Dall’inizio dell’anno, Luanda, la capitale dell’Angola, è diventata una sorta di meta di pellegrinaggi per i politici della Repubblica democratica del Congo. Lo stesso presidente Felix Tshisekedi si è recato nel paese due volte fra il 5 e l’8 gennaio, incontrando l’omologo angolano João Lourenço, anche leader di turno dell’Unione Africana (UA).
Tra coloro che hanno visitato Luanda c’è anche una delegazione composta da esponenti della Conferenza episcopale nazionale del Congo (CENCO) e della Chiesa di Cristo in Congo (ECC), protestante, insieme promotrici di un dialogo nazionale tra congolesi per risolvere la sempiterna crisi nell’est del paese.
I colloqui con l’Angola sarebbero già serviti a elaborare una bozza di agenda per questo confronto su scala nazionale.
Le iniziative che hanno coinvolto Luanda sono state applaudite da alcuni mentre altri si pongono delle domande sulla fattibilità di un nuovo processo di pace a mediazione angolana, se non proprio sull’opportunità di avviarlo, dal momento che Kinshasa ha già firmato degli accordi lontano dall’Africa per un eventuale ritorno della pace.
Si parla qui ovviamente dell’intesa tra Rd Congo e Rwanda siglata a Washington e di quella tra Kinshasa e l’M23, milizia sostenuta da Kigali, raggiunta a Doha. I due canali, negoziati rispettivamente dagli Stati Uniti e dal Qatar, sono sopraggiunti proprio a un iniziale cammino negoziale mediato dall’Angola, arenatosi nella seconda metà del 2024 giusto prima di arrivare a un’intesa.
Osservando questo riorientamento della politica congolese verso Luanda però, una domanda sorge spontanea: «Quale possibilità dare al dialogo inter-congolese mediato dal duo CENCO-ECC, finché Luanda non coinvolgerà anche Kigali?» Camminando a testa bassa o facendo finta di trascurare il Rwanda, non si limitano forse le possibilità di riuscita di questo dialogo, se la prospettiva è la pace? La questione fondamentale resta questa: la Rd Congo può vivere in pace senza che la riconciliazione tocchi anche il Rwanda?
Il Patto sociale della CENCO-ECC
Nel suo editoriale del numero 596, la storica rivista Congo-Afrique scrive: «Due condizioni appaiono sine qua non affinché si instauri una pace duratura nella RD Congo (…) Queste due condizioni sono: l’ineluttabilità di un dialogo nazionale sincero per andare alla fonte dei nostri diverbi e la spinosa questione di una governance responsabile e proattiva».
E continua sulla stessa scia: «Le Chiese cattolica e protestante hanno intrapreso un’iniziativa lodevole che hanno chiamato “Patto sociale”. Questo auspica, tra l’altro, un dialogo nazionale che avrà il vantaggio di affrontare le questioni alla base dei diverbi tra diverse comunità e diversi gruppi socio-politici. (…) I congolesi non hanno scelta: devono guardarsi negli occhi nel corso di un dialogo sincero e senza agende nascoste per chiarire i dissidi che avvelenano l’armonia a livello nazionale».
Un qualsiasi osservatore del paesaggio politico congolese non mancherà di interrogare l’editorialista su ciò che intende per «dialogo sincero». C’è dell’ingenuità nel credere che in un paese dove la politica è il solo mestiere che paga bene, la parola «sincero» possa realmente trovare posto.
Sullo stesso ordine di idee di Congo-Afrique, anche il padre gesuita e attivista Rigobert Minani, abituato alla politica e figura chiave di tutti i dialoghi, seppur nell’ombra: «L’approccio del patto sociale – ragiona il religioso – evita di impegnare ancora una volta il paese in negoziazioni politiche interminabili che non risolvono i problemi fondamentali di gestione politica, ma il cui scopo ultimo è sempre stato la spartizione del potere.
