto di Oxfam. Se sulla singola vendita l’azienda statunitense guadagna oltre 300 volte di più di Kinshasa, sulle 1,8 milioni di vetture vendute ogni anno la proporzione si fa ancora più ampia. Sempre presupponendo che tutto il cobalto impiegato venga dal paese africano, da una tale mole di vendite la Rd Congo guadagnerebbe di royalties 17,5 milioni di dollari. Tesla fa ricavi per oltre 5,6 miliardi.
Secondo le proiezioni fatte da Oxfam, se le autorità congolesi riuscissero a ottenere il massimo guadagno dall’industria del cobalto, otterrebbero altri quattro miliardi di dollari, pari al 5,2% del prodotto interno lordo (PIL) del paese, sufficienti a fornire energia pulita a metà dei suoi quasi 110 milioni di abitanti.
Ma quali sono le strade percorribili per invertire la rotta? Lo scorso febbraio il governo del presidente Félix Tshisekedi ha bloccato le esportazioni di cobalto a fronte del più significativo calo del prezzo della materia prima sul mercato da quasi dieci anni.
La durata del provvedimento è stata prorogata di tre mesi lo scorso giugno. In circa sette mesi l’Rd Congo è riuscito a far aumentare di circa il 60% il prezzo del cobalto, complice soprattutto lo shock delle prime settimane. L’impatto sui depositi è stato di gran lunga inferiore, sia perché si veniva da anni di surplus, sia perché altri paesi produttori come Sudafrica e Malesia hanno continuato a rifornire le aziende cinesi e infine per via dei tempi fisiologici di trasporto del minerale via mare, che hanno spostato in avanti gli effetti del bando di 90 giorni, quelli che ci vogliono per arrivare dalla Rd Congo in Cina.
A settembre Kinshasa, per via della sua Autorità di regolamentazione e controllo dei mercati delle sostanze minerali strategiche (ARECOMS), ha annunciato la sospensione del divieto di esportazione e l’introduzione di un sistema di quote.
L’ente ha fissato un volume massimo di 18mila tonnellate di cobalto autorizzate all’esportazione per ciò che resta del 2025 e di 96mila tonnellate per 2026 e 2027. Di queste, 87mila tonnellate costituiranno una “quota base” mentre 9.600 tonnellate saranno messe da parte per poi destinare i proventi a progetti di interesse nazionale. Le quote saranno suddivise sulla base dei volumi di esportazioni storiche.
L’obiettivo della misura è anche quello di sviluppare maggiormente le capacità di raffinazione in patria. La mossa si presenta come ambiziosa. A pagare pegno potrebbero essere soprattutto le società cinesi, che pur ottenendo verosimilmente le quote più importanti vedrebbero i loro volumi calare in modo significativo. I maggiori guadagni potrebbero invece ottenerli gli Stati Uniti, che stanno tentando di rientrare sul mercato congolese del cobalto anche nel contesto del controverso accordo di pace mediato fra Rd Congo e Rwanda per la guerra nell’est del paese.
L’amministrazione del presidente Donald Trump ha proposto un piano che prevede un meccanismo di integrazione economico regionale che coinvolga investitori USA, tanto dal pubblico che dal settore privato. Il focus di questo sistema di cooperazione sarebbe la catena di valore dei minerali, che si vuole rendere meno rischiosa e più sostenibile di adesso.
In contemporanea, diverse aziende statunitensi si sono riaffacciate sulla piazza congolese, avviando negoziati per ottenere delle concessioni. Va ricordato che molto del cobalto congolese è stato di fatto consegnato ad aziende cinesi con il famoso “accordo del secolo” del 2008, negoziato dall’ex presidente Kabila e rinegoziato di recente dall’amministrazione Tshisekedi.
Ci sono comunque diversi limiti strutturali. Uno su tutti, il fatto che il cobalto è un sottoprodotto del rame, il cui prezzo vola sul mercato da anni. Di base, a meno che non si voglia interrompere l’estrazione di questo minerale, e sarebbe molto poco conveniente, dovrà proseguire anche quella di cobalto. Quote quindi, ma con la produzione solita si rischia di intasare i magazzini.
La ricetta dell’Ebuteli Istitute
Secondo il think tank congolese Ebuteli Istitute, bisogna poi ragionare in termini più ampi. Per rivoluzionare tutto il settore dei minerali critici – e quindi non solo del cobalto – sarebbe necessario intervenire almeno su quattro ambiti: innazitutto una maggiore conoscenza del sottosuolo del paese. Studi geologici ne coprono infatti appena il 20% mentre le mappature più ampie sono tutte conservate all’estero. Pianificare il settore estrattivo risulta praticamente impossibile, in assenza di dati affidabili su cosa c’è nel sottosuolo. A dire il vero un’intesa in questo senso è in trattativa con la società statunitense KoBold Metals, nota per il suo utilizzo dell’intelligenza artificiale.
È poi necessario migliorare le condizioni dell’attività mineraria artigianale, minoritaria ma comunque molto importante. Un’attività economica piena di problemi, a partire dallo sfruttamento dei minori nelle miniere e della prostituzione (anche minorile) nei locali adiacenti ai siti di estrazione. Per tacere delle condizioni pessime in cui si trovano a lavorare questi operatori artiginanali. Al contempo, si stima che i minatori informali siano fra le 150mila e le 200mila persone e che questo lavoro sia una fonte decisiva di sussistenza.
È poi imprescindibile ampliare la capacità di lavorazione in loco. Un tema noto ma che vede un ostacolo difficile da sollevare proprio nel deficit di accesso all’energia denunciato anche nel report di Oxfam A oggi, denuncia Ebuteli, per poter trasformare il cobalto che estrae, la Rd Congo avrebbe bisogno del doppio dell’energia che viene prodotta per tutto il paese.
Infine, è tutto inutile se non si interviene sulla governance a livello politico. Se le leggi o le iniziative regolatorie esistono anche (come il codice minerario, rivisto nel 2018, e i piani strategici di sviluppo per il settore minerario 2016-2021 e adesso 2021-2026) è l’applicazione a essere carente. Diversi punti di quei documenti, come il rimpatrio del 60% delle vendite all’esportazione e la partecipazione obbligatoria di almeno il 10% di persone congolesi al capitale azionario delle società minerarie, restano sulla carta.
La gestione degli accordi minerari è tutta in capo alla presidenza poi, spesso in modo ben poco trasparente. «Le comunità che vivono ai piedi dei giacimenti scopriranno l’esistenza di queste intese solo una volta che i macchinari saranno dispiegati; saranno quindi soggette alle decisioni prese ai vertici senza essere mai state consultate», si legge nell’analisi dell’istituto congolese.
Il rischio che una dinamica del genere si ripeta con l’intesa mediata dagli USA appare molto elevato, mentre si va avanti a indiscrezione di stampa e alle rapsodiche, e spesso inaffidabili, dichiarazioni di Trump.