L’originalità di questo approccio – prosegue Minani – è quella di regolare prima le questioni alla radice dell’instabilità cronica del paese. Il Patto prevede infatti che gli accordi politici siano inquadrati in un patto sociale a livello nazionale».
Una crisi che non è solo congolese
Gli iniziatori del Patto sociale si basano di fatto sull’idea di una crisi totalmente interna alla Rd Congo, le cui soluzioni si trovano nel dialogo sincero tra gli attori della suddetta crisi. A dar retta alla CENCO-ECC quindi, basta un dialogo interno affinché la pace torni in Rd Congo.
Questa prospettiva sembra in realtà abbastanza irrealistica. Al contrario infatti, una parte importante della società congolese della comunità internazionale crede fermamente che i conflitti e le crisi che scuotono la regione orientale del paese non siano che il prolungamento dei conflitti e delle crisi del vicino Rwanda.
Il Fronte patriottico rwandese (FPR) del presidente Paul Kagame, che guida il paese dal 1994, strumentalizza i conflitti interni e da 30 anni li traspone in modo esacerbato in Rd Congo attraverso delle ribellioni guidate.
L’M23 sarebbe dunque solo l’ultimo capitolo di una storia ben più lunga. Così come sono una manifestazione dello stesso problema le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (FDLR), gruppo armato che Kigali considera una minaccia esistenziale e che è composto da hutu rwandesi fuggiti dal paese dopo il genocidio dei tutsi del 1994.
Questi esuli hutu hanno poi trovato una rete di sostegno nell’est congolese grazie a legami socio culturali storici e combattono a oggi a fianco dell’esercito di Kinshasa.
La crisi congolese si configura anche come una proiezione di una crisi rwandese interna. Esiste un vero problema di riconciliazione tra hutu e tutsi in Rwanda e finché questa questione non sarà presa in considerazione, sarà difficile che l’est della Rd Congo possa vivere in pace.
Bisogna considerare la dimensione esteriore della destabilizzazione del paese per arrivare a una soluzione per una pace duratura. È del resto su questo sfondo che bisogna comprendere la Risoluzione 2773 adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 25 febbraio 2025, che esige dal Rwanda il rispetto della sovranità e dell’integrità del territorio congolese e il ritiro delle sue truppe dal paese.
Questa Risoluzione è la risposta ai fallimenti delle negoziazioni regionali (Comunità dell’Africa orientale e Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale soprattutto) che includevano anche Kigali.
La regione dei Grandi Laghi ha una particolarità: le fitte relazioni interculturali tra i popoli della regione, che raggiunge il suo picco nel legame tra Burundi e Rwanda, uniti da forti tratti culturali comuni. Non si può prescindere da considerare l’interdipendenza comunitaria allora, se si vuole raggiungere una soluzione alle crisi in uno dei paesi e della regione.
Gli errori delle Chiese
La grande sfida della Chiesa in Congo si vive nella formazione dell’uomo integrale. Su questo punto, l’istituzione ecclesiastica sembra aver fallito. Credere a un «dialogo sincero» è un’illusione, ma anche credere a una soluzione interna ai conflitti che minano il Kivu appare come una prova di malafede.
La soluzione per una pace duratura e vera nei Grandi Laghi esige un’analisi seria della situazione rwandese e della struttura di potere dell’FPR (compreso il diffuso sostegno della comunità internazionale occidentale), nell’ottica di arrivare a una vera coabitazione pacifica tra hutu e tutsi. Questo passaggio comporterebbe ipso facto una maggiore stabilità della regione.
La missione sociale della Chiesa è fondamentale, ma la salvezza delle anime è più importante di ogni altro lavoro. Credere che la Chiesa abbia per missione di dare una soluzione a tutti i problemi sociali del mondo significa travisare il Vangelo. Il pellegrinaggio a Luanda non risolverà la crisi e dunque non è che un’illusione della realtà.
Bisogna, al contrario, sostenere ogni approccio che includa Kigali nella ricerca delle soluzioni durature per una pace vera. Poiché Kigali è al contempo il problema e la soluzione.